Condividi su facebook
Condividi su twitter

Marlene Dumas tra sorte e destino

di

Data

"Guardare le immagini non ci porta alla verità, ma ci induce in tentazione. Ora che sappiamo che le immagini possono assumere qualsiasi significato venga loro attribuito da chiunque...

“Guardare le immagini non ci porta alla verità, ma ci induce in tentazione. Ora che sappiamo che le immagini possono assumere qualsiasi significato venga loro attribuito da chiunque, non ci fidiamo di nessuno, specialmente di noi stessi”.

La frase è di Marlene Dumas. E rende perfettamente la sensazione che suscitano le sue opere: io perlomeno non riuscivo a capire se fossero orrende oppure bellissime.

Marlene Dumas, nonostante il nome d’attrice di altri tempi, è una pittrice contemporanea, originaria del Sudafrica e olandese da un bel po’. Una delle pittrici più forti in circolazione. Forte è il suo gesto e forti sono le immagini che crea. E’ tra gli artisti che hanno riportato all’attenzione la pittura figurativa dopo il predominio dell’astrattismo nell’arte contemporanea.

Non la conoscevo prima di vedere la sua personale qualche settimana fa. A Milano, un giorno, ero su un tram. Così stanca da non avere nemmeno la forza di leggere, quella stanchezza che ti porta a guardare senza vedere. A un tratto dal finestrino vedo l’immagine di un Cristo con le braccia magre e smunte allargate all’inverosimile, la testa piegata di lato e un titolo: Sorte. Mancavo da Milano da oltre dieci anni e non avrei mai pensato di doverci tornare a vivere. Quella parola inusuale e densa di tempo, Sorte, per me è stata come uno spintone.

Mi sono informata prima di andare a vedere la mostra. Cliccando su google il nome Marlene Dumas e vedendo le immagini che vengono fuori, si rimane un poco sconcertati. Sono dipinti per niente rassicuranti, raccontano di incubi, paure e hanno un sentore di tragedia. Alcune poi sono raccapriccianti. Come certa letteratura talmente diretta da diventare fastidiosa. Difficile da sopportare. Difficile anche da raccontare. Eppure bellissima perché non ha paura.

I dipinti della Dumas non hanno nulla di retorico, né di teorico. Sono letterari nel senso più puro e più tenero del termine. Raccontano di abusi, di un’infanzia tetra e violenta, di corpi in cui l’anima soffre e si contorce in linee tese e marcate con sguardi, gesti, posture esplicite e dalla connotazione pittorica espressionista e gestuale. Il colore, quasi del tutto assente, è quello onirico del bianco e nero con qualche macchia di colore indefinibile e slavato. Sembra addirittura sporco, l’anima mischiata alla materia su campiture ampie e claustrofobiche allo stesso tempo. “L’arte è una figura che si mostra nuda al pubblico” dice la Dumas. E c’è da crederle. A Milano l’esposizione è in un luogo raffinato e bianchissimo come solo gli spazi di Milano sanno esserlo. L’allestimento alla Fondazione Stelline è eccellente, minimale e con le luci sapienti che illuminano occhi sbarrati su bocche urlanti. Non è un tema nuovo quello dell’urlo. Dopo Munch però è un tema coraggioso. Sono riconoscibili i volti della Winehouse e della Magnani, ritratta nell’urlo sconcertante di mamma Roma, che grida il dolore della perdita del figlio. Uguale ma più intimo, raffigurato con una fissità di sguardo, è il dolore della madre di Pasolini, ritratta con la stessa fattezza del volto del figlio, anch’esso in mostra. Ed è da Pasolini che si può ricostruire il percorso dei crocifissi, che raccontano lo stesso senso laicamente religioso del poeta: raccontano un’umanità martoriata e abbandonata a se stessa e “il mistero della vita, la percezione di una sofferenza personale e universale, ma anche la capacità di agire, di prendere una decisione anche quando si è profondamente nel dubbio. Cristo ha scelto di essere un martire, di non arrendersi sotto il peso della pressione”.

Sorte è una parola triste. Destino è un po’ meglio. La Libertà è incastrata tra le due” e mi ci arrovello su questa frase che leggo su una parete della mostra. Mi viene pure il dubbio che la Dumas sia meglio come scrittrice che come pittrice.

Pittoricamente, secondo il mio istinto, rimane nei volti la maestria di Marlene Dumas. Osservando i suoi acquerelli espressionisti su carta, struggenti e poetici, dove come un poeta con pochissimi gesti riesce a fare emergere espressioni profondissime e inquiete, mi è venuto un altro dubbio: forse la pittura non è altro che una delle tante forme in cui gli spiriti, attraverso la mano dell’artista, invece che vagare trovano casa su una tela o su un foglio. Per questo ogni artista è sempre innocente. Ed è questa, forse, la libertà: essere la propria sorte e il proprio destino.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'