Condividi su facebook
Condividi su twitter

Di cinema ed altre arti. I colori della Passione

di

Data

Da antichi ammiratori di Virginia Woolf, è stato con un certo disagio che abbiamo letto di recente, da un suo libro di imminente uscita, una serie di giudizi tranchant sul cinema, giustificabili forse solo...

Da antichi ammiratori di Virginia Woolf, è stato con un certo disagio che abbiamo letto di recente, da un suo libro di imminente uscita, una serie di giudizi tranchant sul cinema, giustificabili forse solo per l’epoca del saggio (1926).

Ad esempio:

– (…) “Il cinema è piombato sulla sua preda (la Letteratura  – NdR) con estrema rapacità e, finora, si nutre perlopiù del corpo della sua sfortunata vittima. Ma i risultati sono disastrosi per entrambi” (…)

E ancora: – “…Ma quali sono, poi, le sue trovate? Se smettesse d’essere un parassita, come potrebbe camminare sui propri piedi? Attualmente è solo da alcuni indizi che si può formulare qualche ipotesi”.

Anche se poi concede: – “…E a volte, al cinema, nel bel mezzo della sua smisurata destrezza ed immensa competenza tecnica, si apre il sipario e scorgiamo, in lontananza, qualche sconosciuta ed inaspettata bellezza”.

[Da V. Woolf. “Sul Cinema” (Mimesis Ed.; 2012)]

 

Mentre condividiamo totalmente quel che del Cinema ha detto il maestro giapponese Akira Kurosawa, che: “Il cinema racchiude in sé molte altre arti; così come ha caratteristiche proprie della letteratura, ugualmente ha connotati propri del teatro, un aspetto filosofico e attributi improntati alla pittura, alla scultura, alla musica”

 

Da quando Virginia Woolf così severamente ne scriveva, tempo è passato! …e il cinema è giunto quasi ‘per acclamazione’ a far parte delle arti maggiori come “la settima arte”.

Ma anche qui, tra le Muse e le Arti, quante cose sono cambiate!

 

Le nove Muse. I caratteri delle Muse nel tempio di Apollo. Olio su tela di Richard Samuel. 1778 (National Portrait Gallery; London)

Le nove Muse

Calliope, colei che ha uno sguardo bello, la Poesia epica;

Clio, colei che rende celebri, la Storia;

Erato, colei che provoca desiderio, la Poesia amorosa;

Euterpe, colei che rallegra, la Poesia lirica;

Melpomene, colei che canta, la Tragedia;

Polimnia, colei che ha molti inni, il Mimo;

Talia, colei che è festiva, la Commedia;

Tersicore, colei che si diletta nella Danza;

Urania, colei che è celeste, l’Astronomia.

 

Dalle nove Muse, alle sei Arti (più una): l’Architettura, la Musica, la Pittura, la Scultura,

la Poesia, la Danza… e con il Cinema, sette!

 

Non ci vogliamo certo addentrare nelle correlazioni con le singole arti, ma solo prendere lo spunto da un film (in questi giorni ancora nelle sale) per approfondire i rapporti tra cinema e pittura. Il film è “I colori della Passione”  – The Mill and the Cross – del regista polacco Lech Majewski calligrafica trascrizione ‘per schermo e tecnologia’ del famoso quadro datato 1564 del pittore fiammingo Pietr Bruegel il vecchio (1525 -1569): Salita al Calvario.

 

Pieter Bruegel (Breda,1525/1530 – Bruxelles, 1569) è stato un pittore molto prolifico, che molti ricorderanno per altri suoi quadri, come La Grande Torre di Babele (1563), Cacciatori nella neve (1565), La parabola dei Ciechi (1568).

“La parabola dei ciechi” è un dipinto autografo di Pieter Bruegel, tempera su tela (86 x 154), del 1568, custodito nelle Gallerie Nazionali di Capodimonte
Pieter Bruegel (il Vecchio). Salita al Calvario (1564). Olio su tavola di grande formato (124 x 170) conservato al Kunsthistorische Museum di Vienna

Il quadro ripreso nel film, complesso e affollato di circa centocinquanta figure, rappresenta l’attualizzazione della Passione di Cristo in un paesaggio (le Fiandre) e in un’epoca il cui quel popolo subiva la feroce dominazione spagnola da parte di Carlo V prima, e di suo figlio Filippo II poi, nell’intento di imporre le credenze religiose della cattolicissima Spagna ad un paese in gran parte protestante.


Locandina del film The Mill and the Cross (2012) di Lech Majewski, con Rutger Hauer, Charlotte Rampling, Michael York

L’operazione di trasporre opere pittoriche in un contesto filmico non è una novità. Già Tarkovskij nel 1974 aveva inserito un ‘quadro vivente’ ispirato proprio a Bruegel e al suo “I cacciatori nella neve” in Lo specchio (1974).

Pieter Bruegel. Cacciatori nella neve (1565); al Kunsthistorische Museum di Vienna

Anche Eric Rohmer in La nobildonna e il duca (2001) aveva utilizzato alcune opere di Jacques Louis David.

Kurosawa in Sogni (Akira Kurosawa’s Dreams) del 1990,  fa entrare un attore in “Campo di grano con corvi” di Van Gogh: un film già citato su queste pagine [Vedi in “O”: Il senso di Hiroshige per la natura. Il Giappone sognato 
del 19.04.09]. E Peter Greenaway in Nightwatching (2007) – La ronda di notte –  ambientato nel 1642, racconta la genesi dell’omonimo celebre dipinto di Rembrandt.

 

Con il geniale utilizzo della computer-grafica, Majewski mescola su più livelli blue screen  e paesaggi reali, fondali dipinti e figure in carne ed ossa, con risultati notevoli dal punto di vista figurativo.

Nel film viene descritto il percorso dell’artista Bruegel (impersonato da un anziano Rutger Hauer (Blade Runner, Ladyhawke, La leggenda del Santo Bevitore) nella ‘costruzione’ del suo dipinto.

 

Un ‘centro’ della composizione rappresentato dall’Uomo che porta la croce, la “città della Vita” sulla sinistra del quadro (con l’albero della Vita) e la “città della Morte” sulla destra, lo spazio per il supplizio della Croce, cui si dirige la folla, con a lato l’albero della Morte, il palo con la ruota cui venivano issati i condannati che venivano quindi beccati dai corvi.

 

Dall’alto domina il mulino (the mill, del titolo originale) il cui mugnaio assimilato a Dio guarda imperturbabile nella pianura sottostante gli eventi umani e amministra il pane della vita.

Con altri personaggi e simboli inerenti alla tragedia della Passione, il potente locale che ‘se ne lava le mani’, il traditore con i suoi trenta denari distrutto dal rimorso, la Mater dolorosa.

La rupe col mulino e le giubbe rosse dei mercenari spagnoli
L’Uomo che porta la Croce e la diversione degli sguardi su Simone di Cirene
Il carro con i due ladroni
Il cerchio della Crocifissione
La Mater dolorosa

Vengono partecipati (allo spettatore) i ragionamenti dell’artista, che dopo aver stabilito il centro del dipinto, ne fa divergere lo sguardo, portando l’osservatore a seguire lo sguardo della folla, distratta da altri eventi; è suo desiderio infatti di mostrare la scarsa partecipazione del popolo alla tragedia grande che va compiendo sotto i loro occhi, per piccole distrazioni senza significato.

 

Sono descritti tutti i rovelli dell’Artista nella comporre l’immagine del quadro che si vede compiere sotto i nostri occhi di spettatori, seguendo alcuni dei personaggi nelle loro vite quotidiane, fino all’assemblamento dei vari particolari nell’insieme finale.

 

E ritorna alla mente quanto il cinema è debitore alla pittura, nelle tecniche di composizione Dalle immagini piatte della pittura medioevale ai dipinti rinascimentali – Raffaello ad esempio – in cui il gioco incrociato degli sguardi dei personaggi rimanda ad ‘altro’ fuori dal quadro, delineando così già una storia intorno e dietro ad esso [da un’intuizione di Gianni Sarro – N.d.A.]. Immagini che a posteriori sono già desiderio di storie e di cinema.

Il Trionfo di Galatea (1511) è un affresco (295 x 225) di Raffaello Sanzio, conservato nella Villa Farnesina di Roma

Fino a ricordare “l’inquadratura di Dio”, di cui parlava Alfred Hitchcock, un punto di vista impossibile ad occhio umano ricreato con l’artificio di una macchina da presa e dei semplici ‘effetti speciali’ disponibili al tempo; con maggiore efficacia e grandi risultati, nelle mani giuste, al tempo d’oggi.

 

Ma colpisce, in tale ineccepibile rappresentazione pittorica, la singolare mancanza di coinvolgimento dello spettatore, nell’assistere agli eventi pur così drammatici.

Quello che è stato variamente indicato come “punto di vista affettivo’ o tranfert o ‘immedesimazione’ anche transitoria con la situazione o il personaggio messi in scena.

 

E proprio quando si sta pensando che tutto quel che si è visto altro non sia che una mera costruzione intellettualistica, ecco che il dipinto nella sua interezza si impone malgrado tutto: quell’alta rupe con il mulino in cima sta proprio lì, così come quelle giubbe rosse, e quella ruota sul palo della Morte.

Qualcuno le ha viste e pensate, quelle immagini, e poi dipinte; prima ancora del regista del nostro film. E il fatto di averne avuto, da spettatori, solo una scarsa emozione, d’un tratto non sembra più così importante… Forse perché è la Storia stessa, tanto più grande, incommensurabile rispetto agli uomini, a non poter essere misurata in emozioni umane… E si esce da quel vortice di pensieri  – e come nel film, dalla sala del Museo dove il quadro è conservato – in silenzio, quasi in punta di piedi, per non disturbare.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'