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La cacciatora

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"Buongiorno, Signora Emilia" la salutò lui. Lei, come al solito, rispose a malapena e continuò a sistemare i fiori. Mentre era sulla tomba di sua moglie, il commissario si voltò casualmente e si vide gli occhi della donna addosso.

“Buongiorno, Signora Emilia” la salutò lui. Lei, come al solito, rispose a malapena e continuò a sistemare i fiori. Mentre era sulla tomba di sua moglie, il commissario si voltò casualmente e si vide gli occhi della donna addosso. Lei distolse lo sguardo immediatamente, prese le sue cose, si alzò e si avviò verso l’uscita. Il commissario si mise in macchina. Pioveva e notò la donna camminare diretta alla fermata dell’autobus; passando con l’auto su una pozzanghera, le schizzò addosso. “Mi scusi tanto Emilia” disse lui. ” Ma Ottavio! Guardi, ma che cavolo . . .!” rispose lei incazzata. “Signora, insomma! non l’ho fatto apposta.” disse il commissario . “Sì, sì … Va bene va bene!” disse lei. Il commissario le chiese di salire in macchina, voleva accompagnarla casa. Era il minimo dopo quello che aveva combinato. Lei rifiutò dapprima energicamente; ma poi visto che il tempo peggiorava e si stava facendo tardi decise per il passaggio. Lui quasi si pentì di averla fatta salire perché la conosceva sì da tanti anni ed era, in fondo, una brava persona, ma la signora Emilia aveva un pessimo carattere. Con lui poi, sembrava avere qualcosa di personale. Anche ora, se avesse potuto, l’avrebbe fulminato. Entrambi tacevano mentre la radio faceva da sottofondo.

La signora Emilia ruppe il silenzio chiedendogli come andavano le cose e come stavano i figli. Il commissario rispose che stavano tutti bene e che per il resto non poteva lamentarsi. Lei disse che nonostante gli acciacchi non se la passava poi male. Ottavio si stupì quando lei iniziò un lungo ricordo di sua moglie, dai tempi in cui si erano conosciute, fino ai mesi della malattia e della morte. Gli parve sinceramente dispiaciuta. In fondo si poteva dire che fossero amiche. Il commissario disse che da quando era vedovo gli sembrava che il tempo trascorresse più lento. La donna parlò della sua vita e della serenità che aveva raggiunto con la pensione. Lui ricordava i vecchi tempi e la famiglia della donna. E il pensiero del marito di lei arrivò prepotentemente. Una fine violenta. Un delitto senza colpevole cui era seguito solo il silenzio. Anche ora, che la donna era inaspettatamente in vena di chiacchierare, quel marito morto non lo ricordava neanche. In realtà in tutti quegli anni, non ne aveva mai più parlato. Sembrava come se non fosse mai esistito. Il commissario decise di non accennare per il momento a quella triste vicenda, ma l’atteggiamento della donna gli pareva strano. Ottavio pensava a quell’uomo. Erano buoni amici, e più di una volta gli aveva suggerito ricette e consigli. Quell’omicidio irrisolto tornò ad essere un tarlo. Lei intanto parlava d’altro. Lui partecipava alla conversazione distrattamente. Tacquero di nuovo. Il traffico era intenso e stavano imbottigliati già da un po’. Il pensiero dell’indagine affiorò piano piano alla mente del commissario. L’assassino poteva benissimo essere un tossicodipendente; a quell’epoca ce ne erano tanti che ammazzavano per una catenina o per pochi soldi.

Ma questa soluzione non l’aveva mai convinto. Non era da tossici entrare nella cucina di un ristorante, far fuori lo chef, prendere un braccialetto d’oro e scappare senza arraffare qualcos’altro. L’uomo poi era stato ucciso con freddezza. Una coltellata sola, vibrata con forza e precisione alla schiena. “E poi si sapeva che i tossici erano casinari ” disse tra sè il commissario. Avrebbero lasciato tracce o fatto rumore. Pensava inoltre, che questo assassino oltre a uccidere a sangue freddo, conosceva bene gli orari del ristorante, sapeva come entrare ed uscirne indisturbato. “Allora, chi è stato?” disse lui a bassa voce, sopra pensiero. “A fare che?” chiese lei indifferente. Il commissario tacque qualche secondo. “Ad uccidere Enzo, suo marito signora.” Disse lui tutto d’un fiato. La frase arrivò come un macigno. La donna rimase a bocca aperta. Si sentivano in sottofondo la radio ed il rumore del tergicristallo. Il silenzio venne interrotto dallo squillo del cellulare di lei. Lui si accorse che le tremavano le mani. La donna riuscì a calmarsi durante la telefonata. Stava conversando con sua sorella e mentre parlava, annotava su un’agendina alcuni appunti. Quando la chiamata finì, tra i due scese un silenzio teso. Il commissario ripensò alla perizia del medico legale. Gli sembrava impossibile, ma non riusciva a togliere gli occhi dalla sinistra di lei. “Che buona la cacciatora!” disse lui ostentando tranquillità. “Sì. E’ il mio cavallo di battaglia.” Rispose lei che ormai aveva ripreso il controllo. “Emilia, lei sa macellare i polli vero? Ho sentito prima, al telefono che ne parlava per cucinare la cacciatora. Io la faccio preparare a pezzi dal macellaio. Da solo faccio un casino. Se sapesse quanti polli ho sprecato!” Disse il commissario . “Basta imparare il movimento. Non è difficile. Va dato un colpo secco. Dall’alto in basso. Così” spiegò lei mimando il gesto con la mano con cui teneva la penna. Lui seguì attentamente con lo sguardo l’imitazione del colpo. La fissò dicendo “Lo fa ancora adesso? Voglio dire macellare polli o uccidere altri animali?”. Lo smarrimento negli occhi della donna altrimenti sempre freddi a qualsiasi emozione, fu la prova che aspettava. “Allora, Emilia, li uccide ancora gli animali?” riprese lui con fermezza guardandola fisso. “No, Ottavio. ” disse lei sotto voce. Poi, riprendendo il suo atteggiamento distaccato e duro continuò guardandolo negli occhi.” Io ho ucciso una volta sola, tanti anni fa. Ho fatto fuori un porco. Era anche bello grosso.” Lui la guardava non riuscendo a credere a quanto aveva appena sentito. Gli venne subito in mente tutto quello che non andava con lei, quelle occhiatacce e l’ astio nei suoi confronti. “Stia tranquillo, Ottavio” riprese con freddezza la donna. “Gliela racconterò tutta la storia”.Il commissario era confuso e si chiese se sua moglie avesse mai saputo, visto, sospettato qualcosa. Emilia assassina. Non ci aveva mai pensato, o forse non ci aveva mai voluto pensare davvero. “Che faccenda è questa, Emilia?” chiese cercando di mantenere la calma. “Vede, Ottavio, quel porco che ho massacrato di maialate ne faceva tante sa?” disse la donna.

“Che significa… Enzo?” balbettò il commissario e la soluzione gli pareva più intricata e assurda dell’enigma. “Sì, Enzo. Io ho solo fatto in modo che non facesse più male a nessun bambino.” Disse lei d’un tratto. “Che cosa sta dicendo?… che c’entrano i bambini” chiese il commissario. Lei gli rispose che ad Enzo i bambini piacevano davvero tanto, erano la sua passione. Fu un fulmine. Quelle due frasi ed il tono della voce della donna gli diedero uno senso di profondo disorientamento e fastidio. Il commissario si sentiva la mente come una di quelle case svaligiate dove i cassetti sono rovesciati ed è tutto sottosopra. Da quel caos generale emergeva nitido il ricordo del figlio più piccolo della signora Emilia che piangeva tutto solo nel cortile. Lo aveva sempre considerato un bambino difficile, ma quella volta, tra i singhiozzi il piccolo gli disse che le aveva prese perché non aveva voluto giocare con papà. Il commissario era sconvolto. Si chiedeva come aveva fatto a non capire e perché non si era mai fermato a riflettere. Non si capacitava di essere stato così superficiale e di aver dato troppe cose per scontato. Lo sconvolgeva soprattutto l’aver concesso amicizia e fiducia al più schifoso dei criminali. Si voltò verso di lei con un’espressione stralunata. Si fissarono in silenzio. Fu lei a parlare: “Voleva la verità. Eccola qua dopo tutti questi anni. Meglio tardi che mai vero? Penso che da uomo di legge lei vorrà fare il suo dovere no? Ma mi creda, Ottavio, se le dico che ad Enzo è andata di lusso. Non si sarà neanche accorto e non avrà fatto troppo rumore crepando. Cosa vuole che le dica? Che Dio mi perdoni, perchè mi è davvero piaciuto quello che ho fatto.”

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