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Il lievito madre

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Come, non ti ricordi? Oggi ho il corso sul lievito madre, te l’avevo detto, gli disse con uno sbrigativo abbraccio per riprendere subito dopo a prepararsi. Tanto tu vedi la partita, no? L’arte tutta femminile di rivoltare la frittata, pensò lui.

Come, non ti ricordi? Oggi ho il corso sul lievito madre, te l’avevo detto, gli disse con uno sbrigativo abbraccio per riprendere subito dopo a prepararsi.

Tanto tu vedi la partita, no? L’arte tutta femminile di rivoltare la frittata, pensò lui.

Era l’ennesimo fine settimana che lei mancava per qualche corso, o di sabato o di domenica. Li aveva frequentati tutti, dall’antiginnastica al nordic walking, dalla biodanza all’alchimia della trasformazione.

Adesso, una volta terminato l’ambito del corpo e della psiche, si era attestata sul settore bio-gastronomico, sempre nel fine settimana.

Ma lui ormai la sospettava inesorabilmente. Questa volta era deciso ad andare fino in fondo per capire se li frequentasse davvero, questi corsi. Insomma l’avrebbe seguita.

 

L’utilitaria della donna procedeva agilmente sulla tangenziale, verso le colline che cingevano a sud la città. Lui la seguiva a distanza, facilitato dal colore dell’auto di lei, un metallizzato pastello molto particolare che aveva richiesto mesi per la consegna, e che anche per questo non veniva scelto quasi mai. Un vezzo che adesso le si ritorceva contro, rendendola facilmente individuabile.

Aveva proprio fatto bene a seguirla, pensava regolando la sintonia della radio, quando dopo una curva l’auto scomparve alla sua vista. Il panico durò qualche centinaio di metri, quando scorse al di sotto della tangenziale lo strano colore incolonnato in una rampa, quella dell’uscita che portava dritta alle colline. Le sue guance non poterono trattenersi dal sorridere.

 

La villa aveva un ampio parcheggio. Ci era arrivato aspettando qualche minuto, dopo aver visto in lontananza l’auto color pastello mettere la freccia ed imboccare il lungo viale costeggiato da alberi secolari, ed ora aveva parcheggiato il più lontano possibile, per non farsi vedere. Lei comunque doveva essere già entrata.

Era indeciso sul da farsi. Aspettare, sicuramente, ma poi?

Gli venne in aiuto l’auto che dopo un po’ entrò nel parcheggio. Ne scese una coppia. La osservò attentamente. C’era qualcosa che stonava, che non lo convinceva. Si dirigevano verso la villa abbracciati, ridacchiando, come due persone uscite un po’ alticce da una cena. E poi le scarpe di lei, con quei  tacchi così fini, così alti, con qualcosa di metallico che a tratti rifletteva il sole del mattino, gli dovettero sembrare inappropriate per un corso sulla lievitazione naturale.

Per cui, fattosi coraggio, entrò nell’atrio della villa. I velluti e i rasi erano eleganti ma forse più adatti ad un locale notturno, mentre gli affreschi in stile pompeiano mostravano chiaramente cosa di biologico si svolgesse tra quelle mura.

Maschietto solo? Una voce interruppe i suoi pensieri. Oggi è fortunato, ci sono parecchie  femminucce non accompagnate. Se è la prima volta… seguirono una serie di indicazioni che lui svolse diligentemente, al termine delle quali entrò in un vasto salone, con il volto celato da una mascherina nera, più ampia di quelle di Carnevale, ma non al punto di interferire con la respirazione.

Per il resto, era completamente nudo. Fortuna che quella mattina aveva fatto la doccia, e si era tagliato per bene le unghie dei piedi. Ma ciò non bastava a dargli tranquillità: rimaneva il problema del proprio pene, o meglio della sua grandezza.

Non avendo mai frequentato una spiaggia naturista e non essendo un grande sportivo, non era abituato a mostrarsi senza veli di fronte ad altri uomini. Oltretutto era figlio unico e non aveva mai visto suo padre farsi il bagno, perciò mancandogli completamente il termine di paragone, era arrivato all’età adulta supponendo di non avere granché in mezzo alle gambe, convinzione supportata anche dal relativo scarso entusiasmo della sua unica partner sessuale, la moglie.

Perciò entrando nel vasto salone era invaso da un misto di timore, di vergogna, di inadeguatezza che quasi sovrastavano la rabbia per la scoperta del luogo frequentato dall’unica donna della sua vita.

Questo mix di sentimenti si traduceva in una strana camminata trasversale, quasi non si volesse mai mostrare frontalmente, cosa peraltro impossibile essendo il salone tondo, mischiata all’esigenza di guardare invece attentamente le persone per riconoscere lei.

In più per avanzare evitando di coprirsi il pube con le mani, cambiava di continuo direzione, col risultato di sembrare un goffo danzatore di una non meglio precisata danza caraibica, che imponesse di non guardare mai dove si mettono i piedi.

Perciò gli capitò più volte di sentire sotto le estremità qualcosa di appiccicoso, di molliccio, ma tralasciò di fare ulteriori analisi. Adesso era più importante trovare lei, tutto il resto passava in secondo piano, anche lo schifo della roba che pestava.

Mentre avanzava in questo strano modo verso il centro del salone, gli giungeva alle narici un odore dolciastro, variegato, dovuto di sicuro a un nebulizzatore per ambienti, che comunque non riusciva a coprire i profumi personali e gli inevitabili aromi corporei derivanti dalle attività che lì dentro si svolgevano.

La prima cosa sulla quale soffermò lo sguardo fu un sedere rotondo che sembrava dargli il benvenuto al centro di un divano. Riconobbe la donna scesa dall’auto prima di lui perché aveva tenuto i tacchi.

Intorno a lei, delle alabarde di carne dagli indaffarati proprietari acuivano impietosamente il suo complesso di inferiorità.

Non si soffermò più di tanto a guardare gli incastri dei corpi, era troppo preso dal cercare di trovare la moglie per fare altre valutazioni. Una cosa però non gli sfuggì: alcuni gruppi erano composti  esclusivamente da persone con fisici molto curati, atletici, e i loro movimenti erano un po’ meccanici, ripetitivi, quasi fossero l’esecuzione di un esercizio in palestra.

Laddove invece si era un po’ più carenti sul piano del glamour, e affioravano più pancette e rotondità, si suppliva con un’ampia partecipazione emotiva e sonora, nonché con una maggiore fantasia. Nel frattempo, sarà stato il senso di libertà dato dalla mancanza degli slip, forse una sorta di ricambio d’aria, di ossigenazione, ma anche le sue misure cominciavano a sembrargli più accettabili, consentendogli di sentirsi meno intimorito, e di soffermarsi a osservare ancora più attentamente.

Qualche situazione lo avrebbe pure intrigato, qualche mano gli fece cenno di avvicinarsi, qualcuna addirittura cercò di afferrarlo per farlo unire a loro, ma inutilmente. Lui non poteva. Doveva trovarla per coglierla sul fatto, e allora sì che gliele avrebbe cantate.

Ormai aveva esaminato quasi tutti i gruppi, gli mancavano solo due salette un po’ più buie, in fondo, dove i grovigli sembravano più intricati.

Entrò nella prima quando ormai sul suo corpo gli effetti fisici di ciò che vedeva cominciavano a essere evidenti, con relativo attutirsi dei suoi complessi.

Al centro del gruppo, che si muoveva a tratti lentamente, a tratti più veloce, ma sempre all’unisono come una gigantesca ameba, scorse ciò che cercava.

Osservò come fosse curioso il fatto che un corpo conosciuto, consueto e familiare anche nelle proprie inevitabili imperfezioni, gli apparisse in quel contesto un po’ straniero, più attraente, più armonioso, addirittura più sodo. Sicuramente doveva essere la novità della situazione, la magia di quella scarsa luce, di quel vedo non vedo tra un corpo e l’altro in movimento.

Lei poi, cosa che non faceva quasi mai, aveva sciolto i capelli, che non erano più intrappolati in quella rigida coda da istitutrice tedesca, come la definiva lui, e il movimento delle ciocche, che assecondava quello generale del gruppo, le conferiva un fascino che lui non le conosceva.

Si gettò allora nella mischia come un cavaliere medioevale disarcionato dal suo destriero e costretto al combattimento a terra. Eroicamente schivò gli astuti fendenti di perigliose spade nemiche, sia di mori che di normanni, tenne a bada draghi dalle lingue infuocate e mitologiche creature alate.

Con la sua contenuta durlindana salvò e onorò, sia pure non in esclusiva, gentili damigelle di ogni lignaggio, alcune delle quali gli consentirono grate di abbeverarsi alle loro fonti per riprendere nuovo vigore, o gliene tolsero ristorandosi a loro volta. Conobbe luoghi esotici, territori per lui inesplorati, dai profumi speziati e stranianti.

E più proseguiva, più si smarriva in lui l’ardore primigenio di arrivare al termine, a ciò che inizialmente era il vero palio di questa singolar tenzone, quello di essere stabilmente vicino all’orecchio della sua agognata quanto svergognata dama, per dirgliene quattro.

E ciò avvenne, dopo un lasso di tempo che qualche arcano incantesimo non gli consentì di definire.

A quel punto, catapultato ai giorni nostri, sarà stata la stanchezza dovuta alla marcia di avvicinamento, o l’intensità delle avventure vissute, ma gran parte della sua ira gli sembrò essere sbollita, per cui non poté far altro che  deporle nel padiglione auricolare un sarcastico, beffardo, poco più che sussurrato: “Il lievito madre… il lievito madre, eh?”.

 

 

“Che hai, non ti senti bene?” disse la donna appena aperta la porta di casa. Il marito l’aspettava lì, nudo, sul divano, illuminato dal triangolo di luce proveniente dall’uscio leggermente aperto.

Lei non poté aggiungere altro,  perché per tutta risposta l’uomo la stava già cingendo, dopo aver chiuso la porta con un piede e, portandola  all’interno dell’appartamento, la faceva indietreggiare finché non l’ebbe pressata tra il proprio corpo e il tavolo della sala da pranzo.

La sua lingua già la frugava in ogni punto della bocca, con una bramosia assetata che sembrava non placarsi. Ora le sue mani, dopo averle slacciato con decisione ma senza violenza camicetta e reggiseno, le avevano sciolto i capelli e le stavano sollevando la gonna, mentre il suo corpo continuava a spingerla fino a che non fu costretta quasi a sdraiarsi sul tavolo. Si tolse da sola quello che poteva mentre lui continuava, continuava, con una energia e una dedizione che non le aveva mai mostrato.

Non l’avevano mai fatto così, neppure da fidanzati. Nel trambusto erano caduti dal tavolo un vaso di fiori, un portacenere e altre cose, forse delle riviste che erano lì appoggiate. Resisteva solo la borsa di lei, in bilico su di un angolo, scossa dalle spinte e dalle vibrazioni dei corpi che a onde si avvicinavano e allontanavano con energia, facendo muovere il tavolo.

Quando la borsa cadde, il tonfo sordo fu coperto dall’ansimare ritmico dei due, troppo presi per accorgersi che dal suo interno era fuoriuscito un barattolo col coperchio forse chiuso male, perché sul tappeto si stava spargendo una sorta di impasto, come una pasta di pane però un poco più fluida, picchiettata di granelli integrali: il lievito madre.

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