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Clint non sbaglia un film

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Andare o non andare, questo era il dilemma. La recensione di Curzio Maltese su Repubblica era stata tremendamente tiepida. Grandi interpretazioni attoriali, ma il film...

Andare o non andare, questo era il dilemma. La recensione di Curzio Maltese su Repubblica era stata tremendamente tiepida. Grandi interpretazioni attoriali, ma il film non c’era. O meglio, dal punto di vista emozionale, non era all’altezza dei suoi capolavori. Quindi che fare? Vivere la delusione di vedere “finalmente” un film brutto di Clint Eastwood, o magari fiondarsi sull’incensato Le Idi di Marzo? No, ho pensato mentre guardavo sul giornale gli orari degli spettacoli al cinema: Clint non si discute, si ama. E basta.

Quindi via a vedere la sua ultima fatica: J. Edgar, la storia, cioè, di John Edgar Hoover, l’uomo più potente e temuto degli Stati Uniti d’America, nel cinquantennio cioè in cui è stato a capo del FBI (dagli anni venti all’inizio dei settanta). Un uomo dal feroce anti-comunismo che schedava tutto e tutti, che magari aveva un dossier pure sul cane del vicino e che non avrebbe esitato a sbatterglielo sul muso, se avesse osato cacargli sull’aiuola di casa. Un individuo paranoico e insicuro che aveva un rapporto morboso con la madre, che registrava nei suoi dossier soprattutto le debolezze “sessuali” delle sue vittime, intrattenendo per tutta la vita una relazione omosessuale con il suo braccio destro, Clyde Tolson. Il Dottor Sigmund ci sarebbe andato a nozze con un simile caso clinico. Ma, per il momento, basta dire che Clint Eastwood ha girato un film semplicemente pazzesco. Un film che ancora una volta, come nella ormai sterminata filmografia eastwoodiana, fa i conti con il sogno americano e con il significato delle parole “democrazia” e “libertà” (bellissime le scene sempre identiche in cui Hoover fa anticamera aspettando di essere ricevuto dal nuovo Presidente di turno degli Stati Uniti, soffermandosi ogni volta a “specchiarsi”, quasi imbarazzato, nel ritratto di George Washington). Il chiaroscuro, gli specchi, le ombre dominano questa pellicola che è un’immensa, una spietata girandola spazio-temporale dentro la storia americana. Una pellicola straordinariamente complessa (non complicata) che si nutre di cinema: DiCaprio (magnifico, eccezionale) che sembra appena uscito dall’Howard Hughes di The Aviator; i continui rimandi al Citizen Kane di Welles (l’Hoover invecchiato appare come il clone post-moderno del magnate Hearst filmato da Orson Welles); le pellicole hollywoodiane degli anni trenta (la faccia matta di James Cagney e quella dolcissima di Shirley Temple interpretano alla perfezione la continua altalena di buio e luce presente nel cinema di Eastwood); l’utilizzo di un montaggio che “cannibalizza” Eisenstein e Kubrick (soprattutto nelle immagini delle rivolte degli anni sessanta con la voce off di Hoover che nel dire “bisogna conoscere la nostra storia” si trova “incosapevolmente” quasi ad essere portatore di un messaggio “democratico”).

Ancora una volta c’è la vicenda di un bambino a fungere da fondamentale snodo narrativo (come in un Un mondo perfetto, Mystic river, Changeling, Hereafter): la storia del rapimento del figlio dell’aviatore Lindbergh (una delle glorie nazionali del Paese), che negli anni trenta scosse a fondo l’opinione pubblica americana. Un bambino sulla cui pelle si gioca la sete di potere e di ambizione dell’ancor giovane Edgar, che riuscirà nell’occasione a far ampliare dal Congresso americano i poteri del FBI. La morte del piccolo è l’ennesimo “peccato originale” che il cinema di Eastwood depone sopra l’altare funebre dell’american dream. Non c’è redenzione, non c’è riscatto per i carnefici della costituzione americana. Edgar Hoover può raccontare la sua versione dei fatti, ma Eastwood che ci ha fatto credere a quella versione per quasi tutto il film, poi la ribalta con un magistrale colpo di genio, mostrandoci il lato feroce e grottesco della medaglia. Cinema politico quello di Eastwood, cinema che comunque non dimentica mai, anzi pone sempre al centro, l’uomo: struggenti sono i momenti d’intimità del protagonista (la scena della morte di Hoover e della scoperta del cadavere da parte di Clyde). Come sono struggenti e bellissimi gli ultimi dialoghi tra il vecchio Hoover e la sua fedelissima segretaria (una bravissima Naomi Watts), con i due volti invecchiati in primo piano, segnati dalla stanchezza e dal rimpianto forse. Un film cupo, a tratti anche claustrofobico (le case, gli uffici la fanno da padrone) che dimostra ancora una volta come Eastwood creda soltanto al potere della pellicola, al potere dei film. Il potere degli uomini è soltanto fango… la macchina del fango.

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