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Mirò! Poesia e Luce

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Le silhouette rudimentali e stilizzate – stelle, fili colorati, linee sinuose, insetti, bandierine e scacchiere – che colonizzano le sue tele, portano ad identificare Joan Miró...

Le silhouette rudimentali e stilizzate – stelle, fili colorati, linee sinuose, insetti, bandierine e scacchiere – che colonizzano le sue tele, portano ad identificare Joan Miró  (Barcellona 1893 – Mallorca 1983) con l’artista ingenuo e sognatore, tacciato di da sempre di ostentata frivolezza. Una chiave di lettura senz’altro fuorviante. “Sono di indole tragica, taciturna – afferma lo stesso Mirò – non ho un temperamento soltanto giocoso, funambolesco, estroverso ma, anzi, meditativo, spesso amareggiato”.

La “Fundació Pilar Joan Miró” di Mallorca, depositaria di una grande fetta della collezione del genio catalano, affida al Chiostro del Bramante, dal 16 marzo al 10 giugno, ben 80 capolavori, per l’agognata mostra “Miró! Poesia e luce”.

Influenzato durante il periodo parigino dal surrealismo e, successivamente, durante un soggiorno in America, dall’espressionismo astratto, Mirò sviluppa il proprio linguaggio attorno a queste due tendenze artistiche, pur non abbracciandole mai completamente. Nonostante la sua svariata e prolifica produzione che spazia da oli, terrecotte, acqueforti, bronzi, acquerelli, litografie, murales, fino a monumentali progetti architettonici, è in grado di mantenere, comunque, quell’autonomia espressiva caratterizzata dalla libertà formale e dall’utilizzo dei colori puri.

Protagoniste dell’esposizione romana sono le creazioni realizzate nei trent’anni che Miró trascorre a Son Abrines, nei pressi di Mallorca. Dal 1956 fino all’anno della sua morte, l’artista si trasferisce nella casa-atelier progettata dall’architetto Josep Lluis Sert. Luogo paradisiaco e suggestivo a cui si associa un periodo particolarmente felice in cui è la natura l’unica sua musa ispiratrice. Sopravvissuto a due guerre mondiali e ad una guerra civile, Mirò avverte l’esigenza di immergersi nella pace e nella solitudine lavorativa che si ripercuoterà in maniera positiva anche sulle sue ultime opere, gradualmente potenziate sia nel vigore cromatico che nella carica ironica.

Nel percorso al Chiostro del Bramante, che si divide cronologicamente in nove sale, è palese la coesistenza di svariati metodi compositivi che hanno dato vita a lavori piuttosto statici e ad altrettanti, di contro, dal tocco concitato.

Appartiene a questi decenni di volontario isolamento il rifiuto del cavalletto da parte di Mirò che ora – stendendo le proprie tele sul pavimento e camminandovi intorno (o, addirittura, sopra) – genera dal’alto veri e propri getti di colore.

In mostra non manca lo stadio artistico dell’ “assassinio della pittura”, già iniziato dall’artista catalano negli anni ’30, in cui brucia o lacera le tele prima di dipingerle. Per “uccidere” non intende “annullare” in quanto “il quadro – afferma Mirò – deve essere fecondo deve far nascere un mondo”, ma sviscerare quelle figure che simboleggino archetipi e miti suggeriti dall’inconscio.

Con lo stendere il colore con le dita o con i pugni, con il tracciare solchi o lasciare impronte di mano o di piede, aspira ad evocare ed omaggiare quella gestualità immediata propria delle pitture rupestri e primitive.

Nella sala dedicata agli anni ’70 primeggia un panorama monocromo in tele di grande formato, tanto essenziali quanto visionarie ed impalpabili e che sottolineano la predilezione di Miró per il colore nero e per la calligrafia orientale.

A Mallorca, l’approccio con la scultura sarà un vero e proprio balsamo per il suo lato intimo e spirituale. Ogni sorta di materiale deteriorabile ed effimero in cui si imbatte – quali chiodi, ferri arrugginiti e brocche di terracotta – attraverso la metamorfosi data da ingegnosi assemblaggi o dalla fusione in bronzo, avrà modo di elevarsi ad opera d’arte, secondo il principio per cui “l’incontro con il divino avviene nell’incontro con l’insignificante”.

Il percorso espositivo trova la sua degna conclusione nell’evocativa ricostruzione dell’atelier Sert, uno studio gremito di pennelli, piattini, spazzolini, tubetti di colore, tavolozze ed in cui domina la sedia a dondolo sulla quale Mirò “ascolta i silenzi del suo mondo interiore”. È in un questo magnetico e ritirato regno che l’artista recupera vecchi schizzi per ridipingerci sopra, revisionandoli e poi abbandonandoli di nuovo per passare ad un’altra opera, generando, così, un’inesauribile catena.

Apparentemente indipendente, barbara e immune da qualsiasi dettame tecnico, l’arte di Joan Mirò non è affatto puro divertissement bensì un’arte che segue un processo misurato e severo, proprio come quello dell’artista stesso. Purificando segni e colori e scarnificando l’oggetto riconducendolo all’essenziale, dà vita tra terra e cielo, tra l’inafferrabile e il concreto, tra fantasia e controllo, ad un poetico scambio tra gli opposti.
“Provocare innanzitutto una sensazione fisica per poi arrivare all’anima” è il proposito dell’artista che prima risucchia l’osservatore in un vortice di percezioni per poi condurlo in una dimensione onirica, bagnata dalla calda luce mediterranea.

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