Cronache da un laboratorio di narrativa

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Qualcuno l’ha già visitata? Sì, un medico giapponese a San Paolo Un cinese vorrà dire! No, era giapponese! Scusi, ma a San Paolo ci sono solo medici cinesi…

Qualcuno l’ha già visitata?

  • Sì, un medico giapponese a San Paolo
  • Un cinese vorrà dire!
  • No, era giapponese!
  • Scusi, ma a San Paolo ci sono solo medici cinesi…
  • Ma no, San Paolo è piena di giapponesi
  • Giapponesi a San Paolo ?
  • La comunità più estesa oltre all’italiana è quella di giapponesi! Con l’emigrazione dopo la seconda guerra …
  • Ma lei sta parlando di San Paolo in Brasile, io mi riferivo a San Paolo fuori le mura! Lì c’è un centro ortopedico con dei medici cinesi …

Il dottore mi aveva visitato per un problema di cervicale. La storia dei cinesi giapponesi ci aveva divertito.

Si interessa di scrittura? Anche io! Venga alla scuola Omero. È un’associazione, è interessante. Si divertirà. Venga a trovarci …. siamo un bel gruppo … le piacerà … Sa, sto scrivendo un romanzo …

L’idea mi era piaciuta, l’ho accarezzata per un po’ e poi abbandonata. A distanza di tre anni mi sono iscritta al corso di primo livello.

Ero lì, nella sala, in ascolto.

Già dal secondo incontro i partecipanti leggevano i loro scritti. L’aria era trasparente; poi, d’improvviso storie di coltelli con un morto, vero, forse anche due; sigari che puzzavano nei posacenere ma non potevano né bruciare né essere gettati via; donne con nausea da amori impossibili e conati repressi; poi cagnolini, di varia razza e stazza: era tutto lì, in giro per la sala.

Un dignitoso portafoglio che diventa indignato per il vezzo della sua proprietaria di cullare il piatto della bilancia … una ragione in più, penso, per partecipare alla marcia degli indignati , dignitosi signori prima che qualcuno si divertisse a togliergli il peso cui avevano diritto.

Un pomeriggio tutti avevano bevuto il caffè, a tutte le ore e in tutti i modi e lo raccontavano contenti: ne avevano sentito l’aroma e poi il profumo e lo avevano bevuto con gran godimento e avevano sentito la trascurabile felicità: perché Enrico e Paolo, i due docenti conduttori, ci avevano dato il compito di sentire e trascrivere la trascurabile felicità. Io non ce l’ho fatta: pur di non scrivere o meglio di non fare il compito, ho cominciato a complottare con Etgar Keret- in fin dei conti sono loro che ci hanno letto Colla pazza al primo incontro!- Il paradiso è il posto dove va chi non è riuscito a trovare la felicità sulla terra! OK questo mi piace, per me la felicità anche se per cose di poco conto, è sempre non trascurabile, ho pensato. Comunque molti nel gruppo erano contenti perché avevano bevuto un sacco di caffè, più o meno caldo, più o meno aromatico, anzi la felicità sembrava procedere proporzionalmente con l’aroma del caffè, nel senso che già questo li aveva resi felici. A pensarci bene è vero anche per me, ma è che io non ce la faccio a scriverlo. E non solo … quando Paolo ha chiesto se qualcuno voleva dire ciò che gli veniva in mente sui momenti di non trascurabile felicità, io ho pensato ad un LUI che esce di casa sbattendo la porta, ma quando era il mio turno non ho detto nulla, mi sembrava davvero poca roba. E anche dopo, quando non era più il mio turno e Paolo continuava a fare il giro con lo sguardo invogliandoci a parlare, anche lì non ho parlato.

“Ada morì quando avevo quindici anni”: mi è arrivato come un pugnale, a un centimetro dal cuore. Ho ripreso fiato lentamente mentre la donna continuava tranquilla la lettura del suo racconto. Avevo ancora il fiato sospeso alla fine della storia, ero ancora ad Ada morì quando avevo quindici anni.

Voglio l’Angelo, ho pensato un pomeriggio, voglio l’Angelo di Wim Wenders, quello del Cielo sopra Berlino. Sulla parete della sala due ritratti, una sorella di Santa Rita, credo, e un giovane Don Bosco universitario. Voglio l’Angelo, voglio l’Angelo di Wim Wenders, lo avrei urlato … perché non arriva, ora… in questa stanza, lui ascolta i pensieri di tutti e ti accompagna fino sull’orlo e non cadi giù.

Non saprei cosa raccontare, ora. Con queste storie la mia se n’è andata, è volata via. Forse vuole sentirsi libera, non mi accompagna più in sala. L’Angelo di Wim Wenders … Così lontano così vicino … lui forse me la riporterebbe giù …

Ad un certo punto ho avuto la percezione chiara di noi, di questo gruppo, compresi Enrico e Paolo. Mi è tornato alla memoria un lavoro di educazione sessuale visto in televisione, forse la TV italiana del 96 o 97 o forse era Rete Infinito di Buenos Aires nel 98, non ricordo bene. Insomma la scena era questa: al centro c’era il docente, l’esperto, seduto su una sedia da regista. Erano all’aperto, lui seduto sotto un grande albero, imponente su tutto il diametro della sedia: fumava una sigaretta dietro l’altra e intanto parlava e guidava i partecipanti. Loro, uomini e donne divisi in coppie, seduti sull’erba, uno di fronte all’altra, che seguivano le indicazioni dell’esperto: ora si toccavano le mani, ora si penetravano nello sguardo, e così in avanti, sempre più vicini. Nudi, abbracciati sull’erba in una sorta di godimento crescente, direi di amplesso mentale e di lì a poco non solo. La telecamera inquadrava quelli in primo piano: belli, solari, sorridenti e dietro il proff. che continuava a fumare e guidare con le parole. Ecco, Paolo così rilassato sulla sedia da regista mi fa pensare a lui. Noi in sala a sperimentare il piacere di avvicinarci sempre di più alla parola al racconto, in definitiva a noi stessi al nostro immaginario, ad entrare nella fantasia ad accarezzare sperimentare ogni sorta di possibilità: tutto si può qui, lui ti invoglia a scandagliare, ad osare ad eccedere a fermarti ad affondare anche fosse il colpo finale per quello di fronte a te, puoi stupire e stupirti: una sorta di nudità che fai fatica a raggiungere d’amblé e stai lì a provarci e provare come le coppie sull’erba.

Noi qui, tutti presi dall’espressione di noi stessi, lui lì ad ascoltare: ho proprio la sensazione che guardi con una sorta di antenne uditive, che lo avvicinano ad un suono diverso da quello che puoi percepire ad orecchio nudo. Perché qui di nudo ci sono solo le orecchie e l’anima timida e insolente quando si scopre.

Enrico mi sa più teso. L’altro giorno forse voleva mettersi le mani nei capelli ma credo che, a furia di farlo, ne sia rimasto con pochi e li ha ben rasati, allora ha messo la fronte e il capo nella mano destra e ha stretto forte. Ha stretto più forte che poteva: da fuori si vedeva un grande sforzo ed era tutto corrugato e poi ha detto: Sì, va bene, nel racconto c’è questa parte molto interessante, questo va bene, quest’altro devi migliorarlo. Io in quella stretta ho visto che si stringeva il cuore, volevo abbracciarlo: è un genio di generosità.

Paolo t’abbraccia col sorriso e con gli occhi che usa solo a fine lezione, quando spegne le antennine.

Il dottore aveva ragione: l’esperienza è in qualche modo eccitante perché ti senti che anche tu, prima o poi, accenderai il motore e forse andrai, dove non so, non m’importa più.

-Senti scusa, ma non hai qualcosa da suggerire a chi non riesce ancora a scrivere? Paolo mi guarda, dice qualcosa … È il super io troppo grande … Sorride. Il suo sorriso mi accompagna giù per le scale, sento che in qualche modo è anche il mio sorriso. Che sia la voglia di esserci che devo accarezzare? Essere in mezzo agli altri e basta, o meglio, e sorridi! In fin dei conti chi l’ha detto che scriverò qualcosa?

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