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Fuori è buio già da un po’. Lampioni, fari delle auto, finestre dei palazzi. È una giostra di luci che sembra un circo.

 

Fuori è buio già da un po’. Lampioni, fari delle auto, finestre dei palazzi. È una giostra di luci che sembra un circo. La maggior parte delle persone che conosco vorrebbero starsene a casa a quest’ora, stravaccate sul divano a guardare semplicemente la tv per poi addormentarsi piano e ritrovarsi al mattino freschi e riposati. Io no. Io preferisco viverlo questo circo di notte.

– È libero?

– Certo, prego.

– Piazza dei Sanniti per favore.

– Subito.

 

Mi piace lavorare di notte, perché la notte tutto torna ad esser vero. Questa città ad esempio, che verso le dieci inizia a liberarsi di quel vestito sudicio del traffico e restituisce tutto il suo incanto. I vicoli con le targhe attaccate sui muri di persone famose che c’hanno vissuto in tempi più o meno lunghi e lontani. I ponti di cui nessuno si ricorda mai i nomi e li confonde l’uno con l’altro. I monumenti fotografati dai turisti e presi a martellate da noi italiani. Le fontane che i turisti usano come catini per rinfrescarsi i piedi e che qualche pseudo-artista italiano usa come mezzo di protesta e d’espressione tingendone le acque di rosso o coi colori della nostra bandiera. Le viste, Fontanone, Zodiaco, Trinità dei Monti, Pincio, Parco degli Aranci, passeggiata del Gianicolo, dove le mogli dei carcerati ancora oggi dalla terrazza sotto il faro gridano a squarciagola giù verso Regina Coeli…”ciao Nì, me senti? Te vojo bene! Io t’aspetto sempre!”. Col ponentino di Roma, che arriva dal mare a carezzaje i capelli come fossero le dita dei mariti.

 

Mi piace lavorare di notte perché la notte tornano vere le persone, con i loro i vizi, i segreti. Le loro solitudini. Io nel mio taxi li vedo tutti. Manager che lasciano nelle stanze d’albergo le loro voci impostate e ti chiedono imbarazzati di portarli in qualche locale di lap dance. Turisti che ubriachi marci parlano parlano e poi scoppiano a ridere o a piangere da soli, che io neanche li capisco ma li ascolto lo stesso e li lascio fare. Ragazzi che staccano dal lavoro e salgono coi vestiti pregni ancora degli odori dei ristoranti in cui hanno lavorato, che ti biascicano il nome di una via e poi si addormentano sul sedile posteriore. Le persone dello spettacolo, attori attrici presentatrici cantanti cabarettisti registi scrittori, che per tutta la corsa se ne stanno muti con gli occhi rivolti verso il finestrino, a guardare la strada, forse con la speranza che questa gli porti un’idea nuova per un libro, una canzone, un film, una battuta, una trasmissione decente da mandare in onda. O magari non pensano proprio a niente, e si attaccano con lo sguardo a quel finestrino solo per ricordarsi da dove vengono e chi erano prima di diventare famosi. Che poi chi se ne frega anche se sono rimasti dei perfetti sconosciuti, perché a guardare oltre quel finestrino io lo so che a quest’ora si diventa tutti uguali, che a guardare i riflessi della città sfilare davanti come luci di una giostra ci stanno occhi stanchi e basta, ma pieni di storie di vita che altro che film, canzoni e romanzi.

 

E poi mi piace fare il turno di notte perché la notte torno ad essere vero anch’io, coi miei ricordi che riprendono vita. Roma me li ha sempre custoditi bene, e la notte, quando col taxi mi capita di rivedere un preciso angolo di strada, un vicolo, un muricciolo, un giardino, Roma me li ripesca dal mucchio e me li restituisce sempre vivi. Belli, brutti, recenti, vecchi. Non importa. Quello che conta è che a fa’ quei ricordi so’ stato io: a diciassette anni, davanti al vecchio cinema Garden di viale Trastevere che ora c’hanno fatto una sala Bingo, a baciare il mio primo amore. Ventenne al largo Preneste a rubare il mio primo e ultimo motorino, che ancora me fanno male li schiaffi che c’ho preso da mi’ padre quando l’ha scoperto. Su via Tiburtina, a trentatré anni, che cammino e piango come un bambino, da solo, alle tre del mattino di una notte freddo cane di gennaio perché una persona a cui volevo molto bene quel giorno se n’è andata senza guardarsi più indietro, perché davanti c’aveva solo er creatore. E il 18 gennaio dell’anno dopo, a Circo Massimo, mentre manifesto coi miei colleghi di Roma e di tutte le altri città d’Italia contro la liberalizzazione dei taxi, recitando a mente, mentre il sindacalista di turno parla dal palchetto sul lato di via della Greca, la “Ninna nanna de la guera” di Trilussa.

La sapevo a memoria un tempo. Che grande che era er Sor Salustri! Sta sepolto al Verano, che sta attaccato alla Basilica che si chiama come il quartiere, San Lorenzo fuori le mura.

È nato male ‘sto quartiere, in fretta e furia per far venire poveracci a lavorare come schiavi nella città che era da poco diventata la capitale dell’Italia. Le case non l’avevano manco finite perché poi c’era stata la crisi edilizia e i soldi erano subito finiti. Quello che era fatto era fatto. Le norme igieniche non sapevano manco che erano. Non c’avevano servizi. Non c’avevano niente. Eppure la gente che non aveva altro c’è andata a vivere lo stesso. A San Lorenzo ce ne so’ passati di poveracci. Tutti manovali muratori operai tranvieri e netturbini che lavoravano per lo scalo, la stazione tiburtina, i serbatoi idrici, i depositi della nettezza urbana, le officine per i tram, il cimitero. E dopo di loro ci sono passati pure i bombardieri, che l’hanno buttata giù come un castello di carta durante la seconda guerra mondiale. Eppure guardatela ora. Quanta gente in giro. Quanti ragazzi. E’ un pezzo di cuore della città. E questo grazie a tutti quei poveracci che negli anni l’hanno riscattato dall’abbandono, e l’hanno reso bello, vivo, vero…

– 13 e 50 – faccio al cliente che scende a piazza dei Sanniti.

– Va bene così – fa lui a me dandomene 15.

Lo ringrazio, aspetto che scende e poi riparto.

 

Da San Lorenzo alla stazione Termini ci vuole un attimo. Salgo su per Via Giolitti e un altro cliente mi ferma.

– Aeroporto di Fiumicino – dice tuffandosi sul sedile.

 

“Ninna nanna nanna ninna…er pupetto vo’ la zinna…”, eccola che mi torna in testa. Di ritorno da Fiumicino mi fermo qui alla sosta di Piazza dei Navigatori con ancora i pensieri che mi frullano in testa su quello che ci aspetta a noi tassisti. Che quello che mi rode di tutta questa storia non è tanto quello che conosco, che so che stanno a fa’. Ma quello che qualcuno decide per me, senza dimme niente se non alla fine, quando i giochi so’ finiti. Per questo me torna in mente ‘sta poesia e…e ora che ci penso pure una canzone. Che con certi rodimenti ce sta proprio bene. Dovrei avercela da qualche parte qui nel cruscotto. In uno di questi CD che mi prepara sempre un amico mio. Eccola, la numero quattro. Claudio Baglioni. Lui non m’ha mai fatto impazzire, ma su questa versione che ha fatto della poesia di Trilussa gliela devo dare vinta. Ogni volta che l’ascolto sento come un tappo nel petto che si toglie per lasciare che tutto esca. “…Fa la ninna dormi pija sonno che si dormi nun vedrai…tante infamie e tanti guai…”.

In questo CD comunque ce ne sono tante altre di canzoni su Roma. C’è pure “E nun ce vojo sta”, quella che chiude se non ricordo male un paio di film con l’ispettore Nico Giraldi, interpretato da Tomas Milian, alias Er Monnezza. Che grande pure lui! Lo so che so’ film che ai critici glie fanno accappona’ la pelle, però non c’è niente da fare, se sei di Roma prima o poi cor Monnezza ci devi scendere a patti. O non c’hai capito niente de ‘sta città.

– Libero?

Lo vedo di lato, il cliente, con un dito alzato fuori dal finestrino. Mi becca che sto rimettendo dall’inizio il CD. La prima canzone è “Tutto il resto è noia”.

– Prego.

Quello entra e mi chiede di portarlo a Ponte Duca D’Aosta. Diavolo co’ sti ponti, che non me li ricordo mai.

– Subito – gli rispondo.

Ingrano la marcia e vado, poi mi rendo conto che la musica nello stereo è troppo alta e l’abbasso.

– Mi scusi – dico al cliente, che non sai mai con chi hai a che fare.

– Che fai? Lascia! Er califfo è sempre er califfo! – mi dice invece lui con accento milanese, che quando parlano romano li tani subito che non lo sanno dire.

Però mi sta simpatico di primo acchitto, e quindi lascio eccome, che dallo specchietto lo vedo che muove le labbra che la conosce pure lui a memoria. E allora io riprendo a cantare. Per carità a voce bassa. Intanto il navigatore mi ricorda dove sta ponte Duca D’Aosta.

– Roma è una città unica – mi fa il tipo, con gli occhi puntati oltre il vetro.

Io non gli rispondo, perché l’ho capito che non era una domanda ma solo un’affermazione sua, che si sente di dire e basta. Annuisco più volte, intanto er Califfo va avanti. Come ci andiamo noi. Io e il milanese dietro, che guarda le strade illuminate e deserte, mentre si sono già fatte le undici di sera.

 

Arriviamo a ponte Duca D’Aosta in poco più di quindici minuti. Mi accosto, fermo il tassametro e gli dico la cifra.

– Te ne do cinque in più – mi fa lui – se…

Sorride. Io pure sorrido, ma non capisco. Poi vedo i suoi occhi che fissano lo stereo e allora afferro.

– Questo è il resto giusto – gli rispondo – il CD non posso vendertelo.

Lui mi guarda che sembra ci sia rimasto un po’ male.

– Ma te lo posso regalare.

Tiro fuori il CD, prendo una custodia, ce lo infilo dentro e glielo do. Il milanese sorride e mi ringrazia, poi mi stringe la mano, e senza dire altro esce e se ne va.

 

Guardo l’ora. L’amico mio starà dormendo di sicuro. Chissà se si incazzerà domani, quando gli chiederò di farmene un’altra copia. Be’, c’ha pure ragione… sarà la centesima che regalo ad un cliente.

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