Condividi su facebook
Condividi su twitter

Poliziottesco italiano anni ’70 – Parte IV

di

Data

Il dovere di cronaca mi impone di divulgare la notizia che per gli amanti del genere rischia di essere la bomba dell’anno.

Il dovere di cronaca mi impone di divulgare la notizia che per gli amanti del genere rischia di essere la bomba dell’anno.

In moltissimi mi hanno cercato in questo periodo per capire se fossi riuscito a recuperare davvero una copia de “Il Poliziotto è marcio”, ed ecco la notizia:

 

“La RaroVideo è orgogliosa di annunciare il prossimo restauro in hd dell’introvabile “Il poliziotto è marcio” di Fernando Di Leo. La pellicola sarà finalmente disponibile in formato dvd e bluray, sia in Italia che negli Stati Uniti.”

 

Per prima cosa un sentito grazie perchè in generale la preservazione di un patrimonio artistico è una bella notizia. Il film dovrebbe essere disponibile, udite udite.. da giugno!

Se questa è senza dubbio una bella notizia, immediatamente realizzo che se non mi sbrigo a portare a termine ciò che ho iniziato, la stampa e televisioni potrebbero arrivare prima di me. La cosa che più di tutte non mi posso permettere è di leggere una di quelle recensioni che affolleranno i giornali, o peggio, ascoltare uno di quei pelati unti critici snob prima che mi sia fatto una mia idea sul film che ha dato il la a tutto questo.

 

Bene, non ho tempo da perdere, mi metto subito a lavoro per risolvere il duello in casa Girolami: Enzo G. Castellari (il figlio) vs Marino Girolami (padre).

Da dove ripartire? E perchè non da questo video di Enzo G.Castellari che sbarra la porta ad ogni speculazione sui titoli del poliziottesco italiano, costringendomi quasi a ritrattare su quanto già scritto? Lo posto qua sotto con la raccomandazione vedersi questo minuto di clip, anche perchè credo che in un cosi breve tempo non potreste farvi un’idea migliore del grande regista.

Guanto gettato.

Un tipo esuberante vero? Si, e quella dei Girolami è davvero una storia ecclettica.

Marino lascia la facoltà di medicina per intraprendere la carriera di pugile con ottimi riultati che lo candidano a partecipare alle Olimpiadi di Berlino, sogno che gli viene negato per la scoperta una piccola aritmia cardiaca. Ecco che mentre io probabilmente sbatterei la testa nel muro pensando a alle montagne di ore sprecate in inutili sacrifici e mi rintanerei in una lurida palestra ad allenare giovani pugili senza speranze, Marino invece che fa? Lui si iscrive al Centro Sperimentale di Cinematografia diventando cosi il capostipide di una generazione di cineasti che dopo più di settanta anni è ancora in attività e rischia di rimanerlo per almeno un’altro paio di decadi. Se Marino ha girato oltre settanta film, Enzo ne ha girati quasi quaranta mentre Ennio, fratello di Enzo, ha recitato in quasi ottanta film!!

Mi sto dilungando di nuovo perciò devo ritornare sui tre film che stabiliranno chi tra padre e figlio vincerà il titolo di mio regista preferito.

Enzo è in svantaggio, perciò devo ripartire da lui, quindi sotto con “Il grande racket” (1976).

Il film parte fortissimo con un gruppo di teppisti che distrugge le vetrine di alcuni negozi. La colonna sonora fa la sua parte come di dovere e infatti a firmarla sono i soliti fratelli De Angelis.

La storia regge benissimo, perfettamente nelle corde di Enzo che chiama spesso e volentieri in causa i normali cittadini per ribellarsi e farsi giustizia. Un grande giro di estorsioni sta strozzando i commercianti romani, ma un poliziotto, un fisicatissimo e altrettanto credibile Fabio Testi, è pronto a schierarsi dalla loro parte anche se avrà bisogno proprio di loro perchè la polizia non approva i suoi metodi e ad un certo punto lo scaricherà.

Vi presento solo il primo di questi cittadini, poco più di centoventi secondi dal minuto 5′ per farci capire quella che sarà la molla della sua ribellione. Dopo le minacce ricevute la scena termina con il commerciante in primo piano e la figlia sullo sfondo. Lui si volta a guardarla e la telecamera stringe sulla bambina che poi esce dall’inquadradura, come a dire che il padre non può seguirla come vorrebbe.

Oltre a questo però la scena mi è rimasta impressa anche per un motivo che esulata totalemente da ragioni cinematografiche. Magari anche voi un giorno avrete cercato un bel ristorante a Trestevere per fare un cenetta un po’ romantica e forse riconoscete il ristorante dove è girata…

Il marchio di fabbrica di Castellari è poi fortemente riconoscibile nell’ambientazione del finale (grande fabbrica) e nel suo svolgimento che ci tiene con il fiato sospeso fino all’ultimo secondo.

Il mio voto quindi non po’ che essere alto: la trama è portata avanti con una violenza senza limite, torrenti di adrenalina e un insieme di personaggi che monta sempre più e che, nonostante la loro diversità, resta perfettamente accordato.

Bravo Enzo! Largo ai giovani!

Eccitatissimo sostituisco un dvd all’altro: sotto con “La via della droga” (1977).

Subito mi colpisce la peculiarità della colonna sonora, un rock progressivo firmato Goblin, gli stessi maledetti musicisti che per venti anni mi hanno fatto venire la pelle d’oca al solo pensiero di “Profondo Rosso”.

Il film è un progetto ambizioso con un taglio internazionale, forse il più internazionali di quelli che ho visto finora. Non mi era mai capitato di vederne uno sottotitolato in giapponese!

Un paio di scene super.

La prima perchè girata nella metropolità A di Roma che allora era ancora in costruzione (non sono proprio riuscito a riconoscere la fermata). Testi scappa nel tunnel in costruzione e non so quanto di proposito Catellari inserisce una bella bandiera italiana (l’avete notata?), quasi a rimarcare come, sebbene il film preveda un commissario americano, scene girate a Bank kong e Amsterdam, di fatto il tutto si svolga in Italia. Giusto centoventi secondi con cui vi gusterete anche una bella pallottola che raggiunge il bersaglio al volo, degna chiusura di questa scena (1h:13′:30”)

Che ne dite poi di questo inseguimento nelle terme di Caracalla, con tanto di finale scenico? Io che ho appena iniziato ad andarci a correre non potevo chiedere migliore suggestione di questa (i soliti centoventi secondi da 1h:17′:20” dal link precedente).

Scollandoci un po’ dai soliti inseguimenti, mi ha colpito molto una scena: l’infiltrato poliziotto finisce per essere imprigionato con un tossico che va in crisi di astinenza. Per evitare il peggio Testi gli passa una dose e lui si fa: quando la droga entra in circolo la camera si blocca sui suoi occhi e l’audio viene importato da un altra scena. Siamo su un letto e una mamma sta assistendo la figlia tossica, anch’essa in crisi di astinenza (anche qui 120 secondi da 21′:50″, se siete curiosi).

Infine un piccolo strappo alla regola che per il genio di Enzo G. Castellari deve essere concesso: questo è il primo (e finora l’unico per quanto mi riguarda) dei poliziotteschi che finisce in cielo, davvero in tutti i sensi.

Dopo aver fatto cadere un aereo con la droga a bordo, questo l’ultimo scambio di battute:

 

– Albatros 9, rispondete.

– Si, pronto.

– Fabio, tutto bene.

– Il cattivo è morto.

Il commissario si abbandona in un sospiro quasi impercettibile.

 

– Già, ma chi stabilisce chi sono i cattivi, i buoni?

– E chi stabilisce chi sono i buoni?

– Non ci avevo mai pensato.

 

Un sorriso.

– Cristo.

– Lui non metterlo in mezzo, una volta tanto.

 

L’aereo continua a volare con lo zoom che lo fa sempre più piccolo, i Goblin partono in sottofondo e i titoli di coda fanno il loro ingresso.

 

Niente da dire, Enzo è un Maestro nel girare scene di azione.

Cerco su you tube qualche altra intervista che magari ha rilasciato sul film ed ecco che vengo di nuovo costretto ad un’altra deviazione. Come faccio ad attenermi al mio buon proposito di seguire una scaletta nella visione dei film se scopro che il titolo originale di uno dei film di Enzo G. Castellari, “Quel maledetto treno blindato” (1978), era niente di meno che “Inglorious Bastards” ?

Ebbene si, tutto vero e documentato: Quentin si è apertamente ispirato al film di Enzo, tanto da chiamarloa fare un piccola parte e, ovviamente, cosa più evidente mantenendo il titolo, seppur con una leggera storpiatura (Inglouriuos Bastards).

Non ci credete? Volete sentirvi il racconto di Castellari che incontra Tarantino a Venezia?

Una piccola perla: nel giro di Tarantino e dei suoi amici, quando se eri uno giusto venivi chiamato un Ingloriuos Bastard niente di meno.

Se avete più tempo magari vorrete gustarvi l’intervista completa Tarantino-Castellari proprio su “Inglorious Bastards”.

Ragazzi, è davvero roba forte e se vi piace il cinema di questo genere non vi potete perdere “Quel maledetto treno blindato”. Il film si trova anche molto facilmente. Per non cadere nella trappola e disperdermi ancora di più evito qualsiasi commento perché potrei parlarne per tre pagine.

 

Nello scartabellare varie interviste inciampo poi in questa un po’ rubata in cui Castellari annuncia il prossimo avvio delle riprese di un western. Aprite le orecchie e ascoltate chi preannuncia nel cast!

Si, Castellari avrà come attore Tarantino nel proprio cast.

Non posso crederci, voglio essere il primo a diffondere la notizia, perciò faccio un supplemento di indagine. E, sebbene all’inizio la rete mi confermasse quanto ascoltato dalla bocca di Enzo, scopro che Castellari questo progetto di western lo annuncia ormai da venti anni.

Ma, ma, ma. Scherza Enzo, ma mica tanto. C’è del vero, eccome.

Il prossimo film di Tarantino, sarà un western, e anche se Enzo non c’entra niente, il cinema italiano continua a metterci lo zampino. Il film sarà inspirato a Django, il grande western di Sergio Corbucci, quello in cui c’è Franco Nero che gira trascinandosi una bara.

Sono lo stesso contento. “Django” non l’ho visto ma.. ehi, anche Castellari ha almeno un western di successo dalla sua che non ho visto.

 

Altra deviazione, e come per “Un maledetto treno blindato” esco dal Poliziottesco e decido che a chiudere l’elenco dei film di Enzo sarà Keoma (1976), il film a cui lui dice di essere maggiormente affezionato, soprattutto per la scarsità di mezzi con cui è stato girato e per il fatto di aver praticamente riscritto la sceneggiatura durante le riprese fianco a fianco con Franco Nero.

Ed è genio. Allo stato puro.

Badate bene, Keoma non è proprio il mio film preferito tra quelli visti, ma sicuramente è genio.

La vecchietta che si vede all’inizio è la figura della morte, con cui Keoma dialoga in molte occasioni.

Il film contiene flash back ma girati nel presente, con Keoma che rivede se stesso bambino.

La cosa che più mi ha sconvolto però è stato il commento illuminante di Chiara dall’altra stanza:

Fico questo musical che ti stai guardando”.

Mi blocco e ci metto un attimo prima di realizzare che nei fatti trattasi di un musical western.

 

Di fronte a questa ennesima sorpresa sono sempre più ansioso di stabilire se Marino Girolami reggerà il confronto o, come recita il detto, l’allievo ha superato il maestro.

Giugno intanto si avvicina minaccioso.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'