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Poliziottesco italiano anni ’70 – Parte III

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– Sono tutti un branco di incapaci, ecco cosa sono. – Ma Davide, cosa intendi fare? – Non preoccuparti. Niente, niente.

– Sono tutti un branco di incapaci, ecco cosa sono.

– Ma Davide, cosa intendi fare?

– Non preoccuparti. Niente, niente.

– Ti conosco troppo bene, tu hai in mente qualcosa, vuoi andare da quell’avvocato.

Ma non capisci, non puoi Davide, non puoi! Ci hanno ammazzato Clara e per poco non ammazzano anche noi due!

– E non ti sembra una buona ragione! Senti io sono stufo! Se la polizia se ne frega, all’uomo della strada purtroppo non rimane altra scelta che difendersi da solo.

– Ma da chi? Da chi?!!

– Da tutti Vera, da tutti.

Lei sconvolta esce di macchina sbattendo lo sportello.

(Da L’uomo della strada fa giustizia, 38′ – Umberto Lenzi, 1975)

 

Chiamiamolo Matilda per usare un nome di fantasia. Un lunedì mattina mentre sto terminando una presentazione, Matilda mi appare sul display. Il pacco è arrivato.

Per precauzione ho chiesto alla mia fonte di recapitare una copia del film che sto cercando alla madre di un’amica che abita qui a Roma, con la scusa che io sicuramente avrei mancato il postino e che poi sarebbe stata una scocciatura andarlo a ritirare all’ufficio postale. Matilda è il mio intermediario.

Ho esagerato, lo so benissimo, ma non volevo rischiare niente perché il film che sto cercando mi puzza.

Quando arrivo a casa non mi tolgo neanche la cravatta, afferro il coltello, squarcio il pacchetto e lo inclino sulla scrivania. Con mia grande sorpresa, sul dorso di morbide bustine di plastica trasparente una decina di film scivola sotto i miei occhi.

La mia fonte è un professionista e ha fatto un lavoro come si deve, vuole mettermi a parte di altri film difficili da recuperare. Il bottino è notevole, almeno 15 ore di pellicole da visionare e studiare per confermare o ribaltare le mie idee.

Ed ecco che in mezzo a “Un poliziotto scomodo”, “Quanto è bastardo l’ispettore Cliff”, il mio “Il Poliziotto è marcio” mi sembra già un po’ meno solo.

A questo punto, con il mano l’oggetto delle vostre ricerche, che cosa avreste fatto voi?

Esattamente ciò che ho fatto io, l’ho lasciato per ultimo.

Il grande finale, il fuoco di artificio.

 

Non intendo certo mettere da parte questi titoli da brivido e non mi vergogno proprio per niente nel confessare quanto questo marchio di fabbrica del poliziottesco mi abbia inizialmente fatto deridere il genere. Ancora adesso quando li guardo buttati tutti là cosi, mi appaiono goffacchioni, imbolsiti, eccessivamente sensazionali.

Vederli cosi, uno di fianco all’altro mette a nudo la completa assenza di fantasia dei produttori di questi film nella scelta dei titoli. Oggi siamo abituati a titoli che non svelano veramente cosa stiamo andando a vedere, anzi, per far presa sul pubblico, spesso si fa leva sull’effetto curiosità generato per esempio all’ambiguità o ad un accostamento inusuale.

Ma negli anni Settanta era proprio il contrario.

 

Uno, ma forse dovrei dire il tratto distintivo del poliziottesco italiano, è il titolo.

In un cinema di genere che rimase sullo sfondo i produttori di poliziotteschi cercarono di agganciarsi a filoni e film noti e che avevano raccolto un certo successo di pubblico, sfruttando proprio la confusione e l’analogia per richiamare la gente nei cinema.

Milano da quanto mi risulta le batte tutte: “Milano Odia: la polizia non può sparare”; “Milano trema: la polizia vuole giustizia”; “Milano violenta”; “Banditi a Milano”; “Milano rovente”; “Milano il clan dei calabresi”; “Milano …difendersi o morire”; “Milano Calibro 9”.

E poi, per par condicio rispetto alle altre due città che hanno fatto da sfondo al poliziottesco: “Roma violenta”; “Roma l’altra faccia della violenza”; “Roma a mano armata”; “Napoli spara!” “Napoli si ribella”; “Napoli violenta”; “Napoli.. la camorra sfida e la città risponde”.

 

E il tema della polizia, grazie ai nuovi arrivi mi si presenta ora più ricco e con più sfumature di quello che mi aspettavo, altro che monopolio Betti-Tanzi, firmato dal baffetto di Maurizio Merli.

Ora posso inchiodare il mio coinquilino con un paio di pellicole dai titoli bomba “Quanto è bastardo l’ispettore Cliff” e il “Mark, il poliziotto spara per primo” mi ammiccano vistosamente, vogliono essere visti subito. Ma non posso fare eccezioni, anche loro dovranno aspettare, li metto in coda perché ho altri due conti da regolare prima.

Il primo è con “Poliziotto Sprint”.

Nel frattempo infatti un’altra persona a me vicina è stata contagiata dal poliziesco che, è proprio il caso di dire, miete vittime a tutti gli angoli. Dopo essere stata bombardata da un fuoco incrociato senza esclusione di colpi tra me e il mio coinquilino, Chiara scopre i Calibro 35, band che per onorare il genere non solo ha scelto questo nome ma produce solo pezzi attinenti al filone.

Fatela partire mentre continua a leggere se vi va e ditemi se…

.. non vi commuovete anche voi pensando ai fratelli De Angelis e al maestro Micalizzi che hanno trovato i loro successori più che degni. Cosa non deve essere per un maestro trovare un allievo meritevole?

Ne posto anche un’altra più melodica.

Siamo appena diventati amici su faccia libro e nell’istante successivo i Calibro 35 eleggono “Poliziotto Sprint” come il poliziesco con gli inseguimenti più belli. Allora non posso non guardarmelo.

In effetti che cosa puoi dire a un film che trae spunto dalle vere vicende di un poliziotto che al volante era un praticamente un pilota professionista?!

Nel film una scena clamorosa che onestamente non sono riuscito a capire se è davvero stata girata… sulla scalinata di Trinità dei Monti!

Il secondo conto aperto è con la famiglia Girolami.

Innanzi tutto le mie scuse per attribuito la regia di “Italia a mano armata” e “Roma Violenta” a Umberto Lenzi, anziché a Marino Girolami che in realtà firma questo film con lo pseudonimo di Franco Martinelli. Questo mio errore mi ha però costretto a documentarmi ed è stato davvero curioso scoprire i retroscena di “Roma Violenta” (1975), il primo film a lanciare il commissario Betti.

“Roma Violenta” era in realtà stato affidato a Enzo G. Castellari, dove la G. sta per Girolami, che limitandosi rispetto al padre Marino ha sempre usato un solo pseudonimo (il padre ha firmato anche come Frank Martin ! Fantasia vero?). Enzo fu inizialmente scelto come regista, ma rifiutò perché non riteneva adeguato il suo compenso.

Come ci deve essere rimasto secondo voi di fronte al fatto che il film detiene tuttora il record assoluto del poliziottesco italiano, con un incasso che in quell’anno superò i due miliardi e mezzo di lire?

C’è poco da stupirsi dunque se immediatamente dopo fu una corsa a realizzare film come Milano, Torino, Napoli… tutte violente.

Un’idea un po’ cattivella mi seduce, chi il migliore regista tra padre o figlio?

Marino ha dalla sua settantaquattro film, Enzo, quasi quaranta.

Inizialmente io ho conosciuto Enzo e subito è diventato il mio idolo indiscusso. Con “Il cittadino si ribella” (1974) quasi mi rammaricavo pensando di aver già visto il massimo di quello che si poteva chiedere al genere.

Poi però Marino, con la doppietta mozzafiato di “Roma Violenta” e “Italia a mano armata” (1976), mio malgrado mi ha fatto inginocchiare ed accettare anche la figura di Betti.

Ha quindi replicato a stretto giro Enzo con “La polizia incrimina, la legge assolve” (1973) che, oltre che ad essere famoso per lo spettacolare e lunghissimo inseguimento iniziale a bordo dell’immancabile citroen D5, è da tutti considerato uno dei capostipiti del genere. Ma la cosa che più mi ha stupito è il suo finale a sorpresa per cui, almeno nella sfida casalinga merita un punto in più. Da questo finale traggono infatti spunto entrambi i due film citati sopra diretti da Marino. Chissà cosa si saranno detti i due a questo proposito!

Se finisse cosi, tuttavia, Marino probabilmente vincerebbe di misura.

Impossibile, a meno che mi licenzi e dedichi due mesi a guardare tutti i loro film ambire a dare un verdetto completo. Ci sono però almeno altri due film che voglio vedere di Enzo e un altro di Marino per rimanere sul genere, più o meno.

Chi vincerà in casa Girolami? A stabilirlo decido che saranno “Il grande racket”, “La via della droga” di Enzo contro “Roma l’altra faccia della violenza” di Marino.

 

E mentre mi attendono altre notti insonni, centinaia di caricatori svuotati, treni di gomme consumate in inseguimenti senza fine, accarezzo il mio “Il Poliziotto è marcio”, chiudo il pc e rimpiango un po’ il fatto di non essere nato in quegli anni cosi floridi per il cinema italiano.

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