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Eccomi qui. Lo studente migliore della scuola, a quanto pare. Bravo al punto da essere scelto per un monologo di quindici minuti su come questo ciclo di studi mi abbia cambiato. E, magari, pensate che vi dovrei ringraziare per questa magnifica opportunità.

Eccomi qui. Lo studente migliore della scuola, a quanto pare. Bravo al punto da essere scelto per un monologo di quindici minuti su come questo ciclo di studi mi abbia cambiato.

E, magari, pensate che vi dovrei ringraziare per questa magnifica opportunità. Ma mi vedete? Anche voi, laggiù, sprofondati nelle vostre belle poltroncine rosse? Sarò anche lo studente migliore della scuola ma io, qui, sono lo zimbello. Queste gambe secche. Queste braccia filiformi. Gli occhiali. Dicono una sola cosa. Sfigato.

Mi avete detto: “Quindici minuti. Scelta accurata delle parole”. E mi avete fatto salire su questo palco di fronte a tutti.

Ma, francamente, mi trovate credibile? Con i miei pantaloni di velluto a coste larghe marroni e questo maglione infeltrito? Ecco, vi dico una cosa: se fossi in voi, guardandomi, penserei : “ma chi è quello sfigato? Andiamo ad infilargli la testa nel cesso!”

A chi mi rivolgo? A voi, manica di stronzi che sedete in platea, lì in mezzo. Voi, che mi tormentate ogni giorno, dal lunedì al venerdì. Con preoccupanti supplementi in quei fine settimana in cui i miei genitori mi costringono ad uscire da casa. Per socializzare. Per stare all’aria aperta. Per farmi degli amici.

Come ve lo spiego – mamma, papà – che uscire da casa per me equivale ad andare in giro con bersaglio sulla schiena e un cartello in fronte con scritto “colpitemi più forte, me lo merito?”

Come ve lo spiego che quando la noia prevale, quando le imprese sportive del tipo facciamo a chi sputa più lontano, smettono di essere un passatempo degno di attenzione, non c’è niente di meglio che prendere di mira me, per sfangare il pomeriggio o rendere più interessante una pallosa mattinata di lezioni.

Vanto un apprendistato pluriennale. Se ai giardinetti, finire a faccia avanti nelle vasche di sabbia veniva archiviata come goffaggine di bambini, quando in prima elementare, il primo giorno di scuola sono schiantato al suolo con un taglio in testa, la presunzione di innocenza ha cominciato a vacillare. Senza che nessuno ancora mi conoscesse, già qualcuno aveva deciso che ero quello a cui si poteva sfilare la sedia da sotto il culo, senza temere reazioni. E io mi ritrovai al pronto soccorso, coi punti di sutura.

E da allora non ho più smesso.

Perché, per essere chiari, ci sono finito davvero con la testa nel cesso. In prima media. A qualcuno doveva pur toccare. E quel qualcuno non poteva che essere il sottoscritto. Stretto in un angolo da tre energumeni dell’ultimo anno. Le braccia, torte dietro la schiena. Trascinato nei bagni del primo piano, in mezzo a due ali di bambini che mischiavano il tifo al sollievo per non essere stati acchiappati al posto mio. In ginocchio davanti alla tazza. Una mano saldamente premuta sulla nuca. La faccia spinta dentro, mentre il bastardo di turno azionava lo sciacquone. Interminabili secondi in cui mi pareva di affogare. Le lacrime. La vergogna. La minaccia di essere pestato come un tamburo se avessi parlato. Il terrore che mi aspettassero tre anni di quell’inferno.

Si dice che i bambini siano crudeli, ma, al confronto, i ragazzini delle medie sono perversi. Mi chiedo: “come saranno i liceali? Satanici? E io, riuscirò a sopravvivere?”

Certe sere, prima di addormentarmi, cerco di immaginare quale sarà il rito di iniziazione che mi aspetterà al liceo. Appeso per le caviglie fuori dalla finestra? In mutande e calzini in mezzo al cortile?

E provo orrore al pensiero che tutto questo debba continuare ancora e ancora. Se guardo al passato non posso fare a meno di pensare che sono e resterò una vittima.

Quando mi avete offerto questi quindici minuti, in un momento di follia, ho perfino pensato che con parole accurate sarei riuscito a convincere tutti voi che da stasera non sarei più stato io lo sfigato del gruppo. Ma, siamo onesti, come potrei ottenere questo risultato? Facendo affidamento sul vostro buon cuore?

E allora ho capito come spenderli, questi quindici minuti.

In questa sala, in questo momento, ci siete tutti. Voi che avete riso mettendomi a faccia in giù nelle pozzanghere. E voi pronti a buttarmi nella fontana del parco in pieno inverno. I vostri genitori, che vi lasciano circolare impunemente, magari incoraggiandovi ad essere strafottenti. E i miei, impermeabili a qualunque richiesta d’aiuto, incapaci di qualunque comprensione.

Ecco, vorrei chiedervi la cortesia di raggiungermi sul palco. Vorrei tributarvi l’onore che meritate.

Così. Non fate i timidi. Salite. Anche voi, giù in fondo. Non nascondetevi. Avete fatto la vostra parte, venite a prendervi il vostro applauso.

L’unico. L’ultimo. Prima che il sipario, calando, vi inghiotta nel buio e vi consegni all’oblio. Prima che il sipario, calato, lasci me, finalmente solo, a godermi quindici minuti di libertà.

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