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007, la talpa e la pistola d’oro

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L’uscita del film La talpa, diretto da Tomas Alfredson, offre lo spunto per dedicare qualche riga al libro che l’ha ispirato.

L’uscita del film La talpa, diretto da Tomas Alfredson, offre lo spunto per dedicare qualche riga al libro che l’ha ispirato. Quando è uscito per la prima volta questo romanzo di John Le Carrè ha avuto almeno un merito, quello di rendere più realistici i racconti sui servizi segreti. Prima c’era stato Ian Fleming con i suoi romanzi di 007, l’agente che aveva la licenza di uccidere ma soprattutto quella di rimorchiare le ragazze nei film. C’è da dire che il personaggio di Fleming era più duro e realistico nei romanzi e diventò una sorta di eroe da fumetto quando vennero realizzate le trasposizioni cinematografiche, ma in ogni caso si trattava sempre di un eroe solitario e affascinante, abbastanza lontano dalla vita reale. La talpa uscì in libreria per ironia della sorte proprio nello stesso anno, il 1974, in cui arrivò nelle sale L’uomo dalla pistola d’oro, l’ultimo film tratto direttamente da un romanzo di 007 scritto da Fleming.

 

Anche la differenza tra i due titoli fa riflettere, una pistola d’oro contro una talpa. Da una parte abbiamo un’arma fabbricata con il materiale più costoso possibile, quasi un esempio di lusso tipo i rubinetti placcati degli sceicchi (e d’altronde ci sono state anche cascate di diamanti e Goldfinger). Dall’altra un animaletto mezzo cieco che scava nel terreno. Cosa c’è di più lontano dal lusso di una talpa? Questo si nota soprattutto nel titolo che è stato dato alla traduzione italiana. Ma anche il titolo originale della Talpa, cioè Tinker, Tailor, Soldier, Spy, (“Stagnino, sarto, soldato, spia”, ispirato a una canzoncina per bambini) rappresenta un bel tuffo nella realtà. Perfino il suono del nome dell’agente George Smiley è lontanissimo da quello di James Bond. Da una parte un mezzo sorriso, anzi una faccina, quasi un emoticon, Smiley, dall’altra un vincolo, un legame ma anche un solido (almeno a quei tempi) titolo di stato, Bond. Mentre è credibile la battuta: “Il mio nome è Bond, James Bond”, sarebbe patetica quella: “Il mio nome è Smiley, George Smiley”… D’altro canto nel mondo narrato da Le Carrè uno come James Bond sarebbe considerato solo un agente operativo buono per i lavori più sporchi e sacrificabile se necessario dai burattinai che tirano i suoi fili. Che probabilmente, come Smiley, hanno un volto anonimo più adatto a un impiegato che a un avventuriero. Le spacconate di 007 sono l’esatto opposto di quello che serve in una situazione dove la qualità migliore è invece proprio l’essere “invisibile”.

 

Per quanto riguarda le donne, poi, l’agente Smiley è proprio un disastro. Invece di passare da una ragazza all’altra ha una moglie di cui è innamorato ma che lo tradisce con un agente più brillante e affascinante di lui. Gli restano solo l’intelligenza e la capacità investigativa che gli permettono di sbrogliare i casi più intricati e di svolgere il suo lavoro contro avversari intelligenti quanto lui e più spietati.

 

C’erano già stati dei romanzi di Le Carrè con Smiley come protagonista ma è proprio con La talpa che viene raccontato in modo compiuto un tipo di agente che sembra l’esatto opposto di quelli alla 007. Anche per quanto riguarda la filosofia di fondo delle storie. Gli agenti segreti di Le Carrè non sono dei vincenti e hanno anche il dubbio che la parte per cui si battono, l’Occidente, non sia del tutto migliore del nemico che devono sconfiggere. Mentre per James Bond il bene coincide con se stesso e il suo paese, per Smiley è molto difficile scegliere tra cosa sia bene e cosa sia male. Le Carrè ha esteso alle storie di spionaggio le regole del racconto noir: bene e male sono confusi in un nero quasi indistinto, perché nessuno può dire di possedere una morale e delle certezze incrollabili.

 

Sia Ian Fleming che George Le Carrè erano stati dei veri agenti, quindi i loro personaggi nascono entrambi da esperienze dirette, anche se sono così differenti tra loro. E questo vuol dire che l’esperienza personale in fondo non conta così tanto quanto sembra. Chi scrive romanzi trova sempre il modo di rielaborare la vita vissuta nel laboratorio misterioso dove si forma l’arte in qualche imprecisato luogo dentro di sé.

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