Poliziottesco anni ’70 (prima parte)

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Il mio incontro con il poliziottesco italiano risale almeno a quattro anni fa, adesso che ci penso bene. Fu un incontro casuale, non sapevo chi fosse Fernando di Leo, ne tanto meno avevo una vaga idea di cosa stavo per vedere.

Il mio incontro con il poliziottesco italiano risale almeno a quattro anni fa, adesso che ci penso bene.

Fu un incontro casuale, non sapevo chi fosse Fernando di Leo, ne tanto meno avevo una vaga idea di cosa stavo per vedere. Il tributo di Tarantino nei suoi confronti e il fascino dell’abbinamento “Cineteca Nazionale – sala Trevi”, dietro la famosa fontana appunto, ci fecero incontrare in una domenica pomeriggio dal gusto di tentata evasione.

I primi minuti ricordo che trattenni a stento il riso.

Facce imperscrutabili, dialoghi ridotti all’essenziale, personaggi tagliati con l’accetta, tutto mi portava verso il genere grottesco. Pian piano però sono entrato dentro la storia di “Diamanti Sporchi di Sangue” e quando il film è finito ho sentito che c’era qualcosa che mi era piaciuto, che si era stabilito un legame, non avrei però saputo dire quale.

Il problema degli interessi, e ancor più delle passioni, è la loro sostenibilità.

In questo caso per fortuna non c’è niente (o quasi) di impossibile, anche se non è proprio come andare a noleggiare film sotto casa. Come disse Umberto Lenzi ” Questi film erano fatti dagli uomini e per gli uomini” non certo il genere da condividere con la propria ragazza e nessuno dei miei amici pareva incuriosito dalla materia. E cosi la cosa si fermò li dove era nata.

 

Qualche tempo dopo da Feltrinelli, in un angolino di una sala, in uno scaffale in basso, mi capitò di prendere in mano una riedizione di alcuni film di Di Leo e senza indugi mi comprai “Milano calibro 9”, “I padroni della città” e il “Boss”. Arrivato a casa però fui colto da un dubbio e cosi, incerto se le pellicole potessero rivelarsi o meno un fiasco, le lasciai stagionare nella libreria, non volendo correre il rischio di rovinare il ricordo di quella domenica pomeriggio dell’anno scorso.

Quando mi decisi a caricare il primo dvd bastarono i primi cento secondi de “I padroni della Città” a scongiurare questo pericolo. Datemi questo credito, vi prego, guardatevelo, ascoltatevelo, e ditemi che ne pensate. Cento secondi, orologio alla mano. In soli cento secondi si presenta uno dei protagonisti, un ragazzo scanzonato a bordo di una dune buggy con i jeans a zampa che gira la città per riscuotere il pizzo. Le ragazze lo notano perché è uno giusto. Come facciamo noi a saperlo che è uno dritto?! Chi lo dice?! Semplice, le note del flauto dirette da Luiz E. Bacalov.

 

Non mi vergogno a confessare la felicità che ho provato di fronte alla scoperta dell’omaggio di Tarantino che ne ha ripreso alcuni brani per la colonna sonora di Kill Bill, tra cui “Il grande duello”.

 

Nella cronologia di questa nuova passione, ci metterei una pietra miliare, che forse fa proprio parte delle passioni, ovvero la condivisione, il gusto nel potersi confrontare.

Il mio coinquilino si prende dal mio scaffale “Cani arrabbiati” di Bava e gli piace da morire, il finale a sorpresa lo esalta. Gli passo i tre Di Leo e se li beve tutti in appena ventiquattro ore.

Adesso contrattacca aggressivo prendendomi alla sprovvista con un caricatore pesante, il web. Non ci avevo mai pensato, davo questi film per introvabili. Mi mette con le spalle al muro e mi crivella di pellicole, costringendomi a guardarmi un film dopo l’altro, senza interruzione, ogni momento deve essere sfruttato.

 

Proviamo con Thomas Miliam, ci dicevano che quello dei primi era diverso ma “Il giustiziera sfida la città” non ci coinvolge, troppo spaccone, non sembra che rischi mai veramente qualcosa. Poi un capolavoro: “Il cittadino si ribella” con Franco Nero che ad oggi resta saldamente nella mia top five. É la storia di un cittadino che dopo aver partecipato e subito una rapina in un ufficio postale, decide di farsi giustizia da solo, facendosi forse portavoce dell’esasperazione contro la microcriminalità che dilagava in quegli anni.

 

E’ la vera e propria miccia e allora via a tutta birra con Enzo G. Castellari e i fratelli Sergio e Luciano Martino, ovviamente passando per Umberto Lenzi, i suoi inseguimenti incalzati sulle musiche del maestro Micalizzi che ci rimangono in testa per settimane. E quando Panariello qualche settimana fa a mezzanotte intermezza il suo show con uno stacchetto sulle note del maestro Micalizzi, ci viene il dubbio di avere esagerato.

Anche qui solo, per favore, concedetemi un credito di soli 90 secondi, per l’inizio di “Italia a mano armata”, dove inseguimenti, arresti e scontri a fuoco si susseguono senza tregua.

 

Ancora, sotto, se vi va, minuto 44′.30″, una scena da “Napoli violenta” dove un criminale agli arresti dominiciali partecipa ad una rapina e poi si crea l’alibi perfetto attraversando in moto tutta Napoli per andare a porre la sua firma in commissariato, ottemperando a questo obbligo. Eccezionale l’inquadratura che rimbalza tra il tachimetro e la ruota anteriore.

 

Ecco che arrivano puntuali le prime divergenze tra me e il mio coinquilino su cosa intendiamo per genere poliziesco e soprattutto su cosa ci piace e come deve essere fatto. Per me i riflettori sono tutti sulla malavita, diciamo come ne “Il Padrino”, o in “C’era una volta in America”, lui invece cerca il confronto polizia-malavita, e la vittoria della prima. La cosa si risolve facile, il tempo necessario a riconoscere che entrambe le varianti hanno pari dignità. Il secondo punto, il come deve essere fatto, resta tuttavia più difficile da conciliare.

Il mio problema ha un nome, anzi, un cognome: Betti, il commissario Betti, protagonista sia di  “Italia a Mano Armata” che di “Napoli Violenta” ( e anche “Roma Violenta”).

 

Indendiamoci, la cosa dura quello che deve durare perchè i film di Umberto Lenzi sono davvero girati bene, l’uso che fa dei primi piani e dello zoom mi fa letteralmente impazzire.

Con i rudimenti di cinema che mi ritrovo non sono certo capace di individuare quelli che in gergo tecnico si chiamano turning point. Forse prendendo un timer, conoscendo la lunghezza del film e che una regola del pollice lo vuole nel primo quarto… si ci potrei provare ma non sono proprio sicuro di riuscire a capirlo durante la prima visione.

 

Due film dove non ti sbagli: “Il Verdetto” e “Italia a mano armata”. Nel primo quando l’avvocato decide di rappresentare la sua cliente, ridotta per sempre in un letto di ospedale in stato comatoso, nel suo interesse, cercando la verità e la giustizia, ovvero ribaltando quelle che erano le sue intenzioni iniziali, patteggiare e chiudere il caso in fretta racimolando quei soldi a lui tanto necessari. Nel secondo caso quando il Commissario si impegna per ritrovare e liberare il fratellino rapito di questa giovane bella ragazza. Vedetevi al 8′.30″ una scena da manuale: il Commissario che prima reagisce alle lamentele e poi si commuove, deglutisce e finalmente sposa la causa, non solo per dovere ma perché solidale con i parenti.

Il commissario Betti, dicevamo, un rappresentante delle istituzioni tutto d’un pezzo, integro e totalmente dedito alla sua missione. Una faccia del cinema di quegli anni. Si, ma l’altra? Che dire di quei poliziotti corrotti? Si, perché accanto a queste pellicole, alcuni soggetti sgomitavano per farsi largo su tutti “Il poliziotto è marcio”, per l’appunto. Qui protagonista assoluto diventa un commissario che intasca regolari mazzette per coprire i traffici illegali di un’organizzazione criminale.

Voglio vedere il film, voglio capire perchè non ha trovato spazio, cosa lo rendeva cosi scomodo e in che modo. Che cosa pone un film più avanti dei suoi tempi? Fosse stato solo un brutto film forse non sarebbe stato portato a conclusione. No, c’è di più ne sono sicuro.

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