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Matara: la città rubata

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Ma che è successo? Non vedi? La strada è diventata a quattro corsie, sembra un’autostrada…. E le case, i vecchi negozi, che fine hanno fatto?
  • Ma che è successo?
  • Non vedi? La strada è diventata a quattro corsie, sembra un’autostrada….
  • E le case, i vecchi negozi, che fine hanno fatto?

Non è passato neppure un anno dalla nostra ultima visita a Matara, Sri Lanka e la nostra prima passeggiata mattutina in bicicletta è un vero colpo al cuore.

Pedaliamo lentamente senza riconoscere nulla, ogni punto di riferimento a noi noto è scomparso.

La strada che taglia a metà la città è tutta un work in progress: fervono lavori in ogni angolo, mentre ci sfrecciano accanto automobili di gran classe, status symbol per ricchi di Matara. I poveri vanno ancora a piedi, se ce l’hanno in bicicletta, mentre guidare il motorino è alla moda tra le ragazze, abituate da sempre ad essere portate.

Novità assoluta sono i semafori, agli incroci principali e anche le strisce pedonali, dipinte di giallo. Sembra incredibile ma gli autisti rispettano le strisce, rallentando per lasciar passare i pedoni, soprattutto se nelle vicinanze c’è un poliziotto: ce ne sono ad ogni angolo, con il loro bravo libretto delle multe in mano.

Si dice che siano tutti ex-combattenti – della trentennale guerra tra il governo centrale e i Tamil – terminata nel maggio 2009 grazie al pugno di ferro del Presidente in carica, Mahinda Rajapaksa. Che la fa da padrone e governa l’intero paese come se fosse cosa sua. Con i pro e i contro che questo comporta.

I pro sono senza dubbio i tanti lavori pubblici portati a termine dopo la guerra, grazie all’aiuto economico dei Cinesi che hanno finanziato la sua vittoria. Le opere più imponenti sono il nuovo aeroporto e il porto commerciale, costruiti a tempo di record nell’estremo sud dell’isola, feudo incontrastato dl presidente-dittatore.

L’autostrada è l’altro punto forte: è stata inaugurata a fine novembre e permette di raggiungere Matara in due ore da Colombo, quando prima ce ne volevano almeno cinque. Saranno presto completati altri tratti, quello che collegherà l’aeroporto all’autostrada già in funzione, facilitando l’arrivo e la sistemazione dei turisti occidentali. Dall’occidente, forse complice la crisi finanziaria imperante, ci sono pochi arrivi mentre numerose sono le presenze dall’Est Europeo, russi in testa.

Per tutti gli anni della guerra e poi dopo la tragedia dello Tsunami, di cui si è appena celebrato il settimo anniversario (26 dicembre 2004), i turisti hanno scarseggiato, impauriti dai tanti attentati kamikaze, vere e proprie stragi di innocenti con le quali i Tamil rivendicavano l’autonomia della loro terra nel nord-est del paese, che avrebbero chiamato Eelam se avessero vinto la guerra.

Ucciso in un epico finale il capo dei Tamil, il leggendario Prabhakaran, la guerra, a distanza di quasi tre anni, sembra davvero finita.

E a guardarsi intorno sembra che il risvolto di questa vittoria sia tutto positivo, il paese si è come risvegliato da un lungo sonno e corre dietro al tempo perduto, con passi da gigante.

Pensiamo che dev’essere stato proprio un gigante a tagliare di netto con un’ascia affilata le facciate familiari, i negozi con le vecchie imposte di legno, quella casa antichissima dai muri color ocra che è stata inghiottita dal nulla, le botteghe dalle mercanzie eternamente impolverate, perché sul fronte strada il traffico è sempre elevatissimo. Prima dei lavori c’erano ingorghi a tutte le ore, sulle due corsie esistenti. Non c’erano marciapiedi, se non semi divelte lastre di cemento, poste a coprire i rigagnoli dello scolo a cielo aperto. Anche a questo è stato posto rimedio, i pedoni ora passeggiano senza dover fare attenzione a non cadere in uno scolo putrescente.

La mercanzia in vendita è sempre la stessa: ci sono tante botteghe di gioiellieri – alcuni sono anche ottici e cambiavalute – molto diffuse per l’abitudine di dare in pegno i gioielli – che sono la dote di ogni sposa – in caso di bisogno. Negozi di alimentari, forni, piccoli ristori, per noi irriconoscibili perché tutti rinnovati e rifiniti con vetro e alluminio nonché con pannelli dai colori sgargianti, insegne al neon, un gran luccichio di nuovo uniforme. Che peccato, ci diciamo pedalando, prima era così bello.

Tanti lavori fervono anche nel vicino villaggio di Polhena, luogo di vacanza prediletto dai locali, che nei week end e nelle feste consacrate (siano esse Buddiste, che è religione di stato, Musulmane, Tamil o Cristiane) affollano in maniera indescrivibile la bianca striscia di sabbia che è la spiaggia preferita dai cingalesi che partono da Colombo per passare qui la giornata.

Sembra di stare a Ostia negli anni ’60: ragazzi giocano a pallone, le donne servono pranzi al sacco di riso e curries, mangiati portandosi il cibo alla bocca con la mano. I venditori ambulanti hanno buffi carrettini tirati a mano su ruote di bicicletta, offrono gelati e calzoncini da mare; uno di loro quest’anno è scomparso, è stato investito da un autobus in corsa. Sembra che avesse bevuto. Si portano al mare anche le nonne, che restano all’ombra dei cocchi tutte vestite, a guardare il trambusto dei bagnanti in festa. Ci arrivano con i pullman alla spiaggia e fanno ritorno a casa dopo il tramonto, sfruttando fino in fondo la giornata di festa. Al ritorno, stipati sugli scomodi sedili antidiluviani, prendono sonno alla prima curva, stanchi ma soddisfatti per la giornata trascorsa.

Per fortuna il villaggio di Polhena e quelli circostanti sono rimasti immuni da grandi stravolgimenti e formano una cornice consueta e rassicurante rispetto alla nuova Matara, rifatta da un chirurgo estetico frettoloso: sono strade e villini, casette di stili diversi che convivono in un tutto armonico, rallegrato da fiori e vegetazione lussureggiante, che avvolge in un abbraccio intricato le case in rovina del dopo tsunami.

È pur vero che a Polhena il lungomare è costellato di nuovi hotel, gli unici ad avere diritto ad una ricostruzione a volte selvaggia: ci sono alcuni veri palazzi a più piani ma sono ancora pochi per fortuna. Si dice che le costruzioni sorte su tutta la costa in maniera illegale verranno abbattute e i controlli sull’edilizia si fanno ogni giorno più serrati. A coloro che abitavano la costa prima dello tsunami sono state assegnate nuove case altrove. Quelli che sono rimasti ora abitano in case a due piani, più sicure nel caso in cui il mare decida di colpire di nuovo.

 

Il contro più evidente di questo ammodernamento sfrenato è senz’altro il vertiginoso aumento dei prezzi dei generi alimentari e della benzina: i pomodori costano come in Italia e non sanno di niente, è piovuto troppo e non hanno visto mai il sole. Altre voci depongono per il contro alle scelte del Presidente: la totale eliminazione di ogni dissidenza e della libertà di stampa, il grande divario tra poveri e ricchi, un debito estero che si dice sia astronomico. Tuttavia la gente sembra in generale contenta – ma è anche la loro natura, gioviale e leggera – capace di affrontare le avversità della vita con una sorta di noncuranza.

– È forse per via del clima o perché sono Buddisti – ci dice con un tono amaro un amico italiano che si è trasferito a vivere in Sri Lanka. Forse per la troppa frequentazione, mal sopporta la convivenza con questa gente; il loro ritmo lavorativo pacato dal quale, riflettiamo a voce alta, c’è invece molto da imparare. Una rassegnazione legata all’attesa di un destino altro, più elevato e sincero, ottenibile solo grazie all’interruzione del ciclo delle rinascite, il sogno di ogni buddista che si rispetti.

– Per me sono solo pigri – ribadisce l’amico – e anche un po’ lenti di comprendonio.

Noi non siamo d’accordo ma forse grazie al fatto che li frequentiamo per pochi mesi l’anno.

Pedalando siamo arrivati al tempio buddista che domina il centro città: davanti al Buddha si prostrano i fedeli a tutte le ore del giorno, portando le loro piccole offerte di fiori e accendendo incensi e lumini.

Si sono fatte le otto quando dagli altoparlanti tace la nenia del monaco e parte l’inno nazionale. Come per magia la città si ferma, si spengono i motori e i poliziotti sull’attenti controllano che nessuno si muova. Ci fermiamo anche noi ad ascoltare quelle note, quel canto dai toni infantili. Solo allora scorgiamo una vecchina di nostra conoscenza che, incurante dell’immobilismo generale, si affretta verso il tempio.

Non ha un solo un dente in bocca e appartiene alla vecchia nobiltà del paese: vive da sola nella vecchia casa sul fiume, una casa bellissima in rovina, di cui abita solo la veranda, allestita come una piccola baraccopoli.

  • Dove vai così di buon ora? – le chiediamo, sapendo che di solito si reca al tempio nel pomeriggio.

È molto carina e civettuola con la collanina rosa su camicetta arlecchino. Con il suo inglese senza accento ci ha più volte spiegato che nessuno deve osare toccare la sua casa, danneggiata al tempo dello Tsunami.

– Non mi fido delle loro promesse, qui nessuno fa niente per niente. –

Teme che, con la scusa di aiutarla, le portino via la casa e la trasferiscano altrove. Anche se vive senza acqua né luce, accoccolata nella veranda ad ascoltare le preghiere alla radio, è contenta.

  • Basta che non piova. – ci dice. – Per questo vado al tempio stamani, per ringraziare Lord Buddha di aver fatto cessare la pioggia. Non ne potevo più di stare in mezzo a quell’umido. E ora che vi ho incontrato ho un altro motivo per ringraziarlo. – Ci considera amici, di noi sembra fidarsi.

Con un sorriso ci saluta affrettandosi verso il tempio: l’incedere elegante e il portamento fiero che si ha per diritto di nascita. Non degna di uno sguardo la città che si trasforma, non la riguarda. Una macchina arriva veloce e la sfiora per un attimo, pericolosamente. Un poliziotto della vicina stazione fa cenno all’autista di fermarsi e non se la passerà certo liscia. Incurante di tutto lei guadagna l’ingresso del tempio, si sfila le scarpe e si inginocchia con le mani giunte davanti al suo Lord Buddha, un tesoro che nessuno proverà mai a toglierle.

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