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Perché i cantanti pop finiscono male?

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Più hanno successo più sono depressi. Quest’idea sarà venuta in mente a tanti ascoltando le ultime canzoni degli artisti pop più famosi.

Più hanno successo più sono depressi. Quest’idea sarà venuta in mente a tanti ascoltando le ultime canzoni degli artisti pop più famosi. E a rafforzare l’idea è arrivata la morte di Whitney Houston dopo quella di Amy Winehouse (oltre a quelle che sono avvenute innumerevoli, una dopo l’altra, da Presley in poi). Ti viene da chiedere: – Ma che cavolo vi prende?

Possono essere giovani promesse trasgressive o ricche signore della musica, non importa. Stroncate dalla depressione o dai farmaci si dissolvono nelle loro melodie malinconiche. Uomini o donne non cambia. Lasciano eredi improvvisamente ricchissimi che litigano tra loro per chi debba accaparrarsi l’immensa fortuna della loro sfiga.

I cantanti italiani basta guardarli. Freschi e tosti da giovani, orribilmente stesi quando il conto in banca tracima. Vasco Rossi sono anni che canta il suo male di vivere e non contento se la prende con Ligabue. Intanto si mette a nudo su facebook facendoci sentire tutti nell’anticamera di una clinica in cui vai a trovare un vecchietto malato. Venditti l’ho incrociato qualche giorno fa: la pelle color cuoio abbronzato come un bagnino esposto per troppe ore al sole del Sahara, con i capelli tinti neri neri. Anche Jovanotti aveva cominciato cantando “Mamma, guarda come mi diverto!” e adesso si è caricato di tutti i mail del mondo, sembra un De Gregori triste passato da È qui la festa a È qui la mesta. Zucchero si è dimenticato del tutto la sana e consapevole libidine dei suoi inizi. Perlomeno i nostri non fanno la fine di Kurt Cobain o di Michael Jackson. Per esempio Loredana Bertè sembra una sciroccata ma il suo Sanremo se lo fa ogni anno senza problemi (si fa per dire). Eppure qualunque disoccupato può consolarsi se guarda Tiziano Ferro o Claudio Baglioni pensando che allora è vero che i soldi non danno la felicità.

Poi ogni tanto riappare in tv Celentano, lo salutano tutti come se fosse la Madonna Pellegrina e lui tuona dai cieli al posto di Dio chiedendo ai suoi dipendenti (papi, preti e giornalisti cattolici più noi tutti) di tornare alla vera fede, la sua. E anche nel suo caso troppi soldi. Se invece di dargli centinaia di migliaia di euro gli avessero dato un compenso più sobrio, tipo che ne so cinquemila o diecimila euro, state sicuri che avrebbe fatto un discorso più lucido.

Perché i cantanti pop finiscono male? E perché soffrono tanto? In pubblico, oltretutto. I loro dolori non ci vengono risparmiati dalle radio e dai programmi musicali. Da una parte il pianto frutta, si dice a Roma. È vero. Inoltre la messa in scena della malinconia va a toccare la nostra sensibilità di ascoltatori, quindi le canzoni spesso hanno raccontato storie disperate, come le tragedie e le opere liriche. In questi casi sembra comunque che ci sia un problema in più. Questi si distruggono sul serio. Li ritrovano davvero affogati nella vasca da bagno o con un proiettile in corpo. Non è teatro. Non è spettacolo. È disperazione vera. Quando Paolo Sorrentino ha raccontato l’artista pop ridicolo e depresso interpretato da Sean Penn in This must be the place, il pubblico l’ha trovato credibile anche se era ridotto a un mascherone a metá strada tra Renato Zero e una zia parruccona.

Qualcuno pensa che sia la loro sensibilità accesa a renderli più fragili. Sono artisti e quindi soffrono di più, si dice. Ma io penso che ci sia anche qualcosa di diverso. L’insostenibile leggerezza dell’arte nell’epoca dei media. Ci penso da anni e me ne sono convinto sempre di più. Nel mondo dei media la fatica può essere sfibrante ma l’arte è troppo semplice. L’artista pop o rock più colto non ha mai scritto niente di anche solo lontanamente paragonabile a una sinfonia e il suo sforzo produttivo è poca cosa in confronto a quello di un regista cinematografico. Un cantante pop lotta come un cane rabbioso per superare l’anonimato e arrivare al successo; viene circondato da impresari cialtroni, ladri e pubblico implorante; guadagna così tanti soldi che ci potrebbe fare una guerra; il tutto intonando melodie semplici semplici arrangiate con appena un po’ di gusto secondo la moda dell’epoca dai maghi degli effetti sonori. Quando negli anni Sessanta la musica nera ha voluto scalare le classifiche dei bianchi in America, i produttori hanno cambiato le vocalist perché erano troppo brave, con voci troppo belle. Servivano cantanti più leggerine. Più carine. Come Whitney Houston, insomma. Da quel momento sono piovuti i soldi. Money for nothing, soldi in cambio di niente, direbbero i Dire Straits. L’inconsistenza cerebrale dello sforzo artistico è però compensata dal ritmo e dall’energia, quindi dal corpo. All’artista resta il corpo come bene prezioso e come bersaglio. È un solitario con un’attenzione spudorata verso il proprio corpo. Non sembra una definizione buona per la maggior parte degli adolescenti? Non potrebbe aiutare a spiegare perché i giovani si identifichino così tanto in questo tipo di artista tutto materiale, corporeo, fatto di energia pura repressa che esplode?

Quando diventi un idolo e però sai intimamente (perché lo sai, se sei un artista) che il tuo lavoro non vale tanto quanto dicono e quanto ti rende, come fai a campare? Guardate come si riduce Pink, il protagonista del film The wall, dei Pink floyd, uno dei gruppi pop dalle musiche più elaborate, oltretutto. Se sei ricoperto d’oro ma tutto intorno a te è superficiale, e in più ti viene richiesto di essere superficiale, che fai? Probabilmente puoi fare una cosa sola: mettere in gioco il tuo corpo, e diventare il capro espiatorio di te stesso. Con il tuo sacrificio inevitabilmente patetico forse potrai scontare il tuo successo troppo facile.

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