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Un colpo in canna

di

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Alberto correva sempre attento a dove metteva i piedi, ma chi lo avesse visto da fuori avrebbe detto che i suoi occhi erano puntati sul suo cane Carlotta e sulla macchia in cui si muoveva con incredibile agilità.

Alberto correva sempre attento a dove metteva i piedi, ma chi lo avesse visto da fuori avrebbe detto che i suoi occhi erano puntati sul suo cane Carlotta e sulla macchia in cui si muoveva con incredibile agilità.

Per Claudio invece era tutto più complicato: lui oltre al terreno, a Paul e alla boscaglia doveva avere sempre presente la posizione di Alberto e la linea di tiro che li divideva. E poi a lui restava un solo colpo in canna, non poteva sbagliare mira: doveva centrarlo in mezzo agli occhi quel bastardo.

“Sei sicuro di averlo ferito?” chiese quello

“Certo -rispose con affanno- non li vedi i cani come sono impazziti? Risparmia il fiato che lo becchiamo”.

La caccia al cinghiale si fa con la posta. Quando i battitori avevano spinto la bestia verso gli ultimi due cacciatori, Claudio aveva tirato, aveva sbagliato apposta mirando al posteriore e l’animale ferito si era rifugiato nel bosco adiacente. La parte più difficile del piano era andata incredibilmente in porto.

Ora i due erano sulle tracce del porco ferito o così credeva Alberto. Perché in realtà il suo migliore amico non andava esattamente a caccia di selvaggina, a lui bruciavano quelle corna.

Un paio di giorni prima si era incuriosito per gli strani atteggiamenti di Ilaria, sua moglie. Sentiva che qualcosa non tornava, che gli raccontava bugie, e l’aveva seguita fin dietro il campo da calcio. Si era appostato e l’aveva vista salire sulla macchina di Alberto che nel giro di cinque minuti aveva preso a ondeggiare in modo inequivocabile. Aveva represso il desiderio di andare ad aprire la portiera dell’auto e di fare quello che molti avrebbero fatto: ci voleva qualcosa di più, qualcosa di estremamente vendicativo. A cominciare dal suo amico.

Adesso i due si muovevano agili e coordinati come fanno i felini quando inseguono una preda. Non avevano bisogno di parlarsi, facevano squadra insieme da una vita, da quando i loro padri li portavano a caccia insieme che erano ancora minorenni.

Ma questa volta mentre correva Claudio si ripeteva la lezione: ‘allontanarsi dagli altri, colpire prima di uscire dal bosco, colpire quando Alberto è di fronte, perché bisogna giustificarsi dicendo che si erano separati e non si aspettava che potesse essere lui a spuntare da quelle frasche’.

Del cinghiale neanche l’ombra, era come se avesse avuto le ali ai piedi. Ma questo era nelle previsioni, un animale ferito all’inizio scappa con più foga. Solo in un secondo momento, quando la perdita di sangue si fa più consistente, gli scivolano via le forze. Lo sapeva Alberto che ne aveva uccisi a decine e lo sapeva Claudio, per il cui piano la bestia poteva anche uscire di scena: la sua parte ormai l’aveva fatta.

“Ecco il sangue, te l’ho detto che l’ho preso!”

“Perché non gli hai tirato un’altra volta? Ce l’avevi a trenta metri …”

“Ha scartato e non sono più riuscito ad inquadrarlo”.

“Dovevi tirare lo stesso!”

Il tono secco di Alberto sembrava qualcosa di più di un rimprovero tra amici. Era come se sospettasse qualcosa. Ripensò alle frecciate che gli aveva scoccato mentre si preparavano davanti ai fuoristrada: “Ho litigato con Ilaria. Sai cosa mi ha detto?” e lo aveva fissato mentre quello sbiancava “Che la devo smettere di fare il filo ad Arianna sennò me la fa pagare. Ti rendi conto? Ad Arianna, la donna di un amico …. Io una porcata del genere non la farei mai. Mi sentirei un verme. Voglio dire: tu te la faresti Arianna?”. Quello, dopo aver ingoiato la saliva finalmente rispose:”Ma che sei scemo? Certe cose non le devi neanche dire!”. E lui ancora:”Se scopro che un amico si tromba mia moglie prendo la doppietta e gli sparo. In faccia, a palla secca, come ad un cinghiale”.

Adesso si rendeva conto di aver esagerato e di averlo messo in guardia: ma che diamine uno quando muore sparato deve pur sapere perché. Deve sapere che è giusto!

Intanto il falsopiano si era fatto pendenza e poi salita. La leggera imperlatura sulla fronte dei due si era fatta trasformata in sudore che grondava vistosamente. I cani non erano più neanche a portata d’occhio per via della boscaglia. E le gambe allenate cominciavano a dare segni di stanchezza.

“Non lo prendiamo più -disse Alberto con il tono di chi si voleva arrendere- io mollo!”

“Se molliamo perdiamo i cani! Sono sulla pista e anche se li chiami non tornano. Andiamo avanti, siamo qui per questo. Che c’hai paura di perderti? Allargati a sinistra… io salgo di qua, che mi è sembrato di sentire Paul”.

I due si separarono di una ventina di metri perdendosi di vista. Entrarono in quella fascia di monte in cui un grado di temperatura in meno mantiene la brina della notte. Lì dove l’erba è bianca e la senti crepitare ad ogni passo, dove il monte non può ripararti dal vento che ti schiaffeggia e ti gela le ossa, l’orgoglio e la determinazione ebbero la meglio sull’ ultima incertezza della coscienza di Claudio.

Sentì abbaiare furiosamente. La salita finì. Vide i due cani aggressivi e il cinghiale ferito sotto un grosso masso che cercava di difendersi con le ultime forze. Non c’erano dubbi: tra poco sarebbe spuntato Alberto dalle fratte. Si fece un po’ più indietro in modo da trovarsi quasi in cima al monte; così la linea di tiro metteva la bestia in mezzo tra il suo fucile e la zona da cui sarebbe dovuto spuntare. Riprovò mentalmente la parte: “Ero stanchissimo, il sudore mi impediva di vedere bene.“.

Tra i rovi, proprio dietro al cinghiale, qualcuno si stava facendo spazio. Era lui.

Dicono che quando stai per morire ti passa davanti tutta la vita.

Claudio, che stava per uccidere, rivide le merende nei boschi durante le battute di caccia, i loro genitori che giocavano a carte, le grandi mani del padre di Alberto che lo avevano abbracciato ridandogli coraggio il giorno in cui suo padre era morto.

Poi gli passò per la mente quella macchina che sussultava dietro il campo di calcio e il desiderio di vendetta prese il sopravvento. Imbracciò il fucile. Era una questione di attimi, poi tutto sarebbe finito.

Bastò una frazione di secondo per mirare la figura che sbucò dai cespugli.

Ci volle un po’ di più per mettere a fuoco l’uomo a cui stava per sparare: era spaventato e improvvisamente vecchio. Sembrava il padre.

Corresse la mira e la pallottola che spuntò dalla canna si andò a conficcare nella gola del porco.

Rimase ancora per un attimo in apnea e poi tirò un lungo sospiro di sollievo.

L’altro era dritto in piedi, sembrava impietrito. Stava zitto, come se avesse capito tutto.

Restarono alcuni secondi a fissarsi negli occhi, finché Alberto non li abbassò.

I cani smisero di abbaiare. Claudio si sedette su una roccia, posò il fucile in terra e con controllata isteria tirò fuori una sigaretta. Se la accese e rimase a guardare il fumo che si spargeva in quel gelido mattino.

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