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Woody Allen: “Girare un film ti impedisce di pensare ai grandi problemi della vita”

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L’anteprima stampa di To Rome With Love, il ritratto che Woody Allen ha fatto di Roma, l’ultimo dei suoi affreschi europei, è appena terminata. Si è riso molto...

L’anteprima stampa di To Rome With Love, il ritratto che Woody Allen ha fatto di Roma, l’ultimo dei suoi affreschi europei, è appena terminata.

Si è riso molto durante la proiezione, e le battute di Woody Allen che è tornato a recitare perché, come dirà più tardi: – “se c’è un ruolo per me in una storia sono ben felice di passare davanti alla macchina da presa, solo che a una certa età i ruoli d’amore non si possono più fare” – le sue battute familiari, ma non ripetitive, eccheggiano ancora nelle nostre orecchie come una musica che, ci accorgiamo adesso, ci era molto mancata, una sinfonia della leggerezza che attraversa la pioggia gelida che si riversa sugli alberi di villa Borghese, attorno all’Hotel Parco dei Principi dove il cast alloggia.

E la pioggia gelida porta con sé qualcosa d’altro, più strisciante e insidioso, una stretta nera sul cuore, una mano di piombo sotto la giacca.

A Roma con amore certo, di amore per Roma ce ne è tanto nel film.

Traspare dalle storie, dalle persone, da certe inquadrature, la vista dalle terrazze romane, i gradoni dell’Auditorium,  le luci di Piazza di Spagna che rivelano dei luoghi di Roma, anche per chi li conosce da sempre, qualcosa di nuovo.

Come per Londra, Barcellona e Parigi Woody Allen ha rincorso i cliché, invece di fuggirli, e li ha esaltati, ne ha ritrovato il volto primigenio, l’incanto e la verità che ne erano all’origine.

Ma le storie italiane che si dipanano tra le meraviglie da lui riscoperte hanno un lato doloroso che il tocco leggero della regia smussa e ammanta di luce, eppure quel disagio ci è entrato nelle ossa.

Attorno a noi c’è chi si stringe nelle spalle: d’altronde questo siamo, che altro volevamo trovare, e altri ancora dicono che è un film per un pubblico internazionale, un film che non piacerà in Italia. C’è una leggera sconnessione nelle storie, nelle sottotrame, a ben guardare non tutti i fili sembrano chiudersi, eppure, insieme, quelle storie compongono un affresco bellissimo. Dove la tessitura a nudo rivela il culto dell’appagamento, della celebrità, della forma.

Entriamo nell’albergo, al riparo dalla pioggia, per la conferenza stampa.  E nei corridoi adesso qualcuno sembra uscito dal film di Allen e insegue donne procaci che si aggirano nella hall, c’è chi dice che non c’è niente di male purché lo si sappia fare.

Sembra difficile districarsi tra i personaggi del film e la realtà, tra le figure che avanzano sul tappeto rosso del film e alcuni volti nelle grandi sale dell’albergo.

E fuori piove, dietro i grandi vetri, tra le verdi chiome sembra che non debba smettere più.

Al grande tavolo della Conferenza stampa sono seduti in tanti. Woody Allen al centro, alla sua destra Penelope Cruz e Alec Baldwin, a sinistra Roberto Benigni e Jesse Eisenberg.

È lì Woody Allen, il grande mito, piccolo e come oscurato da tanto mondo, tanti attori, da tutta la vita che lui ha messo in moto.  Fragile, fragilissimo sembra. Tanta pioggia, tanto frastuono potrebbero spezzarlo.

Cosa dirà?

E Benigni salterà sul tavolo?

Ma lentamente, a mano a mano che la conferenza stampa avanza e le domande si susseguono tutte per il regista, si rimane sorpresi, ammaliati ad ascoltarlo: niente giochi di parole, o battute. Niente gigionismo. Immenso mestiere, professionionalità, umanità. Sembra che stia recitando in uno dei suoi film, ma senza nevrosi. Parla in modo semplice ed uno ricorda d’un tratto quante cose importanti si possano dire in modo semplice.  Come è strano il suono della sua voce, strano sentirla fuori dallo schermo assurdamente strana la sua calma, la sua ironia impalpabile e onnipresente che si impenna a tratti e si condensa in una parola, un gesto.

Ed è normale che dica che in America tutti provano un affetto profondo per l’Italia, per il suo calore, per l’atteggiamento con cui si affronta la vita: positivo affermativo easygoing. “In Svezia ecco io avrei probabilmente fatto un altro film, ci sarebbero state altre implicazioni psicologiche. Gli italiani sono colourful, c’è un calore in Italia, gli italiani are larger than life.

Ma perché dite che girerò il prossimo film a Copenaghen? Giuro che non conosco nessuno a Copenaghen, non ho mai parlato con nessuno a Copenaghen.

Mi piacciono le città, Parigi, Roma non sono poi così diverse da New York nell’animo. La cosmetica può essere diversa. Ma le città sono posti dove per me è facile vivere e dove è facile trovare delle storie. Non potrei girare film nel deserto o in zone rurali. Questo no”.

“Ma l’Italia che lei ha messo nel suo film non è quella che ci ha appena descritto a parole.” Lo incalza qualcuno dal pubblico.

Woody Allen risponde senza dire, il malessere che serpeggia nella sala non riesce a farsi parola, non riesce a portare le domande su nulla di reale, sono  segnali della malattia che il malato non può cogliere, non vuole e il suo occhio se anche li vede ci scivola sopra. Le provocazioni scivolano senza fare presa, come il malessere che ci balla nel cuore.

Non vogliamo fermarci davanti a questo specchio ed è specchio che guizza via in un istante e riflette altre immagini. Il film di Allen è un caleidoscopio dove il nero appare solo per poco.

Solo un breve scorcio e subito la macchina da presa salta via ad illuminare le bizzarrie e i moti dell’animo umano. Le dolcezze, i tranelli, le tentazioni della vita, dell’amore, le sue inquietudini.

Il cinema di Allen è un cinema senza tempo, dirà più tardi Alec Baldwin che nel film interpreta l’architetto americano che a Roma ritrova il ricordo di un amore sbagliato della sua gioventù: il cinema di Allen non si può fermare su questo tempo della nostra Italia. Il suo cinema parla del moto perenne del cuore, il desiderio di amare e di essere amati, il desiderio di capire.

Non può essere legato a Berlusconi o a Monti, alla Lega. Ma la sala preme, gli vien chiesto di fare nomi, di dire a chi si è ispirato in questo suo ritratto. “Quando lei è venuto qui al Governo c’erano certe persone. E il personaggio che lei tratteggia, signor Benigni, ci ricorda tanto qualcuno: uomini che diventano famosi senza una ragione”.

“Quando decido di girare in un luogo, di raccontare un luogo, colgo ciò che mi colpisce ai fini del racconto. Cerco ciò che può essere utile e serva a creare una storia, non so abbastanza dell’Italia per vederla a fondo” – Si schermisce Allen – “Non mi permetterei mai di entrare nelle sue questioni politiche o economiche”. Finge di non sapere o non lo sa davvero che l’ha rovesciata a nudo? E che fa male quello che lui ha visto?

Sono le sue eterne storie d’amore ad intrecciarsi anche a Roma, storie d’amore che lo spettatore può interpretare a suo modo, suscettibili di varie interpretazioni. Resteranno insieme i partner delle tante coppie? Ci sono i presupposti perché siano felici? Avranno imparato davvero qualcosa dall’esperienza vissuta? Saranno persone migliori o più felici? Continueranno a cercare l’amore?

Così anche le storie di Roma possono essere interpretate in tanti modi. Avremo imparato? Saremo migliori? Cercheremo l’amore? Ognuno ci vede quel che può. E il resto è solo intermezzo, solo contorno.

Penelope Cruz, nel film una meravigliosa prostituta, una escort che frequenta le alte sfere del potere, si prodiga in un lungo elegio di Woody Allen. Non sembra il solito elogio dell’attore in conferenza stampa.

“Potrei stare qui per ore a parlarne. Mi avevano detto che non dice niente, non ti dà indicazioni ed invece lui non faceva altro che rispondere alle mie domande. Risolvere i miei dubbi”

Ma la domanda dal pubblico è sempre la stessa.

“Le cose che lei ritrae: la fama creata dal nulla, una escort ambita dal potere, tutto questo, sa, qui da noi è molto vero.”

“Beh allora diciamo che è solo un guadagno, se l’idea che io colgo e che sembra divertente per raccontare una storia rispecchia anche la realtà, bene allora è ancora meglio”.

Visto che è impossibile cavargli di bocca commenti sull’Italia, visto che anche Benigni dice e non dice, si torna a denti stretti a parlare di cinema.

“Perché fa cinema? È una terapia per lei?

“Per me è un’enorme distrazione. Girare un film ti impedisce di pensare ai grandi problemi della vita. Altrimenti te ne stai a casa a pensare a quante cose tremende stanno succedendo proprio in quel momento”.

“E che effetto le fa sentirsi doppiato?”

“I don’like dubbing at all. Per noi americani il doppiaggio è una cosa molto strana. Siamo cresciuti sentendo le voci degli attori. Anche in passato i miei film in Europa li mandavo sempre con i sottotitoli. Ma ho visto che non funzionava. In Italia il pubblico non è abituato a leggere. È una distrazione. Eppure per quanto il doppiaggio mi sembri una stonatura sgradevole devo ammettere che l’uomo che mi ha doppiato in Italia per tanti anni ha fatto di me un eroe. Non so se sentendo la mia vera voce il pubblico italiano mi avrebbe amato tanto.

Sono tante le cose che contribuiscono al successo di un film: gli attori sono fondamentali. Il casting richiede molto tempo, fai una lunga ricerca. E quando trovi la gente giusta li lasci fare. Sono fondamentali gli attori e qui in Italia è stato fondamentale il doppiaggio.”

E la conferenza stampa, dove nulla è stato detto, dove la polemica non ha permesso di rivelare nulla, dove non si è neanche sfiorato il segreto del film e del suo regista, si sta per concludere. Non c’è stato tempo per invitare sul palco gli attori italiani così bravi seduti in prima fila  e in un estremo tentativo di guadagnarsi un titolo anche l’ultima domanda non fa altro che ripetere lo stesso ritornello: ma Roma ci dica qualcosa di Roma. Di quella città che aspetta oltre i grandi alberi di Villa Borghese che si muovono nel vento oltre le vetrate.

“Le prime volte che venivo in Europa, negli anni ’60, Roma era esotica, per gli standard americani era molto esotica. In qualche modo a Londra e a Parigi trovavi un’eco di ciò che conoscevi. Ma a Roma no, Roma è una grande festa per fare un film.”

Benigni ha raccontato delle ambulanze che inchiodavano quando vedevano Woody Allen girare per strada, e il film inzia proprio così con il boato di un incidente fuori campo. Ma la scena dolceamara che ci è rimasta negli occhi è un’altra.

Si svolge in una Via Veneto senza glamour, non sarà stata una scelta casuale, con passanti frettolosi che si scostano quando Benigni li interpella cercando di ritrovare le tracce della sua fama perduta. Sperando che qualcuno ancora si ricordi di lui. Solo una ragazza dal viso gentile si ferma nella strada della dolce vita di cui nulla rimane.  Solo il sorriso di una ragazza gentile, bella di una bellezza interiore.

C’è anche questo da noi, è un germe di futuro, forse, che il maestro fragilissimo ha colto. Oppure lo abbiamo colto noi. Ognuno lo può interpretare come vuole.

E ora seguiamo Alec Baldwin in una sala ai piani inferiori dell’Hotel dove lo scroscio della pioggia arriva attutito, come un suono lontano.

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