Il Film: The Artist – Parla! Non Parlerò!

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– Parla! – Non parlerò! Sono quasi l’epigrafe del film le due battute iniziali, mentre le scariche dell’elettroshock fanno scintille tra le tempie dell’uomo legato alla sedia...

– Parla!

– Non parlerò!

Sono quasi l’epigrafe del film le due battute iniziali, mentre le scariche dell’elettroshock fanno scintille tra le tempie dell’uomo legato alla sedia; ma il nostro eroe George Valentin, star del muto e baffetto alla Errol Flynn, tiene duro e non parlerà! Senonché…

 

È un film ambizioso, questo The Artist, presentato all’ultimo Festival di Cannes (2011, 64a edizione), dove è stato accolto con gran successo. Il Festival ha poi premiato con la Palma d’oro The tree of life di Terrence Malick; ma il protagonista del film, Jean Dujardin, ha ‘soffiato’ la Palma di miglior attore a Michel Piccoli del film di Moretti e a Sean Penn del film di Sorrentino.

E il regista francese Michel Hazanavicius ha vinto la sua scommessa, di realizzare, ai tempi del nuovo che avanza a grandi passi, tra effetti speciali e 3D, un film – muto e in bianco e nero – di grande impatto emotivo e successo di pubblico; che insieme, ad un diverso livello, ha attirato cinefili e amateurs del genere.

 

Vi è raccontata una storia, semplice e drammatica, della fase di passaggio del cinema, dal muto al sonoro, nella seconda metà degli anni ’20, quando schiere di attori e caratteristi del muto rimasero quasi improvvisamente senza lavoro.

George Valentin (Valentin: un nome, un destino) – è uno di questi: all’apice del successo, non riconosce, anzi disprezza la novità, e si intestardisce a produrre un kolossal muto che si rivelerà un fiasco e lo getterà sul lastrico (siamo nel film all’epoca della grande crisi del ’29).

Insieme è la storia di un amore: la bella Peppy Miller – l’attrice di origine argentina Bérénice Bejo, nella vita moglie del regista del film – si innamora del bel Valentin quand’è ancora ricco e famoso e non lo dimentica nella disgrazia.

Ma l’uomo è ostinato e vanamente orgoglioso, e anche l’amore sembra impotente a distoglierlo dalla sua tentazione autodistruttiva.

Mentre lei – con le movenze eleganti e leggere di una Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany: tutta ammiccamenti e mossettine, ma anche capace di mostrare un dolore trattenuto, da grande attrice conosce una rapida ascesa nel firmamento delle star e diventa l’attrice di punta della Kinograph, già casa di produzione dei film di Valentin.

Un film a più livelli, si è detto, dove il regista dimostra una perfetta conoscenza del ritmo e dei tempi del film muto. E anche si ritrovano, sparse a piene mani, le citazioni dei grandi classici del periodo successivo. Da Quarto Potere di Orson Welles, alle elucubrazioni sul cinema di Wim Wenders; ai temi e alle atmosfere di Viale del tramonto e di Cantando sotto la pioggia: ma con ironia e leggerezza.

Un film sulla parola, attraverso la sua assenza.

Dalle due battute iniziali, a irresistibili richiami nel corso di tutto il film.

– George, dobbiamo parlare – gli dice la moglie in crisi (ovviamente solo muovendo le labbra, mentre una scritta informa gli spettatori) – Perché non mi parli? E la faccia di lui è un vero capolavoro di implicazioni.

Ancora, bocche che parlano, parlano… senza emettere suono; denti che sorridono, lingue che si muovono …e nessun rumore ‘dentro la storia’. Solo la musica ‘esterna’, fuori di essa.

O quando, parlando del cane – che è un grande attore: Uggy, infatti sempre a Cannes 64° ha vinto la Palm Dog Award – George dice: – Eh sì, gli manca solo la parola!

Il cane che per tutto il film è presente, agisce e risolve situazioni drammatiche e abbaia senza emettere suono alcuno, tranne che in una scena magistrale, in cui – inopinatamente – si sente il rumore di un bicchiere che viene appoggiato sul tavolo, dei telefoni che squillano, il cane abbaiare e, dopo un lungo e pigro volteggio, una piuma che si appoggia a terra con un fragore di tuono, tanto da far sussultare gli spettatori in sala. E tutto ha un senso e la sua implicita ironia.

Perché, come avevamo immaginato che fossero i sogni, all’epoca del muto?

O quando, nell’elaborato tentativo di suicidio e dopo una lunga preparazione, la pistola è pronta a sparare, e… BANG! …la scena successiva è accolta da una risata dagli spettatori. Duri di cuore? No… Divertiti! Perché il film, contro ogni aspettativa che il luogo comune tenderebbe a legare al ‘muto’ e al bianco-e-nero, è scoppiettante e luminoso.

E infine, quando dopo un impegnativo tip-tap a due il produttore fa il segno di OK ai due affannati ballerini: Perfect! …e subito dopo: …Ne puoi fare solo un’altra?

With pleasuredice lui.

With pleasure – dice lo spettatore.

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