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Tre del mattino, quasi. Per questa notte può andar bene così. C’ho una stanchezza addosso che la metà basterebbe.

Tre del mattino, quasi. Per questa notte può andar bene così. C’ho una stanchezza addosso che la metà basterebbe. Ho appena fatto l’ultima corsa e lasciato il cliente dalle parti di San Giovanni. Spengo il tassametro e metto il muso del taxi sulla strada verso casa. Dieci minuti massimo e mi incollo al materasso.

 

Imbocco la tangenziale da viale Castrense, e dopo qualche minuto passo nel punto sopra lo Scalo di San Lorenzo dove tanti anni fa c’hanno girato Fantozzi, che dal balcone si cala direttamente sulla tangenziale per prendere l’autobus di corsa. Pensando alla scena accenno un sorriso, quando con la coda dell’occhio vedo qualcuno che attraversa la strada. Freno di botto, e tra scodinzolii e manovre varie riesco a non stamparmi sul guard-rail. La macchina si ferma. Le mie dita sono talmente strette al volante che sembrano fuse insieme. La puzza di bruciato degli pneumatici si fa sentire subito, così come le goccioline di sudore freddo che mi solcano la schiena. Esco dalla macchina con una rabbia addosso che se sputo in terra buco l’asfalto.

– Ma che cazzo fai! – grido all’imbecille che alle tre di notte non ha niente di meglio da fare che passeggiare sulla tangenziale.

Gli corro incontro con tutta l’intenzione di rimediare con le mani al fatto di averlo mancato con la macchina. E’ buio. Non si vede quasi nulla. Però più mi avvicino e più capisco che non si tratta di un uomo, ma di una ragazza. Peggio. Di una ragazzina. Avrà diciassette anni, non di più. L’istinto è quello di farla diventare vecchia a forza di calci nel culo, ma mi bastano pochi secondi per capire che non sta bene. Affatto. Mi guardo intorno. Sono in un punto pericoloso, che se viene qualcuno e ci prende io e la ragazzina diventiamo due spremute di carne. Che lei magari la cerca pure ‘sta fine. Ma io no. Scorgo due fari che si avvicinano, e già vedo la mia faccia su una foto in ceramica al camposanto. La ragazzina pure li vede i fari e ‘sta deficiente prova a ripetere la stronzata di prima. Non so chi me lo fa fare, ma corro verso di lei e la spingo via dal centro della strada fino al guard-rail. La tengo ferma. Non dice niente. Guarda la macchina passare, poi si piega verso terra e scoppia in lacrime. La rabbia mi svanisce in un secondo. Le chiedo che cosa succede. Non mi risponde. Piange e basta. L’aiuto ad alzarsi. Più che altro la tiro su di peso.

– Non puoi stare qui, è pericoloso! Ma che hai deciso de mori’ giovane? – le dico mentre mi avvicino al taxi; che se mi vedono pensano pure che sto a rimorchia’ una ragazzina.

Quella alza lo sguardo verso di me. Per la prima volta da un segno di vita. Si fa per dire. C’ha una tristezza in faccia che non si può descrivere, mentre con la testa fa di sì. Che io rimango senza parole. La trascino via, raggiungo il taxi, apro lo sportello e la butto dentro. Salgo in macchina e parto.

 

A via dello Scalo, all’altezza dei depositi postali lascio la Tangenziale, esco e passo sotto per andare verso San Lorenzo. Mi fermo subito dopo, al piazzale dove il fine settimana è impossibile trovare parcheggio per tutte le macchine che ci stanno dei ragazzi che vanno nei locali. In giro ora però non c’è nessuno, manco l’ombra di uno zombie che prova a scavalcare il muro di cinta del cimitero. La ragazzina intanto continua a piangere, il viso rivolto verso il finestrino. Cerco una battuta per rompere il ghiaccio, per farla parlare. Che magari le fa bene e poi…si sa, con gli sconosciuti si parla meglio. Guardo l’ora. Sospiro. Tra adrenalina e strizza, m’è passato pure il sonno. Penso sempre alla battuta da dire ma non mi viene niente. Per fortuna è lei a venirmi in aiuto. In uno scatto d’ira si volta verso il cruscotto, lo colpisce e lo fa aprire.

– No! Fantastico! – le dico  – Era bloccato da anni!

Non è vero, ma la battuta funziona, perché la ragazzina mi guarda un po’ sorpresa, ma almeno rilassa il volto che quasi le scappa di ridere.

– Mi scusi – sento per la prima volta la sua voce – …per prima…soprattutto…

– Dammi del tu per favore – le rispondo io scherzando – o mi fai sentire vecchio decrepito. Che poi qui, accanto al cimitero, non mi sembra proprio carino.

Sorride di nuovo, sempre poco. Mi metto di traverso e la guardo. Piccolina, fisico asciutto, piercing al sopracciglio destro e un tatuaggio che le spunta dal collo, capelli neri tagliati corti, anfibi slacciati ai piedi. Per come va in giro uno potrebbe anche scambiarla per un maschio. Però è carina. Tendo una mano e le dico il mio nome. Lei me la stringe e dice il suo. Giulia. Che però come lo dice mi fa sospettare che non è proprio sincera, ma lascio perdere.

– Giulia è un bel nome, – le rispondo – e lo so che non sono affari miei – continuo – ma perché volevi farti mettere sotto? Sulla tangenziale poi! Che posto più brutto non c’è!

Lei non risponde. Torna ad essere seria, con gli occhi lucidi a guardare fuori dal finestrino. Bene. Di nuovo ad un punto morto. E penso che stavolta ci rimaniamo. Perché francamente non ho altri tentativi da fare. È tardi, e per oggi penso di aver dato abbastanza. Accendo il motore.

– Dove abiti? Ti riaccompagno a casa. – le dico tagliando corto.

Giulia si volta di scatto.

– Ma tu chi cazzo sei? – grida all’improvviso – Che ti frega di quello che faccio? Me voi rimorchia’? Che vuoi, si può sapere? – apre lo sportello e scende – Lasciatemi in pace tutti cristo!

Si allontana di pochi passi. Si ferma. Io rimango impassibile, anche se c’avrei una voglia feroce di prenderla a calci. Ma non mi muovo, non dico nulla. Aspetto che si allontani e si tolga dalle scatole, ma vedo che tergiversa. Se risale in macchina stavolta però non perdo tempo, la lascio alla caserma dei carabinieri che sta poco distante, all’inizio di via dei Volsci. Appunto. Rientra, chiude lo sportello e si spalma sul sedile.

– Non ce l’ho più una casa – dice, e riprende a piangere.

Ecco fatto. Mi ci mancava pure l’adolescente che litiga coi genitori per chissà quale stupidaggine. Avvio il taxi, vado per prendere via dei Reti e penso subito a due cose: a chi me l’ha fatto fare a mettermi in una situazione simile e a come posso uscirne adesso. Che magari il padre già ha chiamato i carabinieri e la stanno cercando. E magari ora ci fermano pure e m’arrestano per adescamento di una minorenne. Poi vaglielo a spiega’ che invece cercavo di aiutarla.

 

Dopo qualche minuto mi ritrovo all’altezza della stazione Termini. Nel frattempo la ragazza ha smesso di piagnucolare. Passo sotto al tunnel e tiro su per via Giolitti, poi scendo a via Cavour. In silenzio. La ragazzina sembra essersi calmata. Forse ha capito che sto girando a caso, e forse è proprio quello che cerca.

– Allora? Mi dici che vuoi da me? – torna a chiedermi, quasi all’incrocio di via Cavour con i Fori Imperiali.

Accosto, mi fermo, e la guardo credo con una faccia che non è proprio la più simpatica.

– Senti regazzi’, io non so che ti gira per la testa, e adesso manco me ne frega più! Ma mettiamo in chiaro un paio di cose. Primo, non ti azzardare manco solo a pensare che io voglia qualcosa da te. Il mondo è pieno de stronzi, lo so, ma io non sono tra quelli, chiaro? Secondo, se permetti sono io che devo chiedere che cazzo vuoi, tu, da me! C’è mancato poco che ti mettessi sotto perché tu stavi facendo la più grossa, oltre che l’ultima, cazzata della tua vita e me ce stavi a mette in mezzo pure a me! Quindi famme er favore! Statte zitta! Te voi ammazza’? Fallo! Lì c’è il Colosseo, lo vedi? Ecco, salice sopra e buttate de sotto! Ma fallo da sola! Senza mette in mezzo persone che non c’entrano un cazzo, che se stanno in giro a quest’ora magari è perché lavorano e c’hanno famiglia e magari anche un figlio piccolo che vogliono far crescere senza che un giorno questo se ritrovi a cammina’ sulla tangenziale per farsi mettere sotto da un tassinaro! Chiaro? E adesso per favore esci da ‘sta macchina!

Finisco la sparata, che non so nemmeno come m’è venuta. Mi allungo dalla sua parte e apro la portiera, con la speranza che davvero si tolga dalle scatole e la facciamo finita con questa storia. Quella però non si muove. Magari adesso va in escandescenza e inizia a gridare. Giuro che se lo fa, me metto a strilla’ come un matto più di lei. Ma non fa nulla. Sta zitta. Mi guarda seria. E abbassa il capo. Sul cruscotto leggo l’ora. Le quattro meno un quarto. Sospiro di nuovo. Poi guardo fuori dal finestrino. Poco lontano c’è un buco ancora aperto dove vendono panini e bibite. Torno a guardare lei, che sta sempre zitta, lo sguardo basso. Si asciuga le lacrime dalle guance che ormai il viso è una maschera nera per la matita che le cola dagli occhi. Prendo un pacchetto di fazzoletti e glielo offro.

– Grazie – mi dice.

Mi allungo e chiudo lo sportello, che l’ho capita che stasera ormai è andata così. Riguardo il buco dove vendono i panini.

– Preferisci la porchetta o la mortadella? – chiedo.

Mi volto a guardarla, lei pure mi guarda.

– Porchetta per tutta la vita – risponde. Tira su con il naso, e poi sorride. Faccio lo stesso.

 

Seduti di fuori, sulla soglia di una vetrina, addento il panino che neanche fossi a digiuno da una settimana. Pure Giulia deve avere una fame pazzesca perché da certi mozzichi che batte pure a me.

– Da quant’è che non mangi? – le chiedo.

Lei manda giù il boccone, beve un sorso della bibita analcolica, che m’aveva chiesto una birra ma è minorenne e la birra se la compra da sola o quando c’ha diciott’anni e di certo non gliela compro io, e si pulisce le labbra con la manica della maglia.

– Il pranzo l’ho tirato addosso a mio padre – mi dice.

Bello. Ottimo. Bel quadretto familiare.

– Perché? Se ti va di dirmelo ovviamente – rispondo prima di addentare di nuovo il panino che già sto pensando a farmene un secondo.

– Tu c’hai un figlio piccolo? – mi chiede.

– Sì – rispondo.

– Se tuo figlio un giorno torna a casa e ti dice che invece della sua ragazza s’è accorto che è innamorato del fratello della ragazza?

Mi va di traverso il boccone finale. Tossisco. Sto per strozzarmi, mi manca il fiato, la vita mi passa tutta davanti e fa pure un altro giro, poi finalmente riesco a sputare il pezzo di panino e torno a respirare.

– In che senso? – chiedo facendo finta di non capire, che c’ho le lacrime agli occhi e l’esofago sottosopra.

– Nel senso che ho lasciato il mio ragazzo – risponde lei – perché ho capito che invece mi piace sua sorella, che quando scopavo con lui io me sognavo de sta’ a scopa’ co’ lei, che poi è pure facile perché si assomigliano come due gocce d’acqua.

Mi guarda, seria. Io invece sto per svenire, lo sento. Mi vengono in testa miliardi di pensieri che non riesco ad inquadrare. Però alla fine quello più chiaro e forte è che penso a lei. Mi piace ‘sta ragazzina! Sì perché io credevo che il problema era magari il motorino nuovo o un cellulare più figo, e invece me sta a di’ una cosa seria. E me lo sta a di’ convinta, senza paura.

– Tie’, fatte un sorso – le dico offrendole la mia bottiglia di birra.

Mi alzo e vado a prendere altri due panini…e…lo so che è soprattutto un modo per evitare di rispondere alla sua domanda.

 

– Dagli tempo, – riprendo quando sono di nuovo seduto al suo fianco – per te è stato facile accettare ‘sta cosa?

– No…per niente…

– Ecco figurate per loro che sono i tuoi genitori. Comunque, te posso di’ una cosa? Quando me l’hai detto prima, l’hai fatto con sicurezza, eri fiera, senza paura. Ecco, a prescindere da tutto, secondo me, nella vita sta fierezza t’aiuta tanto e te la dovresti conserva’ come oro. Tu sei la prima persona con cui devi andare d’accordo, di cui avere fiducia. Il resto è importante, sì, ma viene dopo. E non me fa’ di altro che non sono bravo e comincio a di’ un sacco de cazzate. Va bene?

Mi guarda, fa sì con la testa e sorride, stavolta sul serio. Che quasi me fa veni’ i lucciconi agli occhi.

– ‘Namo va – le dico alzandomi di botto – ti riaccompagno a casa. Sul serio stavolta.

 

Lascio Giulia davanti ad un portone nei pressi di Re di Roma. Lei apre lo sportello, ma ci sta diverso tempo prima di muoversi. Mi guarda, mi ringrazia e chiede mille volte scusa. Poi ci stringiamo la mano per salutarci. Sta per scendere, ma si ferma.

– Senti…in verità mi chiamo Roberta – mi dice, e aggiunge pure il cognome, che c’ha il contatto su Facebook così la posso cercare e stringiamo amicizia. Sorrido, le rispondo va bene, che la cercherò. Ma non glielo dico che io Facebook non so manco come funziona. E manco lo voglio sape’. Esce dalla macchina e si allontana, arriva al portone, si gira di nuovo per salutarmi. Alzo una mano, e l’abbasso solo quando entra dentro.

 

Guardo davanti, la strada deserta. Con una mano cerco le chiavi nel cruscotto. Sto per accendere, quando mi torna in mente la sua domanda: se tuo figlio un giorno torna a casa … che faresti? Sento brividi gelati sulla schiena

– Che farei… – sussurro tra me – e che farei Roberti’?…che farei…che farei…ma una domanda più semplice no? Ossignore che nottata! – taglio corto e pure da vigliacco alla fine, senza rispondermi.

 

Accendo e parto. Guardo l’orologio, e i riflessi sul parabrezza delle prime luci del mattino. Sbadiglio. Direi che è ora di tornare a casa. Da qui se prendo la tangenziale ci metto…

No.

Proprio no.

Qualunque altra strada, ma niente tangenziale.

Il letto m’ha aspettato tutta la notte, cinque minuti in più non s’offende di certo. Anzi, quasi quasi me fermo pure a prendere i cornetti caldi. Che dopo il salato, il dolce ci sta sempre bene.

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