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Il critico che non leggeva David Copperfield

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Un giorno ho conosciuto un critico letterario che non aveva letto David Copperfield. E non gli sembrava strano.

Un giorno ho conosciuto un critico letterario che non aveva letto David Copperfield. E non gli sembrava strano. Aveva letto tutto e di più ma non aveva letto David Copperfield. Aveva letto Il giovane Holden ma non David Copperfield. Gli sembrava superfluo. Non gli ho chiesto se avesse visto perlomeno lo sceneggiato televisivo del 1965, aveva l’età per averlo visto ma non gliel’ho chiesto. Se fai il critico letterario e leggi Salinger e leggi che Salinger nelle prime righe scrive che non gli si chiedano “tutte quelle baggianate alla David Copperfield”; se poi ti dicono pure che uno dei gruppi più duri dell’hard rock si fa chiamare “Uriah Heep” come il nemico di David Copperfield; e non ti viene in mente di dover leggere David Copperfield, nessuno può farci niente. Tantomeno io. Fosse stato vivo Cesare Pavese che il libro l’ha tradotto e ha scritto anche un’introduzione per l’edizione Einaudi, magari ti avrebbe convinto lui a leggerlo, ma sono sempre i migliori che se ne vanno presto. Forse anche se sei un critico avrai una ragione inconscia per non leggerlo, magari potresti chiedere un responso a Sigmund Freud che lo considerava il suo romanzo preferito…

C’è qualcosa nei testi di Dickens che va oltre l’aspetto storico e talvolta patetico delle sue storie. Qualcosa che ha fatto dire a Kafka, che lo leggeva avidamente in tedesco: “Vi è una fondamentale spietatezza dietro il suo stile traboccante di sentimentalismo”. Qualcosa che ha fatto dire a Nabokov: “Ci arrendiamo alla voce di Dickens: tutto qui. Se fosse possibile, mi piacerebbe dedicare cinquanta minuti di ogni lezione a meditare, concentrandoci in silenziosa ammirazione, su Dickens”. Qualcosa che lo fa sopravvivere bene come narratore anche a duecento anni dalla sua nascita. Se qualcuno in un film ci facesse vedere un personaggio inquieto e profondo che legge, si fa per dire, I promessi sposi, lo troveremmo fuori luogo; invece Clint Eastwood nel suo film Hereafter ha messo in scena proprio un personaggio che ascolta gli audiolibri delle opere di Dickens e va a visitare la sua casa a Londra.

Murakami Haruki cita Dickens in 1Q84 che è anche un romanzo che parla di romanzi. E in Tokyo blues c’è questo scambio di battute:

“Sai una cosa, Watanabe?” mi disse Nagasawa dopo che avemmo finito la cena. “Ho la sensazione che noi due, dopo essere usciti da questo posto, tra dieci o vent’anni, ci incontreremo. E ho anche la sensazione che quel giorno, in un modo o nell’altro, avremo a che fare l’uno con l’altro”.

“Parli come un personaggio di Dickens” dissi ridendo.

“Può darsi” rise anche lui. “Ma attento: i miei presentimenti di solito si avverano”.

Ai suoi tempi l’autore inglese aveva conosciuto una grande fortuna in tutto il mondo soprattutto tra i giovani democratici. Goffredo Mameli ne era un appassionato, tanto che mentre agonizzava sul Gianicolo (a due passi dalla sede della scuola Omero, tra l’altro), Cristina di Belgioso gli leggeva le pagine di Dickens per confortarlo. E così quando Roberto Benigni ha parlato dell’inno di Mameli a Sanremo, di fronte al pubblico televisivo probabilmente del tutto ignaro, ha definito Dickens grande come Shakespeare e Dante.

È stato scambiato qualche volta per un autore buono soprattutto per l’infanzia. Sbagliato. Infatti tra gli scrittori di oggi gli vengono accostati nomi come Salman Rushdie e Stephen King, nonché Niccolò Ammaniti che Filippo La Porta ha definito: “Il Dickens di oggi: scatta un’istantanea spietata del degrado, che suscita orrore, stupore e lacrime”. E risate, aggiungerei io. Come ogni bravo romanziere, conosce l’uso del sense of humour e lo usa alla grande quando serve. “La cosa bella di Charles Dickens è che ogni riga del suo romanzo è carica di ironia” ha detto il regista Roman Polanski, che ha tratto un film da Oliver Twist.

Insomma, se non l’hai letto peggio per te, avrei dovuto dirgli, al grande critico. Ma mi sono fermato. In quel momento non avevo voglia di fare la guerra, non per Dickens almeno. Ho sperato che avesse ragione Iosif Brodskij che, nel suo discorso per il conferimento del Nobel del 1987, disse: “Per uno che ha letto molto Dickens sparare su un proprio simile in nome di una qualche idea, è impresa un tantino più problematica che per uno che Dickens non l’ha letto mai”. Anche se lo so che è un’illusione, perché ho visto milioni di lettori di David Copperfield o di Oliver Twist, di Grandi speranze o del Nostro comune amico, di Canto di Natale o Casa desolata, trascinati nelle guerre spaventose degli ultimi duecento anni per uccidere ed essere uccisi. Anche se lo so che quello che ha detto Brodskij è un’illusione, mi fa piacere sperare che sia vero.

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