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Alec Baldwin: “La vita è dolore, ma l’arte può offrire uno sguardo diverso”

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Siamo con Alec Baldwin nella sala delle interviste Tv. Nella conferenza stampa di To Rome With Love non ci sono state domande per il cast, tutte per il regista.

Siamo con Alec Baldwin nella sala delle interviste Tv. Nella conferenza stampa di To Rome With Love non ci sono state domande per il cast, tutte per il regista. Solo una voce in sala ha chiesto se John, il personaggio interpretato da Alec Baldwin, fosse stato per caso investito da un taxi, lamentando la mancanza di un finale nella sua storia.

Woody Allen non si è scomposto.

“Ognuno può trovarvi la fine che vuole.” Ha detto con leggerezza.

Ma adesso i giornalisti incalzano.

“E lei signor Baldwin cosa pensa? Cosa succede al suo personaggio?”

E Alec Baldwin ora, da solo, affrancato dal silenzio di marionetta muta a cui lo ha costretto la conferenza stampa, appare infinitamente vitale.

“Io credo che John riveda nel ragazzo (interpretato da Jesse Eisenberg) semplicemente se stesso da giovane.” Dice  “Torna a Roma in vacanza dopo molti anni e mentre passeggia nei vicoli del quartiere dove abitava un tempo, lo assalgono i ricordi.  Uno prevale sugli altri: l’amore per l’amica della sua fidanzata.” Sorride malizioso,  e sul suo viso maturo, ingrossato riaffiorano all’improvviso i tratti del bellissimo interprete di Caccia ad ottobre rosso. “Bisogna sbagliare molto prima di capire il rischio di certi attrazioni”

“John si rivolge  al ragazzo, alla fidanzata, all’amante. E dice le cose che avrebbe voluto che qualcuno gli dicesse allora. Credo sia un desiderio che abbiamo provato tutti: tornare indietro e cambiare il corso delle cose. Ma nella vita possiamo spingere solo il pulsante Forward. Il cinema a volte può offrirci la possibilità di un Rewind.”

 

Alec Baldwin ha uno sguardo chiaro, intenso. Sul suo viso l’espressione oscilla costantemente tra la giovinezza di un tempo e la maturità del cinquantenne di adesso.

A tratti sembra ancora, sul set delle interviste, il personaggio del film di Allen. Difficile cogliere il passaggio dall’attore al personaggio. Capire se è un gioco il suo o se invece la maschera lo protegga e gli consenta di parlare di sé e della fidanzata con cui è venuto a Roma.

Tra un’intervista e l’altra chiede di lei. Si assicura che stasera, per la premiere, ci sia qualcuno in stanza ad acconciarle i capelli.  Si sposeranno in autunno.  In autunno si lascerà alle spalle per sempre il suo matrimonio con Kim Basinger, la sequela di battaglie legali per la figlia. Il libro scritto sui diritti dei padri.

 

“Dunque il suo personaggio, secondo lei, cosa ha imparato?” Gli chiedono

“Ha imparato che occore fare pace con il proprio passato. Con le scelte fatte.  Magari Jack in qualche momento avrà pensato che invece di accontentarsi di due fidanzate avrebbe potuto cercarsene anche altre. Chissà…”Ride  “Gli errori sono inevitabili nella vita.  Ho visto il film per la prima volta a New York una settimana fa. Il mio ruolo è il più riflessivo, il più introspettivo. È difficile, a volte,  guardarsi indietro e accettare che ciò che è stato è stato. Che ciò che è perso è perso.”

Fa una piccola pausa.

“Ma poi succede che la vita riparta. E torni di nuovo l’intimità, la gioia.

Io vivo a Manhattan, e ho una casa a Long Island per i weekend, e quando in inverno arrivo con la macchina  mi sorprendo sempre vedendo che attorno  tutto è morto. Spento. Sembra che la vita non debba rinascere più. Ma poi, lo so, basta aspettare: torna la fioritura e ti dimentichi della terra morta.”

 

Per un attimo ci confondiamo. Sta parlando del film o della sua vita?

Chi ha imparato la lezione: Alec Baldwin o l’architetto seduto su una panca in un vicolo di Trastevere?

 

“E lei c’è qualcosa che cambierebbe di sè se potesse tornare indietro?”

Sorride sornione.

“Io non tornerei insietro. Immagina quanto sarebbe doloroso trovarsi chiusi in una stanza a guardare noi stessi come eravamo vent’anni fa? Lei vorrebbe farlo?”

L’intervistatore si ritrae sulla sedia. No. No.

“Non serve a niente pensarlo. È questo il punto. Cose da cambiare ne avrei, nella vita, nella carriera, cose piccole che sono diventate grandi e, al contrario, grandi cose che sono rimaste piccole.  Ci vuole coraggio per guardarsi indietro. Ma non bisogna negarsi la possibilità del presente. Self-robbery, la chiamano.”

Ora è felice di essere a Roma.

Anche in America, come qui, ci sono problemi enormi con la politica, con l’economia.  Ma a Roma  il cuore e l’occhio si abbandonano all’eleganza, alla bellezza.

Woody shoots a very civilized day. Gli piace contenere il lavoro in un tempo ragionevole. Durante le riprese c’è stato tempo per assaporare questa città che è arte ovunque. Eleganza, stile. Io e la mia fidanzata vorremmo venire a vivere qui”

All’improvviso fa l’imitazione di un turista americano in Italia, a tratti si trasforma per un istante, entra ed esce da un personaggio, intermezzi fulminanti che spezzano la routine delle interviste e ci ricordano il grande attore di Americani, 30 Rock, The Departed.

In famiglia sono quattro fratelli attori, eppure da bambino lui immaginava di studiare legge e fare l’avvocato. Un lavoro sicuro, una posizione solida.

Ma siamo qui per parlare del film di Allen.

“I film di Woody sono grandi film che rimangono nel cuore della gente. Perché raccontano di persone che vogliono l’amore e non lo trovano, vogliono capire e non capiscono. Le opere di Shakespeare non parlano forse di questo?

E ora Woody Allen ha voluto rappresentare il tema dell’amore nelle grandi capitali europee. Il motore è sempre quello. Non i soldi, non il potere. No: è sempre l’amore al centro. I suoi film sembrano non esaurire mai la possibilità di parlarne, e questo è il segno del genio.”

 

Da un film all’altro di Woody Allen i tratti di alcuni personaggi ritornano. C’è qualcosa del personaggio di John nel ruolo di Humprey Bogart in Provaci ancora Sam, e in Alice, il primo film di Baldwin con Woody Allen,  dove Mia Farrow si muove nel passato e parla con se stessa. Personaggi che seguono la vita come un percorso su una mappa, e osservano gli incroci e le alternative che offrono. O avrebbero offerto.

 

“Ultimamente lei ha interpretato ruoli duri, drammatici. Ad esempio in The Cooler. Cosa è più facile per lei: commedia o tragedia?

“Si possono interpretare ruoli duri e dentro essere molto diversi. È sempre una questione di mestiere” dice “Robert Mitchum ad esempio. Bruce Webber ha appena girato un documentario su di lui. E Mitchum è ritratto come un uomo molto tenero che ama suonare il pianoforte Un personaggio completamente diverso da quello che appare nei film Il dramma è duro ma ci sono più scelte. E comunque l’attore è solo la carota nell’insalata. Tu credi di poter dare chissà quale forma al tuo personaggio, ma in realtà non è così.”

Nella sua voce c’è una stanchezza. Sua o del personaggio? Nello sguardo dell’uomo che ci siede davanti c’è a tratti furbizia, a tratti innocenza. Verità e istrionismo. Presenza e lontananza, ma sempre un calore nel fondo, una vibrazione che non si concilia con le parole di  rinuncia.

“Allora è vero quello che dicono: che abbandonerà la scena?”

“Non lo so.”  Esita “Se fai qualcosa per tanto tempo, anche un lavoro che ti assicura soldi, fama, una vita agiata, ad un certo punto senti il bisogno di fare altro. Di metterti alla prova. E con gli anni cambia anche l’ idea di sfida. Ora la mia sfida è quella di godere della vita. Ho visto Roma per la prima volta a 52 anni, come è possibile? Mi sono chiesto. Voglio sposarmi. Occuparmi della mia vita privata. Per cui sì potrebbe darsi che io lasci la scena.”

L’intervistatore lo guarda. Il grande Alec Baldwin sta dicendo sul serio?

È questa oggi la sua verità? O è la verità del  suo personaggio nel film?

“In To Rome With Love si vede chiaramente: non appena le viene offerta una parte in un film la ragazza pianta tutto lì in un istante. Non c’è amore che tenga di fronte a quella offerta. Nella mia professione c’è un dualismo fortissimo che si riassume nella frase: “Do you want to play it on the screen, or do you want to live it in your life?

Molti colleghi vivono le emozioni potenti dei loro personaggi sul set  e poi quando tornano a casa non riescono a dare nulla a chi gli vive accanto. Quando sei giovane e pieno di ambizione è comprensibile, ma poi con il passare del tempo la vita reale dovrebbe pendere il sopravvento…”

La sua fidanzata lo aspetta. E lui chiede alla sua agente quante interviste rimangano e quanto tempo libero avrà prima del prossimo impegno. In questo pomeriggio di pioggia lei deve annoiarsi di certo nell’attesa.

E noi guardandolo, notando la sua impalpabile amorosa impazienza, capiamo perché ci sembri tanto un personaggio di Woody Allen. Perché ci fa pensare alle cose che pensiamo quando vediamo i suoi film:  l’amore può essere una grande fregatura, e sappiamo già che resteremo con un pugno di mosche in mano, eppure come resistere alla sua meravigliosa lusinga?

 

 

Il giorno dopo in un’altra saletta, circondato dal verde di Villa Borghese, c’è ancora in lui un’energia potente. Una felicità. “In Italia non dovete sminuirvi. Un amico mi diceva in America dell’Italia si conoscono solo pizza, mafia e Berlusconi. Non è vero in America ci sono altri nomi che parlano per voi: Gucci, Prada, Caravaggio, Tintoretto.” Imita l’accento italiano con tono roboante. Sembra stamani che voglia iniettare entusiasmo, vigore, un poco di orgoglio nazionale nei volti spauriti della stampa scritta che si stringono attorno al tavolo “Voi possedete la più grande eredità culturale” E aggredisce l’America, ne mette a nudo il nero dietro lo splendore, come a ripagarci, come a confortarci.

“La vostra ospitalità scalda il cuore. Anche se non parli italiano.” E all’improvviso ricorda un episodio di tanti anni fa che gli è rimasto nel cuore. Come succede al suo personaggio l’Italia porta anche a lui ricordi imprevisti. E ridendo, imitando i gesti dei suoi accompagnatori, parla di un periodo trascorso in Veneto. La sua ex moglie, non la chiama mai per nome, lavorava sul set di un film tutto il giorno e lui restava da solo con la loro figlia di tre anni. Ogni mattina arrivavano l’autista e la guardia del corpo. E l’autista gli chiedeva: signor Baldwin dove andiamo oggi? Ne fa l’imitazione. “Andiamo a Marostica a bere la migliore cioccolata, e domani a Bassano del Grappa a mangiare la pasta più buona del mondo.” Ci portava ovunque per tenerci allegri a me e a mia figlia… Ricordo una coppia in albergo. Tra i 50 e i 60. Molto belli tutti e due. Mi hanno chiesto una foto. Io credevo che lei volesse farla con me. Parlavano italiano e non capivo. Ed invece volevamo che io scattassi una foto a loro due. Erano innamorati. Felici. Non sapevano chi fossi”

Sorride. Un fondo di malinconia aleggia per un istante in fondo ai suoi occhi. O forse tenerezza. O qualcosa d’altro. Chissà un poco di invidia.

E torna a parlare di Woody Allen “Woody il regista ha la grande fortuna di contare su Woody lo sceneggiatore. E Woody lo sceneggiatore è affiancato da un grande regista. Ma questo binomio non sempre funziona.  Oggi in America  il denaro impera sovrano. Tu scrivi una buona sceneggiatura e per non pagare il regista ti dicono: ci piace ma il film devi girarlo tu. Francamente è un disatro. In America ci sono ottimi attori, ottime storie, ma un bravo regista è merce rara. ”

 

 

Accetta di parlare di sua figlia che vive a Los Angeles immersa in una cultura tutta improntata ad una sessualità esterna.

“In America tutti vogliono lottare contro il passare del tempo. E tutta la lotta si concentra sul corpo. È impensabile che la bellezza venga da altro. Qui in Europa è diverso.”

“E per lei l’età non conta?Lei si sente ancora giovane?”

Ride.

“A quarant’anni ero felice, perché mi sembrava di aver capito chi fossi. Poi ai cinquanta ho pensato di buttarmi dalla finestra…però ora di nuovo sono in pace.” E lo ammette apertamente. “…perché mi sposo e la mia fidanzata ha ventisette anni…” Parla di lei. È insegnante di yoga e i suoi clienti a Manhattan l’adorano. Non solo perché è giovane, ma anche perché è una ragazza molto dolce. È di Boston, ma è cresciuta a Mallorca tra i cinque ed i dodici anni. Prima ballava. Nei balli da salone competitivi. Innamorarsi a cinquant’anni è diverso…”

“E cosa cambia?”

“Da giovane ti preoccupi troppo, dove vai, con chi sei? Resteremo insieme? Ora vivo il presente.” Esita un istante. “Ci siamo conosciuti un anno fa in un ristorante. Io ero con i miei amici. Lei era con i suoi. È stata una folgorazione”

 

 

“Ma lei perché fa film? Woody Allen dice che lui gira film per non pensare alle disgrazie del mondo”

Alec Baldwin rimane un istante immobile. Tira un profondo respiro.

“La vita è dolore, disperazione, angoscia, sì è vero, soprattutto adesso in America, ma l’arte può offrire uno sguardo diverso. Il punto di vista della bellezza e della verità, sempre minacciate dalla brama di potere, dall’ambizione, della pressione finanziaria. Gli americani sono esausti, credetemi. Esausti per i colpi che si infliggono da soli. Per le decisioni che non hanno saputo prendere. E il cinema ne può parlare. Conoscete Eugene Jarecky? ” Nessuno sembra conoscerlo, ma Baldwin è inarrestabile. E racconta di questo straordinaro regista di documentari. Che ha parlato del potere dell’industria militare. E nel suo ultimo documentario mostra chiaramente che se ai bianchi della classe media levi le sicurezze su cui la loro vita si è sempre basata si comportano esattamente come i neri dei tempi più violenti. Nessuno in America vuole saperlo. Tutti guardano da un’altra parte. A Manhattan la classe media è scomparsa. Ci sono i ricchissimi e gli altri se ne vanno. Ma l’arte può dirlo.

Io sono ossessionato dai documentari. Sono nel Consiglio Direttivo dell’Hamptons Film Festival che si tiene ad Ottobre. Ma durante l’estate quando c’è afflusso di turisti, di bagnanti, facciamo vedere quattro documentari. E alterniamo. Un documentario delicato: ad esempio la storia di un grande ristoratore francese che trasmette la sua cultura al figlio scegliendo una ad una con lui le erbe con cui cucinare.  E Jarecky.  Adoro i documentari e quello che riescono a dire. E poi il teatro. Dove lavoro. Orphans:  la storia di due bambini orfani che vivono in una casa abbandonata, uno più intraprendente, l’altro fragile, ed arriva un uomo, una specie di barbone, e creano una sorta di famiglia.

L’arte può guardare dove nessuno guarda”

E continuerebbe a parlare spinto dalla sua passione – vorrà davvero abbandonare la scena? – ma i suoi agenti intervengono. Bisogna fermarsi. Finisce qui l’incontro romano con Alec Baldwin.

 

Sulla porta ci voltiamo a guardarlo. Si è avvicinato al tavolo a prendere un caffè. Parla concitato con qualcuno.

Vogliamo tenerci negli occhi la sua immagine.

Chissà come sarà se e quando lo rivedremo per un prossimo film?

Avrà imparato davvero a far pace con il passato, sarà ancora l’uomo felice di oggi?

Ma poi, ci diciamo, c’è qualcosa davvero da imparare o possiamo solo sperare di voler vivere ancora e di continuare a sbagliare.

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