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Una vita felice

di

Data

Dario sente che Lara ha il fiatone, si è affrettata a rispondere. Le dice che arriva a momenti e si scusa in anticipo del ritardo. Lara sospira, dice: «Siamo qui ad aspettarti, sbrigati». Dario fa leva sul cavalletto e parcheggia lo scooterone, resta a guardarlo come se fosse un bambino e potesse perdere l’equilibrio da un momento all’altro.

Dario sente che Lara ha il fiatone, si è affrettata a rispondere. Le dice che arriva a momenti e si scusa in anticipo del ritardo. Lara sospira, dice: «Siamo qui ad aspettarti, sbrigati».
Dario fa leva sul cavalletto e parcheggia lo scooterone, resta a guardarlo come se fosse un bambino e potesse perdere l’equilibrio da un momento all’altro. Sotto casa è tutto come al solito. Schiaccia il tasto accanto al suo cognome sfiorandolo appena, lo spinge ancora. Il portone scatta quasi subito, il citofono resta muto.
Supera l’ascensore e sale le scale fino al pianerottolo dove la porta che ha aperto migliaia di volte adesso è chiusa. Ha ancora le sue chiavi, potrebbe entrare, ma non lo fa. Suona il campanello. Riccardo e Matilde, cioè Dado e Mati, si schierano ridendo tra lui e la porta. Quel piccolo teatrino lo fa sorridere.
Quando i bambini lo lasciano entrare, Dario appoggia la borsa a terra vicino alla porta. Fa un cenno di saluto a Lara, che accenna un sorriso. Lei nemmeno si alza dal divano di pelle mentre i bambini lo tempestano di domande.
– Sei stanco, papà?
– Lavori sempre, uffa. Sempre sempre.
Lui li guarda uno accanto all’altra. Gli arrivano appena alle ginocchia.
Avevano stabilito tutto con Lara. Lui sarebbe entrato, senza spogliarsi, per non far vedere che sarebbe restato lì, quella notte. Poi si sarebbe seduto vicino a lei, accanto, le avrebbe preso la mano, e avrebbero cercato le parole soffici giuste per i bambini. In quella foresta di dettagli, però, non avevano deciso chi avrebbe cominciato. Che sciocchi. E adesso? Lui le tiene la mano, certo, e lei se la lascia tenere, ma stanno lì come due idioti, in silenzio, tumulati dall’imbarazzo.
Mati sorride a Dado, stringendo il suo piccolo unicorno di peluche, poi si volta verso di loro. È buffa con due denti in meno.
– Allora, mamma e papà sono qui per dirvi una cosa. Ci state ascoltando?
– È in arrivo un’altra sorellina?
Dario ricorda quel giorno precisamente. Stesso divano. Stesse posture. Lara che sorrideva, lui che parlava a Dado. Arriverà una sorellina, contento? Giocherete e starete sempre insieme, come chi si vuole tanto bene. Sempre sempre. Fa un respiro profondo, più silenzioso possibile.
– No, Dado, nessuna sorellina in arrivo, garantito.
– Siamo qui, io e la mamma, per dirvi che vi vogliamo bene, ma che abbiamo litigato, un po’ di tempo fa.
L’accordo era di non utilizzare più il noi. Ma fallisce miseramente.
– Ma come avete fatto a litigare se tu non ci sei mai?
Ha ragione, pensa Dario. In un certo senso ha ragione: come si trova il tempo di litigare, se non si possiede nemmeno quello per amarsi? Questo si chiede, a otto anni.
– Abbiamo litigato. Per questo papà è meno presente qui a casa con voi.
– Ma allora perché vi tenete la mano?
Dario lascia la mano di Lara, come se scottasse. Lei sorride crudamente. Il suo sguardo gli taglia le guance.
– Io e la mamma bisticciamo talmente tanto che non riusciamo più a stare insieme.
I bambini li osservano, come al teatro delle marionette. E Dario pensa che andranno con lui da nonna Concetta, e con Lara da nonna Maria. Che faranno due Natali, due Pasque, due compleanni. E che avranno due camerette, impareranno a prepararsi da soli per andare a scuola e sapranno già prima quando stare con lui o con Lara. E gli piace pensare che saranno sempre contenti, perché ogni loro spostamento sarà una festa, sempre. Poi Dado inizia a piangere e tutti questi pensieri si sgretolano. Non esistono più parole. Il fiato è erbaccia carpita dal ventre.
– Papà dormirà da un’altra parte. Ma verrà ogni volta che vorrete, vi accompagnerà agli allenamenti e vi farà fare i compiti. Vi porterà a fare i capelli, a giocare al parco…
Silenzio. I bambini si guardano e guardano lui. Sarebbe da dire che impareranno a temere litigi ogni volta che i genitori s’incontreranno. Sarebbe da dire che ognuno tenterà di viziarli, concedendo loro praticamente tutto, per placare il senso di colpa di quella distanza forzata, di quell’assenza. Sarebbe da dire che avranno problemi a scuola, magari, saranno distratti, e che impareranno presto quella breve distanza tra le due case dei genitori. Impareranno a colmarla da soli, a forza di sbagliarla. E sarebbe da dire, in un attimo di estrema franchezza, che avranno paura, a volte, la notte, e sogneranno per anni i loro genitori insieme, come una volta, come da piccini. E non ci saranno una stella cadente o una candelina che meriteranno un desiderio più bello di questo. Nessuna. E poi cresceranno, e ognuno di loro stabilirà rapporti personali coi loro genitori, avvertendo fastidio, nostalgia, timore di disturbare. Sarebbe da dire loro tutto questo, ma talvolta la franchezza è inutile anche coi bambini.
– Mamma, io una cosa non l’ho capita. Quando tu avevi la pancia grossa perché doveva venire Mati, mi hai detto che io dovevo essere felice perché io e lei ci volevamo bene sempre.
– Infatti voi vi vorrete bene per sempre.
– Ma allora perché tu e papà non vi volete bene più?
– Noi ci vogliamo bene, ma papà da stasera dormirà da un’altra parte, ok?
Silenzio. E vedrete i genitori degli altri, e non capirete perché loro stanno insieme, e sorridono, e i vostri no, non più. Questo sarebbe da dire. Silenzio. E tornerete la sera e sentirete che manca sempre qualcosa in quelle stanze. Silenzio. E vorrete dormire tutti insieme. Vorrete la luce accesa. Vorrete chissà cosa. Silenzio.
– Dai, salutate papà.
– Ciao, papà.
– Domattina vi vengo a prendere per la scuola, alle sette e mezza dobbiamo uscire, capito?
Dado ha finito le domande. Mati imita quel che fa il fratello, e tace anche lei.
– Buonanotte papà.
Lara accompagna i bambini a letto. Nei cinque minuti di sua assenza, Dario non riesce a fare un solo pensiero sensato. Quando lei torna in salone, lui si alza, prende la borsa vicino alla porta e lentamente si avvia verso l’uscita.
– Hai visto?
Lui si volta. Resta a osservarla.
– Cosa?
– Non è stato difficile.
Dario la scruta da capo a piedi. Non risponde. È convinto che anche Lara sia consapevole di mentirsi.
– Amici?
– Amici?
– Sì, l’abbiamo detto, no?
– Quando?
– L’altro giorno, quando abbiamo deciso di parlare a Dado e Mati, non ricordi?
– No, veramente.
– Abbiamo detto che saremmo rimasti in rapporti civili…
– Ah, certo, quello sì, certo.
– Appunto.
– Beh, è differente.
– Smettila, non serve essere così crudo. Succede. Succede che le storie finiscono, l’importante è limitare le ostilità, per i bambini. L’ha detto pure lo psicologo. Poi il resto non conta molto.
– Noi, in sostanza, non contiamo molto.
Dario vorrebbe distruggere ogni angolo di quella casa. Vorrebbe urlarle addosso la merda che ha nel cuore, confessarle che anche lui si è scopato altre donne in questo mese di lontananza. E allora? C’è forse bisogno di lasciarsi?
– Ricorda i patti: loro, con lui, non devono avere nulla da spartire.
Lara annuisce. Dario afferra la maniglia che aveva sostituito pochi giorni prima di andarsene. A saperlo la lasciava com’era.
– Ehi.
– Dimmi, ma subito, vorrei andare adesso.
– Mi dispiace.
Lui non ribatte, pensa che lei lo sta guardando di spalle, e adesso deve sembrarle proprio un addio, un addio vero. All’improvviso lei gli tocca una spalla. Lui si volta di nuovo e lei gli assale le labbra. Dario tenta di raccogliere l’orgoglio, solo per poter dire a se stesso di avere tentato. Si ritrae, ma Lara lo avviluppa come una piovra, e lui cede di schianto. Si amano in piedi, sull’uscio, controllando con la coda dell’occhio la porta chiusa dietro cui dormono i loro figli. Lui le ha tirato su la gonna fino al bacino, le ha scostato gli slip, in questa penombra dorata. La penetra con violenza, a scontentare il dolore che divampa dentro come un incendio. Lei soffoca le urla con una mano, con l’altra tira a sé le natiche dell’uomo della sua vita.
Ora Dario si ferma, immobile come una marionetta abbandonata dopo lo spettacolo. L’ardore si spegne come un interruttore. Esce da lei, che resta per un istante con la gamba ancora su. Lui si chiude frettolosamente la patta.
– Io vado.
– Mi lasci così?
– L’amore è una droga da cui ci si disintossica lentamente.
– Mi stai dicendo che ti è sempre più facile fare a meno di me?
– Ti sto dicendo che lentamente riuscirò a fare a meno di te.
– Buonanotte, allora.
Dario esce dalla porta, spinge il tasto per chiamare l’ascensore. A lui viene una cosa da dire, in pochi istanti pensa milioni di volte se sia il caso di dirla.
– Lara.
Lei sorride. Non poteva finire così, su una soglia, come tutte le altre storie d’amore.
– Dimmi.
– Ci siamo dimenticati di dire una cosa ai bambini.
– Cosa?
– La cosa più importante.
– Cioè?
– Non abbiamo detto che cresceranno, si innamoreranno, si sposeranno. E vivranno una vita felice con la persona a cui hanno scelto di restare accanto per sempre.
Entra nell’ascensore, pigia T e vede il viso di sua moglie seguirlo con lo sguardo, mentre lui viene inghiottito giù. Le finestre sono tutte spente ma lui non se ne cura e si affretta.

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