Condividi su facebook
Condividi su twitter

Femminuccia

di

Data

– Allora, che fai, ti sei incantato? – mi disse con quel tono di disprezzo che conoscevo bene. E mi schiaffò in mano il coltellaccio. Il coniglio penzolava davanti ai miei occhi, appeso all’ultima trave della cantina, davanti alla porta d’entrata. Sarebbe bastato un solo salto per scappare. – Che fai, ti cachi sotto? Vuoi scappare? È un coniglio, Cristo d’un Dio!

– Allora, che fai, ti sei incantato? – mi disse con quel tono di disprezzo che conoscevo bene. E mi schiaffò in mano il coltellaccio.

 

Il coniglio penzolava davanti ai miei occhi, appeso all’ultima trave della cantina, davanti alla porta d’entrata. Sarebbe bastato un solo salto per scappare.

 

– Che fai, ti cachi sotto? Vuoi scappare? È un coniglio, Cristo d’un Dio!

 

Abbassai lo sguardo, come sempre. Mio padre mi aveva insegnato che bisogna ubbidire ai grandi senza contraddirli. Il nonno specialmente non bisognava contraddirlo mai.

 

– E guardami in faccia quando ti parlo! – sbraitò mentre mi strappava di mano la lama che avevo stretto troppo. Ora me ne accorgevo dal lungo taglio che cominciava a sanguinare. Bene, il disinfettante era su, in casa. Me la potevo svignare.

 

– Ma quale disinfettante, non è niente. Vieni al lavatoio, vieniti a sciacquare.

 

Mi guardai la mano, mi faceva pena. Ma almeno la voce del nonno si era un po’ raddolcita.

 

– Ancora è una femminuccia – disse al coltello, a voce alta. E gliel’avevo già chiesto tante volte, avevo anche detto “per favore”, di non chiamarmi così. Gliel’avevo detto che non volevo.

 

– Senza coglioni sei. Come tuo padre, – borbottò mentre affondava il coltello nella gola del coniglio.

 

Mi concentrai sull’acqua che mi scorreva sulla ferita per non sentire, per non guardare lo scroscio di sangue che scolava giù nella bacinella, schizzando l’impiantito di cemento già pieno delle stesse macchie.

 

– È vero o no? – mi stava chiedendo, coi pugni sui fianchi. – Il coniglio che cucina tua nonna, non gli fai sempre il bis? E come credi che lo ammazziamo, a carezze?

 

Aveva inciso due tagli netti alla base delle zampe e poi con la grossa unghia del pollice aveva svasato la pelle tutto intorno. Bisognava scuoiarlo, strappando quei lembi di pelle giù fino al collo. E stavolta toccava a me per davvero. Urtai contro la bacinella. La bacinella era piena di sangue, piena fino all’orlo. Il sangue ondeggiò, color rubino, brillante là dove una lingua di sole era penetrata da fuori fino a lambire la punta del mio stivale di gomma, sporco di terra e adesso anche di sangue e più grande di me di due numeri. No, non era proprio giornata.

 

– Adesso basta di fare il bambino piccolo. Stavolta non te la scampi. Quant’è vero Iddio oggi cresci. O non ci muoviamo di qua fino a che non hai spellato tutto questo cazzo di coniglio.

 

Andò a sbarrare la porta col paletto di ferro. La luce del giornò sgusciò fuori. Io mi guardai intorno, disperato. Cercavo un’idea, un miracolo, una bacchetta magica. Ma non trovando nulla mi rassegnai. Aveva ragione lui, ero proprio come mio padre.

 

Mi aggrappai con la punta delle dita a un lembo di pelle alzato. Era umido e appiccicoso. Diedi un piccolo strattone ma il lembo mi scivolò subito dai polpastrelli. Il nonno, con gli occhi sbarrati, mi sferrò un ceffone in piena faccia.

 

– Cosa sei, una femminuccia? Eh? Rispondi, sei una femminuccia?

 

Io avevo le lacrime inchiodate alle palpebre. Pensai che finché avessi tenuto le dita dei piedi strette non sarebbero cadute giù. Il nonno però mi si piazzò dietro, intrecciò le sue dita con le mie, i suoi palmi sul dorso delle mie mani, e insieme afferrammo quel che andava afferrato.

 

– Giù! – mi urlò nell’orecchio, mentre la pelle si strappava dalla carne, giù lungo i fasci muscolari delle cosce, lunghi e torniti come i salti che spicca chi non pensa, chi non perde tempo a pensare, e fa.

 

– Avanti, continua! – mi incitò, con le labbra dure e le braccia conserte.

 

Contrassi le dita dei piedi fino a farmi male. E l’odore, quell’odore. Presi a tossire, con violenza. Chissà se si poteva morire di troppa tosse, in tal caso di sicuro il nonno sarebbe finito in galera, dove non avrebbe più potuto tormentare nessuno. Forse avrebbe anche pianto di rimorso e al processo tutti gli avrebbero sputato in faccia. Ma alla fine non resistetti e scoppiai a piangere. E aveva un bel dannarsi mio nonno a insultarmi, i miei singhiozzi risuonavano più forti delle sue urla. Piansi e piansi. Mi appesi alle sue braccia chiedendo perdono, sporcandogli il giaccone di moccio e farfugliando a quell’ombra che mi tremolava tra le lacrime. Tu, sì, tu: muori. Adesso, subito, non alla fine.

 

Nonno si divincolava.

 

– Staccati, per Dio!

 

Indietreggiava con me appeso ai suoi polsini, il petto scosso da singhiozzi violenti.

 

– Staccati ho detto. Staccati! Smetti subito di frignare! Tirati su! Comportati da uomo, femminuccia!

 

Il movimento mi aveva fatto scivolare più in basso. Lo tenevo avvinghiato alla vita e mi facevo trasportare a peso morto. Si fermò per riprendere fiato.

 

– Che stai dicendo? Che farfugli?.

 

Aveva l’affanno e traballava; cercava, scavalcandolo, di sfilarsi il salvagente delle mie braccia da intorno alle cosce. Ma inciampò in qualcosa e finì col culo per terra. Di botto smisi di piangere. Era finito su un mucchio di legna, le gambette scalciavano tra i ciocchi per riprendere possesso del pavimento, i rami schizzavano e rotolavano ovunque. Lo guardai dall’alto in basso. Con una mano si tastava la schiena, con l’altra cercava di tirarsi su. L’eterna sigaretta incollata all’angolo della bocca era finita chissà dove e per di più aveva perso uno dei suoi scarponi. Si lamentava.

 

– Come ti senti? – gli chiesi dopo un po’.

 

I suoi occhi azzurri si alzarono su di me.

 

– Come ti senti? – mi disse, rifacendomi il verso – Secondo te come posso stare, femminuccia?

 

Mi pulii il naso sul polso senza sapere che fare.

 

– Aiutami ad alzarmi, – mi ordinò, tendendomi la mano. Ecco, toccava di nuovo a me.

 

– Perché? – Mi concentrai. – Non ce la fai da solo?

 

L’odore del sangue non lo sentivo più. Lui mi guardò di sbieco.

 

– Ti stai rifiutando di aiutarmi, femminuccia?

 

Cioè, non è che non lo sentissi l’odore del sangue. Ma a quell’odore si sovrapponeva l’umido delle lacrime luccicanti che confondevano la visione del coniglio a testa in giù, mio padre a testa in giù, io a testa in giù, in fondo al tunnel sonoro della voce di mio nonno, con le mosche che ci passeggiavano addosso indisturbate.

 

– Insomma, non ce la fai? – insistetti.

 

Su uno dei bulbi oculari del coniglio s’era posata una mosca che girava, girava e girava su se stessa.

 

Il nonno si sollevò a fatica su un avambraccio.

 

– Non cercare di fare lo stronzetto che non sei portato. Aiutami ad alzarmi, femminuccia, se no quando mi alzo allora sì che sei nella merda.

 

Quel bulbo oculare ormai inutile per vedere.

 

– Piccolo traditore…

 

Sbuffando e scatarrando era riuscito a sollevarsi su un fianco e si guardava attorno in cerca di un appiglio. Con lo sguardo lo cercai anch’io e in questo modo mi accorsi del coltello, abbandonato nella vaschetta di metallo appesa al muro, proprio sopra la sua testa.

 

– Ti credi che mi serve sul serio il tuo aiuto, femminuccia?

 

Ora so che quella frase non significava di più di quel che diceva, ma in quel momento per me fu come rispondere a un segnale convenuto: balzai sul coltello prima che ci arrivasse lui, che invece non si mosse, ma poi, invece di scappare, rimasi lì, a saltellare attorno a quel corpo spiaggiato, senza la forza di tirargli un calcio nelle costole mentre ancora non si poteva difendere. Saltellavo come avevo visto fare ai pugili e bisbigliavo, mentre lui si sollevava prima in ginocchio, poi con un piede, poi con l’altro, afferrandosi a una catena che pendeva dal soffitto, io passandomi il coltello da una mano all’altra, lui tirandosi su senza perdermi mai di vista, io soffiandogli Femminuccia Femminuccia Femminuccia, lui meno baldanzoso che mi chiamava “sciocchino”, io galvanizzato e terrorizzato che alzavo la voce: Femminuccia Femminuccia Femminuccia, arretrando appena si fu rimesso in piedi, tornando avanti con un salto come lo vidi sbandare, improvvisamente malfermo, gli occhi ridotti a due fessure, intimandomi cupamente di consegnargli il coltello, che mi sarei potuto fare male, e io sempre più elettrizzato Femminuccia Femminuccia Femminuccia vedevo le mosche passeggiargli sulla faccia.

 

A quel punto spalancò gli occhi. Strinse la bocca. E afferrò il coltello. Io quasi non me ne accorsi. Certo, come avevo potuto pensare di competere con mio nonno. Ma ritirò la mano di scatto e il palmo gli si riempì di sangue. Se lo strinse al petto indietreggiando fino al bancone da lavoro dove erano ammucchiati degli stracci e vi si chinò sopra, definitivamente sconfitto.

 

– Non è niente, femminuccia, vatti a sciacquare – gli ordinai, con quel tono di disprezzo che conoscevo bene.

 

Lui non rispose. Rimase a capo chino, con la ferita che gocciolava. Poco dopo cominciò a singhiozzare. Prima sommessamente, poi sempre più forte. Alzava e abbassava le spalle con violenza … ma non piangeva. Rideva. Mai sentito ridere così, prima. Un uragano, la bocca tutta aperta. Si teneva la pancia con la mano ferita, con l’altra batteva sul tavolo. Io tenevo il coltello stretto in mano, me lo giravo e rigiravo tra le dita. Non l’avevo mai odiato così tanto. Finalmente smise.

 

– Vieni qui ragazzo – esclamò allora. Mi accorsi subito che il suo tono era cambiato. Non ordinava, mi invitava. Ma io non abbassavo la guardia. Mi parai di fronte a lui a testa alta, dall’altro lato del tavolo, senza più paura.

 

– Ho deciso di non fartelo più spellare quel coniglio, hai passato la prova – mi comunicò, mentre si esaminava la ferita sotto la debole luce che pioveva da una finestrella. – Accompagnami fuori – aggiunse sorridendo – qua dentro non si vede niente.

 

Io non mi mossi, di colpo mi era caduta addosso una stanchezza invincibile. La testa mi girava.

 

– Finalmente ce l’hai fatta ad alzare la cresta, eh, galletto? – sentii che diceva mentre mi guidava verso la porta. Armeggiò con il paletto, ma ci ripensò e lo chiuse di nuovo. – Guardami negli occhi.

 

In quella penombra sembravano blu, proprio come i miei.

 

– Io e te siamo uguali – mi alitò in faccia, curvandosi su di me, dall’alto delle sue spalle possenti. – L’hai capito anche tu, vero?

 

Le gambe mi si fecero molli.

 

– Siamo uguali – ripetè. E mi porse la sua mano, quella insanguinata. Voleva che gliela stringessi. Io guardai la sua mano e la mia. Avevamo lo stesso taglio, lo stesso sangue. La sua era davanti a me, aperta, io nella mia stringevo ancora il coltello. Confuso, alzai lo sguardo su di lui. Aveva la stessa espressione complice e meravigliosamente folle che avevo notato nella vecchia foto incorniciata, quella con l’uniforme militare. Aspettava.

 

– Uguali – mormorai, lasciando cadere il coltello. La luce che entrava dalla porta aperta mi accecò per alcuni istanti. Quando tornai a vederci lui era già fuori. – Uguali? – cinguettai volando oltre la porta. Il nonno, che si era già incamminato verso casa, si voltò.

 

– Sì, sì, uguali – sbuffò – Ma tu sei ancora una femminuccia.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'