Lilly, Proust e gli anni ‘70

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Proust diceva che quando addentava uno di quei biscotti a forma di conchiglia gli tornavano in mente i giorni dell’infanzia. Pensa che rottura, mi sono sempre detto, manco un...

Proust diceva che quando addentava uno di quei biscotti a forma di conchiglia gli tornavano in mente i giorni dell’infanzia. Pensa che rottura, mi sono sempre detto, manco un tè in pace si poteva bere. Che poi magari, in realtà, invece che i biscotti a forma di conchiglia erano i polpettoni della nonna; ma a scriverci un capolavoro non c’avrebbe fatto la stessa figura. Voglio dire: più romantici il tè e la madeleine che il polpettone. Io Proust l’ho letto poco, però m’è tornato in mente qualche giorno fa, mentre col taxi attraversavo piazza Balsamo Crivelli per tornare a casa, poco distante da lì. Piazza Balsamo Crivelli sta a Casal Bruciato centro. Che non è da confondere con il Centro di Roma. Proprio no. Anche se pure a piazza Balsamo Crivelli, io di tramonti da togliere il fiato ne ho visti. Magari a qualcun altro non avrebbero detto nulla, però a me, che ci sono cresciuto, quando un giorno non li vedrò più, me sa tanto che me mancheranno davvero.

 

Stavo fermo a uno stop, quando dalla radio è arrivata. Forte. Chiara. Quei trentadue secondi di chitarra acustica li ho riconosciuti subito. E ho pensato: strano, bello, che ancora c’è qualcuno che gli prende il capriccio di passare certi pezzi. Che anche se non hanno fatto la storia, almeno l’hanno accompagnata. Lilly è una canzone del 1975. Quando nelle corde Antonello Venditti c’aveva ancora il veleno, che poi vabbe’, ognuno è padrone di fare quel che vuole, ma a me piaceva più a quei tempi. Comunque, che c’entra Proust con Venditti proprio non lo so. Ma come a Proust è bastata una briciola di madeleine per ricordarsi l’infanzia, a me sono bastati i tre accordi iniziali di Lilly.

 

Arrivato sotto casa ho spento il motore e sono rimasto seduto dentro. Guardavo intorno, oltre i vetri dell’auto. Guardavo il sole che si specchiava sulle finestre del palazzo delle Autostrade S.p.A. Ascoltando Lilly. Coi ricordi che piano piano venivano a bussare ai finestrini per entrare.

 

Lilly lilly…quattro buchi nella pelle…

 

A Roma negli anni settanta straripava il fiume. Ma non era il Tevere, che passa dentro la città e la divide in due parti quasi esatte. Il fiume che dico io era quello marrone dell’eroina. Anche se il Tevere, a dire la verità, tende pure lui al marrone, ma questa è un’altra storia.

 

Io negli anni settanta ero un ragazzino. C’era stata la crisi energetica, c’erano stati gli anni di piombo e la protesta studentesca, c’era stata una musica da dio come non sarebbe mai più arrivata. Di tutto questo però ricordo poco. Le so perché l’ho riscoperte dopo. Una cosa però me la ricordo. La faccia di mio padre che mi diceva qualcosa a proposito della droga. Che se avessi iniziato a farmi, io adulto non ce sarei mai diventato. Ma non per un overdose o qualcosa di simile. Perché m’avrebbe ammazzato lui prima, a costo di finire al gabbio. Io negli anni settanta ero solo un ragazzino, però ‘sta cosa la capivo, la leggevo negli occhi di mio padre, che me lo diceva a brutto muso, sì, ma c’aveva addosso la tristezza di tutti quei genitori che invece i figli non c’erano riusciti a fermarli prima.

 

A Balsamo Crivelli ce dovrebbero tira’ su un monumento, come si fa con i soldati caduti in guerra. Perché di figli caduti, io me ricordo che ne ho visti tanti, anche se c’avevo gli occhi di un ragazzino. Casal Bruciato, Pietralata, Tiburtino Terzo, Ponte Mammolo. Zone che ho frequentato e che frequento ancora, che a camminare dovevi stare attento a dove mettevi i piedi che c’era un tappeto di siringhe.

 

Lilly Lilly…una montagna di rifiuti…

 

Mi ricordo quando rientravo da scuola, che citofonavo a casa e spesso mi prendeva un colpo perché oltre i vetri vedevo nell’androne qualcuno che se stava a buca’. Magari nun te faceva niente, perché in quel momento per lui esisteva solo la siringa e il liquido dentro, però che cazzo ne potevi sapere che gli girava per la testa. Io entravo e a testa bassa salivo le scale di corsa, e arrivato al primo pianerottolo tiravo un sospiro di sollievo. Qualcuno a volte me fermava e chiedeva “…a regazzì che c’hai quarche spiccio…”, con gli occhi mezzi chiusi che allungava la mano in avanti pure se io ormai ero già filato via. Mi fermavo al pianerottolo e lo vedevo che rimaneva con la mano tesa che sembrava chiedesse l’elemosina ai fantasmi, e piano piano si inclinava di lato, s’appoggiava al muro, scivolava giù. Alla fine, più che paura mi faceva pena, mi sembrava come se morisse. Be’, non è che fosse tanto diverso.

 

Lilly lilly …i tuoi poeti maledetti…

 

Dietro al cortile di casa, dove io con i miei amici di allora giocavamo a pallone, arrivava sempre qualche macchina di corsa a posteggiarsi, e quelli dentro non scendevano, rimanevano all’interno e li vedevamo che c’avevano da fare qualcosa. Qualcuno magari dopo un po’ apriva lo sportello, veniva da noi e si metteva a giocare pure lui. Fino a che non gli calava la botta e si trasformava. Come uno zombi, tipo quelli arrivati al cinema pochi anni dopo.  Qualcuno era pure simpatico, e poi a forza di venirsi a bucare dalle nostre parti ormai li conoscevamo. Ma altri no. Venivano, rompevano il cazzo, ci rubavano i pochi spicci che c’avevamo in tasca e poi se ne andavano via.

 

Lilly lilly …li dovevano arrestare…

 

E poi ricordo mia zia. Martina. Era bella zia Martina, e io, con manco dieci anni addosso, c’avevo una cotta per lei. Veniva a casa e appena mi vedeva sorrideva che si illuminava tutta la casa. Mi stringeva le guance che me faceva pure male, ma lo faceva solo per baciarmi. Che poi lei mi baciava sulle labbra e le sue erano fresche e sapevano di cose buone, che io c’andavo matto e il cuore mi si faceva gonfio come un pallone. Quando mi dicevano che sarebbe passata a trovarci io non mi muovevo da casa. Hai voglia gli amici sotto che mi chiamavano per andare a giocare. Non li sentivo proprio.

 

Poi però d’improvviso mia zia ha cominciato a venire sempre di meno, quando alla fine non è più venuta. Provavo a chiedere a mio padre, suo fratello, ma lui a malapena mi rispondeva. Lo sapevo che avevano litigato, che mio padre quando la sentiva al telefono le strillava che gl’aveva rubato pure i soldi dal portafoglio l’ultima volta che era venuta a trovarci, anche se io non ci credevo. Quelle  erano cose che i grandi si dicevano così, pensavo, quando sono arrabbiati. Però io l’avevo vista che era diventata strana zia Martina. E infatti ho continuato a non vederla. A parte una volta, l’ultima, qualche anno dopo. All’ospedale Spallanzani.

 

Mia zia Martina se l’è portata via l’Aids che c’aveva trentanove anni.

 

Lilly Lilly…ti dovevano guarire…

 

Lilly sta nell’album omonimo. L’ho ascoltato tante di quelle volte che lo conosco a memoria si può dire. Anche se per me è cupo, perché cupi dovevano essere quegli anni. Crisi, bombe, terrorismo politico, e tanta droga. A fiumi. M’hai detto niente. L’album inizia proprio con questa canzone. L’ascolto, e penso subito agli anni ’70, ai figli andati che non ci stanno più, a quelli che invece a differenza di Lilly ci stanno ancora, ma a pezzi, come caricature di loro stessi. Qualcuno ogni tanto lo vedo ancora, quando mi fermo alla stazione Tiburtina, o proprio a Balsamo Crivelli, con la faccia sudata e lucida, gli occhi spiritati, le gambe flosce che sembrano debbano cadere giù da un momento all’altro, con una Peroni o un cartoncino di Tavernello in una mano e pochi spiccioli nell’altra, che contano e ricontano manco c’avessero il deposito di Zio Paperone.

 

E poi penso a mio padre, che sbatte il telefono con le vene ancora gonfie per le grida contro zia Martina e se ne va in camera da letto, e io di straforo mi affaccio sulla soglia e lo vedo seduto sul letto col viso nascosto nelle mani. Entro, gli vado incontro che c’ho quasi paura, ma quando gli sono accanto lui s’accorge e m’abbraccia e mi stringe forte che l’avrà fatto al massimo un paio di volte in tutta la vita sua. Mi guarda dritto in faccia…se te becco anche solo con ‘na sigaretta in mano te giuro che t’ammazzo… mi dice che gli trema la voce. Poi tuffa il viso nel mio piccolo petto e scoppia a piangere. E io non so che fare. Il fatto è che allora, manco lui lo sapeva.

 

Quale treno ora…quale libro ora…quale amore ora…mi ti potrà ridare…

 

Quel giorno, appena Lilly è finita, ho spento la radio, sono sceso dal taxi e sono salito a casa di corsa. Sono arrivato al piano che c’avevo il fiatone. Perché non so…per un attimo ho creduto di trovarci mio padre, che mi apriva la porta e diceva…vatti a lavare le mani che è quasi pronto…e sentire sulla soglia il profumo di mia zia Martina, che sbucava da dietro mio padre, mi abbracciava e mi stringeva. Ma tutto è sparito in un istante. Ho sentito solo un freddo cane al petto. M’era rimasta addosso la sensazione di bagnato sulla maglietta. Del pianto di mio padre, che perdeva la sorella. Ma che almeno sto figlio, alla fine, l’ha salvato.

 

Ho aperto la porta e ho salutato mia moglie con un bacio. Va tutto bene tesoro?, mi ha chiesto subito lei. Mi sa che c’avevo una faccia un po’ strana. L’ho guardata con un mezzo sorriso. E ho guardato mio figlio per terra in mezzo ai suoi giocattoli. Tutto bene amore mio, le ho risposto, tutto bene.

 

Però pensavo: certo alla vita l’umorismo non je manca affatto. Quando sei giovane vivi come uno scriteriato, passi da una cazzata all’altra senza ritegno, e appena diventi grande tiri un sospiro di sollievo e dici: che culo che ne sono uscito sano e salvo!  Poi guardi tuo figlio, ti rendi conto di come cresce giorno dopo giorno, e ti prende un magone improvviso, di quelli che ti bloccano il respiro in gola. Magari un giorno, pensi, te rinfaccerà pure quant’è difficile esse ragazzino. Sarà, ti rispondi, sapendo già benissimo la risposta che gli darai: tranquillo, che essere padri è pure peggio.

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