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Angeli mascherati: George Whitman

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Erano giorni in cui avevo il futuro davanti a me. Camminavo per Parigi accanto al mio Maestro di allora, con la testa innamorata di tutta la bellezza che per la prima volta vedevo e sentivo.

Erano giorni in cui avevo il futuro davanti a me.

Camminavo per Parigi accanto al mio Maestro di allora, con la testa innamorata di tutta la bellezza che per la prima volta vedevo e sentivo.

Ero spaventata: la bellezza e il futuro hanno un gusto risoluto che solo i forti conoscono senza provarne spavento.

Ci fermammo un giorno solo a Parigi. E in un pomeriggio, verso il crepuscolo, inebriata dalle viuzze del quartiere latino, entrando e uscendo dai bistrot con le immagini dei poeti maledetti che mi fissavano dai muri ingabbiati in quadri e in fotografie, sentii proprio gli occhi di quei poeti seguirmi e insinuarsi con una forza che ancora adesso non comprendo. E in un pomeriggio, col freddo tagliente d’inverno e il sole che impallidiva lasciando il posto ai lampioni che accendevano la notte, varcai una soglia.

Entrai che fuori c’era la luce e, solo ora realizzo, da lì forse non sono più uscita.

Il mio Maestro, con un cappotto verde bottiglia e con il viso vispo e allegro, un’allegria che scaturiva da un’intelligenza curiosa, salutò con un abbraccio un omino piccolo, i capelli arruffati e la giacca color rubino polverosa di anni. Parlarono poco ma si dissero molto con gli occhi. E mi trovai, dritti nei miei, due fasci azzurri di luce, colmi di tenerezza e di severità. Una severità che metteva alla prova. Ressi lo sguardo, uno sguardo che a un tempo sembrava liquefarmi e ricrearmi.

La ricompensa fu una stretta di mano. E, nel mentre, una presentazione. Sono molto lieto di conoscerla, sono George Whitman, disse. Al suono di quelle parole, mi sentii mancare. Il mio Maestro di allora se ne accorse e mi tenne per il braccio, affinché non cadessi.

Poi, lentamente, salii con lui scale ripide di legno e, con le gambe tremanti, gli occhi percorrevano tutto attorno. Non vedevo altro che libri, occupavano tutto lo spazio. Inventavano lo spazio, infilandosi ovunque, come fossero creature viventi. Lise e ricche di storie.

In cima alle scale si aprivano stanzette. Mi sedetti su una panca, gli occhi sgranati.

L’omino dallo sguardo azzurro era lì di fronte e mi osservava, aveva una tazza fumante tra le mani.

Me la porse, insieme a un invito: Non aver paura. Ma ora alzati da lì, sei seduta sopra un letto.

Mi alzai di scatto. E mi accorsi che quella panca coperta di libri era un giaciglio. E non era il solo.

Dalla finestrella la sagoma di Notre Dame era blu scura, striata di azzurro. Sembrava un quadro. Dentro, quel colore era negli occhi dell’omino.

Sedemmo tutti e tre su un’altra panca, dopo aver spostato i libri che la ricoprivano. Erano libri di poeti. E bevemmo il té in silenzio, il té più buono che ancora ricordi. Incoraggiata dal calore che scendeva nel corpo ancora tremante, ebbi il coraggio di chiedere, con gli occhi bassi che si alzavano contro la mia volontà per incrociare ancora quell’azzurro vivissimo: Ma lei ha a che fare con… Senza lasciarmi il tempo di continuare, l’omino rispose con un sorriso a metà tra l’ironia e la malinconia: sì, potrei essere il nipote di Walt Whitman. Il suo spirito è con me. Poi il suo sorriso si allargò, forse per accogliere la mia commozione che non riuscivo più a camuffare. Parlammo con confidenza e mi spiegò che in quel luogo accoglieva scrittori e poeti di passaggio a Parigi, in cambio di un aiuto nel tenere in ordine la libreria. Chi si fermava lì doveva anche leggere, perlomeno un libro al giorno, per tenere in vita i libri, oltre che loro stessi.

Non ricordo quanto tempo passai lì dentro. Qualunque fosse il tempo misurato in secondi, minuti oppure ore, è ancora presente. George Whitman, prima di lasciarci andare via, mi porse un libro. Conteneva storie scritte proprio in quel luogo da chi lo aveva abitato. E il titolo riassumeva il suo pensiero: Angels in disguise. George Whitman ha sempre accolto tutti, convinto che non bisogna essere inospitali con gli stranieri perché possono essere angeli mascherati.

Da quel pomeriggio la vita mi scappò dalle mani e si fece veloce e io a inseguirla. Persi quasi tutto quello che allora andavo timidamente costruendo. Ma ancora adesso, quando mi sento persa, cerco di ricordare il fascio di luce azzurra che compone nell’aria le parole: Non aver paura.

George Whitman ha smesso di leggere solo quando il suo spirito si è separato dal corpo, il 14 dicembre scorso a 98 anni, due giorni dopo il suo compleanno. E non ha mai smesso di avere con sé i suoi amici, il cane, il gatto e la figlia Sylvia, che continuerà a prendersi cura della Shakespeare & Company. Il pomeriggio del 22 dicembre sarà celebrato il funerale nel bellissimo cimitero Père Lachaise di Parigi e la sera nella libreria si berrà champagne per festeggiare la sua vita, con i racconti di chi ha avuto la fortuna di conoscerlo. Invito tutti coloro che amano i buoni libri a brindare a George Whitman e al coraggio eccentrico di vivere in accordo con ciò a cui profondamente si crede. 

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