Condividi su facebook
Condividi su twitter

Claustrofobia

di

Data

Cominciò tutto su un aereo. Roma-Washington, 8 ore e mezzo di volo, avevo deciso di andare a trovare mia sorella che vive lì da dieci anni ma fu dura

Cominciò tutto su un aereo.

Roma-Washington, 8 ore e mezzo di volo, avevo deciso di andare a trovare mia sorella che vive lì da dieci anni ma fu dura perché soffrivo di claustrofobia.

Portai con me uno di quei quaderni neri da intellettuale liberty che ha tante cose da scriverci sopra, quelli da infilare in valigette di cuoio con le borchie dorate con in testa un cappello da Grande Gatsby e davanti macchine da scrivere che ticchettano di notte nei grandi o sordidi alberghi  dove vengono tracciate le storie più belle del mondo.

Andò bene fino alle Alpi, poi il pilota disse che stavamo sorvolando il Monte Bianco e tac, s’affacciò il panico come un sole nascente.

Mi sarei gettata giù col paracadute. Ingollai valeriana pensando maledizione ma com’è che a me le montagne mi fanno sentire al chiuso invece di ricordarmi il profumo della neve. Fu sotto un traforo, infatti, che a sedici anni ebbi i primi sudori freddi e la prima voglia di scappare chissà dove.

Guardai supplichevole la hostess ma mi ricambiò con un sorriso freddo. Pensai sono fregata, mancano sette ore e mezzo e ora attacco a urlare.

Fu per questo che aprii il quaderno nero e afferrai la penna con vigore. E per convincermi che non ero una donna isterica ma una scrittrice in viaggio buttai giù la trama di ciò che è diventato Odore di ferro e di cacao, il mio primo romanzo. Durò fino all’arrivo.

Non so che viso avesse, neppure come si chiamava, con che voce parlasse con quale voce poi cantava, quanti anni avesse visto allora, di che colore i suoi capelli, ma nella fantasia ho l’immagine sua, gli eroi son tutti giovani e belli.

E’ l’incipit de La Locomotiva di Guccini, ve lo ricorderete. Da qualche parte avevo scritto che poteva essere l’idea per un romanzo perché tutti quei non so invitavano ad immaginare, ma me ne ero dimenticata e in quelle ore non buttai giù alcun progetto titanico, cercavo solo di non correre a supplicare il pilota di farmi scendere col paracadute sulle bianche Alpi francesi, nel silenzio, con l’aria umida nel naso al posto di quella che ti riempie il naso di croste.

La voglia di riempire un vuoto l’avvertii strada facendo. Alla terza pagina della trama. Però feci finta di nulla.

Io penso che il modo migliore per dare vita a un progetto sia non dirsi che si sta dando vita a un progetto. Diversamente siamo perduti, il foglio resta bianco e le parole ci ballano davanti agli occhi per dileguarsi sghignazzando.

Frequento la scuola Omero da anni, ne ho seguito tutti i livelli esistenti e quando ho capito che quello che stavo scrivendo sul quaderno nero era il tracciato di un romanzo sono successe due cose: per prima cosa ho pensato che avrei finalmente potuto aspirare al favoleggiato terzo livello, poi m’è passato il panico da chiuso. Non sto invitando chi legge a sostituire alcool, stupefacenti e psicofarmaci con Restuccia e Valenzi, sto dicendo che ho scoperto che il mio senso di chiuso, la fame d’aria, la voglia di volare anziché stare incollata a un sedile di classe economica si sono dileguati quando ho scoperto che avevo qualcosa da dire.

Perché è così che va il mondo, per noi che scriviamo. La prima cosa è avere qualcosa da dire, se no non c’è storia che tenga.

Ora cercherò di raccontare cosa è successo dopo con maggiore serietà, perché ne vale la pena.

 

Odore di ferro e di cacao è stato confezionato e scritto nel corso di un anno e mezzo di terzo livello in Scuola Omero. Paolo ed Enrico ne hanno una responsabilità diretta e incancellabile. Si chiamava Soave odore di ferro e di cacao, un titolo che a loro non piaceva molto, ma che a me evocava contrasti. Amo gli ossimori.

L’ho scritto con costante entusiasmo e un po’ di vergogna perché è una storia a sfondo politico ambientata nel 1919 e i miei compagni di corso sfornavano gialli cruenti ed efficaci, scene di eros cibernetico, violenze morali degne di Norman Mailer. Tutta roba molto più moderna della mia. Io sono un po’ antica di testa e sono andata avanti per la mia strada però a volte mi sentivo davvero fuori. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensassero Enrico e Paolo all’inizio, però so per certo che stada facendo ci si sono affezionati.

Ne è nato un menage a trois quanto mai fruttuoso. Le critiche a volte erano scudisciate ma ho scoperto che frequentare Omero è come andare dallo psicanalista: lui non ti dice quello che devi fare ma ti mette in condizione di pensarci da solo e soprattutto di decidere se quello che lui vorrebbe tu desideri davvero farlo oppure no. Così fanno Enrico e Paolo e ci vuole una certa abilità.

Non puoi correggere il tuo romanzo solo per farli contenti e perché paghi il corso, a volte seguire i loro consigli ti fa sentire che tradisci una causa  e non lo devi fare. Se invece certi suggerimenti ti sembrano squarci di sereno in un cielo cupo, allora prendi nota e segui ciò che dicono perché ne verrà fuori un libro degno di questo nome.

Quando il romanzo finì e deposi la penna, lo inviai a un editore di grande calibro: Baldini, Castoldi, Dalai. Solo a lui.

Per precedenti manoscritti avevo fatto le liste. Fase uno: consultare i siti, fase due: annotarsi il genere, fase tre: prendere l’indirizzo dell’Ufficio manoscritti, fase quattro: spedire con bacio sulla busta.

Fase cinque: aspettare. Tanto.

Nel 2007 avevo confezionato un libro con tre racconti lunghi e un titolo: Bambine cattive. L’avevo mandato a tanti editori e la risposta favorevole di BCD era arrivata dopo un anno e mezzo, quando avevo già ceduto i diritti a Salerno Editrice, che pubblicò Bambine cattive nel 2008.

Mi chiesero se avessi altro da sottoporre loro e naturalmente non lo avevo. Sto scrivendo un romanzo, dissi, anche se ero solo  a pagina tre e loro mi dissero ce lo mandi quando sarà finito. Forse lo dissero per cortesia, ma fu per questo che, un anno e mezzo dopo, appena deposta la penna inviai il manoscritto del romanzo solo a loro.

Dopo una ventina di giorni mi chiamò Cristina Dalai, disse di aver ricevuto un buon rapporto sul mio romanzo dalla redazione, aggiunse che ora lo avrebbe esaminato lei, che mi avrebbe fatto sapere e chiese di non inviarlo ad altri editori nel frattempo.

Passarono molti mesi dopo quel giorno. La gestazione di un romanzo da parte di un grande editore è molto lunga, così mi dissero da più parti ed anche Paolo ed Enrico mi invitarono a non perdermi d’animo. Ogni tanto sentivo la signora, mi confermava il suo interesse per il romanzo con qualche perplessità, serviva altro tempo per esaminarlo. Un giorno di settembre, d’impulso, mandai il romanzo al Premio Calvino. A gennaio ricevetti una telefonata dalla redazione del premio: sarei passata in finale, mi dissero, ma ero stata espulsa. Siamo spiacenti, aggiunsero con grande cortesia ed un dispiacere apparentemente autentico, alla verifica dei requisiti ci siamo resi conto che lei non è inedita.

Quel giorno scoprii quello che tutti tranne me in Italia sanno, che il Premio Calvino è per autori inediti e non per romanzi inediti. La finale era sfumata prima di concretizzarsi. Dopo diversi mesi ricevetti la scheda di valutazione del mio romanzo dalla Segreteria del Premio. Era buona, forse ottima. Lusinghiera. Piacque anche all’Editore, che dopo poco tempo mi propose un contratto di edizione. I tempi dell’attesa erano finiti.

Il rapporto con la Casa editrice nella fase di formazione del libro è stato splendido. Ho trovato grandissima professionalità, precisione, tempistica, assistenza e grande rispetto. Chiesi di poter avere voce in capitolo sulla copertina e mi fu accordato.

Ora il libro è sotto i miei occhi ed è un bel prodotto. Tre giorni fa l’ho presentato a Roma e forse seguirà qualche altra presentazione. Io ho dato una voce a ciò che volevo dire ed è stato un’esperienza degna di questo nome ma se devo dire cosa mi è piaciuto più di tutto lo dico: essere scelta. Passare la forca caudina del vaglio di un Editore che ne legge tanti e decide di investire su di te è una sorta di cerchio di fuoco. Il successo del libro, poi, si sa, è affidato ad elementi imponderabili ma mi piace aver fatto fino ad oggi questo percorso, a tratti liscio e a tratti accidentato e raccontarlo a chi scrive con quel briciolo di esperienza che posso dire di avere: avere qualcosa da dire, crederci e non tenere il sogno nel cassetto, sono le zampe del tavolino. Muoversi con determinazione e non scoraggiarsi aiutano a non farlo traballare e consentono di metterci sopra l’oggetto che ci piace tanto e che, quale che sia e come sia, è nostro e soltanto nostro. Il resto si vedrà ma noi che l’abbiamo messo al mondo, nel frattempo, siamo cresciuti un poco.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'