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C’era una volta il romanzo. Ora è fiction

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Il romanzo non è morto e la letteratura non è finita. Ma dove sono gli Hemingway e i Mark Twain...

Si riapre il dibattito su come sta cambiando il mondo della narrazione

Il romanzo non è morto e la letteratura non è finita. Ma dove sono gli Hemingway e i Mark Twain, i Dickens e i Robert Louis Stevenson, per non parlare dei Tolstoj e dei Balzac, nella narrativa contemporanea? Li ritroviamo nella serialità televisiva, nella fiction, che si colloca sempre più come vetta narrativa dei nostri tempi. In realtà, come ha osservato Umberto Eco, la serialità (la ripetizione e la standardizzazione di personaggi e situazioni) non è una caratteristica esclusiva dell’epoca dei media di massa, ma è un fenomeno che attraversa la produzione letteraria mondiale da sempre. Eppure nella società postmoderna, da un lato, è stata certificata la fine delle grandi narrazioni che rispecchiavano e al tempo stesso criticavano la società, dall’altro le micronarrazioni televisive offrono sempre più materiale prezioso per comprendere il mondo in cui viviamo, svolgono una straordinaria funzione di negoziazione sociale, dilatano esperienze e situazioni a cui abbiamo accesso senza esserne presenti fisicamente. Tempo fa, Jonathan Franzen dichiarava che le serie tv “stanno rimpiazzando il bisogno che veniva soddisfatto da un certo tipo di realismo del XIX secolo. Quando leggi Dickens ottieni gli stessi effetti narrativi che ti danno le serie tv…”.

Che cosa possiamo dedurre dalla fortuna del racconto “seriale” televisivo, che recupera forme storiche di narrazione come il caso dei romanzi a puntate? Sicuramente l’esigenza di raccontare e il bisogno di tornare ad assistere alla “cerimonia della narrazione”. Il lettore postmoderno si abbandona al mondo possibile della fiction che gli fornisce quelle risorse indispensabili per soggiornare nel presente. La serie televisiva è in grado di rappresentare le molteplici spinte, contrastanti e spesso irrazionali, dei giorni nostri.

Sul tema è ritornato anche Aldo Grasso in un articolo molto interessante dedicato alla presunta morte sul romanzo nel quale il giornalista sostiene che il romanzo non è morto ma è stato semplicemente sostituito da altre narrazioni. E la forma-romanzo, quindi, non è venuta meno ma si sposta su nuovi e inediti territori convergenti. E la convergenza è tecnologica ma anche antropologica che incoraggia gli utenti a creare connessioni tra diversi testi, a utilizzare le tecnologie come ambienti da abitare e nei quali vivere la nostra vita quotidiana.

Grasso cita Gary Shteyngart, autore di un romanzo molto popolare negli States, che dice: «Canali come Hbo e Showtime stanno conquistando tutti. La tipologia di artifici narrativi che sono sempre apparsi in forma di romanzo, ora compaiono in serie come The Wire e Breaking Bad. Queste serie innescano la “spinta narrativa” che chiediamo, ci insegnano diversi mondi e diversi modi di vivere.»

Ci troviamo in presenza di serie televisive di alta qualità, capolavori assoluti come Six Feet Under, Sopranos, Mad Men e The Wire, opere di sorprendente complessità, varietà e generosità narrativa, umana e tematica, e di largo consumo.

La serialità americana, a differenza di quella italiana, non ha debiti o modelli extratelevisivi, è pura creatività televisiva capace di costruire un universo nuovo, assoluto, universale. Così come è vivo un linguaggio intrecciato di allusioni, metafore, iperboli diffuse in uno stile sincopato che tiene viva l’attenzione e l’intelligenza dello spettatore.

Scriveva Paul Auster le cose accadono solo a chi sa raccontarle nel senso che è attraverso la narrazione che la realtà prende forma, si rende riconoscibile.

La fiction, allora, portando alla luce ciò che prima era nascosto, funziona come una sorta di memoria individuale e sociale; ci offre la possibilità di uscire da noi stessi e ci mette in condizione di vedere e sentire l’altro e ci fa uscire dal nostro particolare, ci mostra ciò che è o potrebbe essere, dilata la nostra esperienza e ci stimola a porre dubbi, domande, a formulare giudizi. Come la più grande ed indelebile letteratura.

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