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La Gran Madre di Dio

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Il ghiaccio che tintinnava, galleggiando nella bevanda, la riportò al presente. Alzò lo sguardo, e lo lasciò correre, dal dehor del caffè dove sedeva, oltre la piazza Vittorio Veneto, oltre il ponte Vittorio Emanuele I,

Il ghiaccio che tintinnava, galleggiando nella bevanda, la riportò al presente. Alzò lo sguardo, e lo lasciò correre, dal dehor del caffè dove sedeva, oltre la piazza Vittorio Veneto, oltre il ponte Vittorio Emanuele I, fino ad incontrare la Gran Madre di Dio. Ripeté, nella mente, alcune parole rituali, che aveva ripetuto milioni di volte. Sebbene fosse agosto, una folata d’aria fredda la investì, scompigliandole i capelli, accapponandole la pelle. Quindi si alzò, frugò nella borsa, e lasciò sul tavolo una banconota, appoggiandoci sopra il bicchiere quasi pieno per evitare che il vento potesse portarla via. Era una giornata ventosa, o forse, semplicemente, quel giorno il vento la seguiva. Si alzò, per andare al suo appuntamento.

Camminò a passo svelto, accorgendosi all’improvviso di avere fretta, ma voltandosi indietro di tanto in tanto, come se qualcosa la trattenesse, o la facesse dubitare dei suoi passi.

Camminò, sopra al ticchettio del pavé sotto le sue scarpe con il tacco alto, verso l’albergo, poco distante, in cui aveva riservato una camera. Prese la chiave della stanza numero duecentosette, e chiese al portiere di far passare il suo ospite, quando fosse arrivato. Sette era un numero di buon auspicio, pensò, e questo la rese più tranquilla. Poi, salì le due rampe di scale. Il suo corpo giovane e snello non faceva fatica, eppure le parve di essere avviluppata in una molle pigrizia, che le impediva di salire e che la avvolgeva sempre di più, man mano che la destinazione si avvicinava. Più di una volta fu tentata di tornare indietro, e di allontanarsi da quel posto. Ma quella sensazione non le sembrava un motivo sufficiente per andarsene. Certo non avrebbe trascurato la reazione del suo corpo, sarebbe stata prudente, ma non avrebbe assecondato il suo istinto che le suggeriva di fuggire. La verità era che non voleva andare via.

Arrivò davanti alla porta della camera e si fermò. Si chiese perché fosse stato così difficile arrivare fino a lì. Temeva forse che lui non venisse? Nessun uomo le si era mai rifiutato. Temeva allora di fargli del male? Non si era mai preoccupata di spezzare un cuore, dopo aver preso ciò che voleva. Temeva quindi di poterlo amare? Non dubitava che, se lo avesse amato, avrebbe potuto averlo, per tutta la vita, se lo avesse voluto.

Infilò la chiave nella serratura e il pomello ruotò con un cigolio leggero, che tuttavia le sue orecchie riuscirono a percepire in modo distinto, come se quella maniglia non potesse fare altro che quel suono.

La porta si aprì. Non lo capì subito, ma la camera le ricordò un’altra camera che aveva già visto. Le tende di velluto erano spesse e pesanti. Sopra il letto troneggiava un’impalcatura dalla quale pendeva un drappo, a guisa di baldacchino, della stessa foggia delle tende. Le lenzuola erano ricamate. Una poltrona era accostata a un piccolo scrittoio in legno scuro, su cui poggiavano alcune carte e un libro, che pareva antico. Quel libro attirò la sua attenzione. Desiderò di aprirlo, di scoprirne il titolo, sebbene fosse certa di conoscerlo. Quel libro. Doveva averlo già visto, doveva averlo già sfogliato, doveva averne già letto le pagine logore, per quanto le sembrasse che, nel suo ricordo, fossero meno consunte, meno ingiallite. Di quel libro le parve di ricordare diversi brani, che conosceva a memoria. Le sembrò di aver recitato le parole antiche vergate su quelle pagine. Ricordò quel libro appoggiato su un altro scrittoio, in un’altra camera, la sua camera. In quel momento, qualcuno bussò.

Il ragazzo era biondo, dalla pelle delicata. Poco più di un bambino. E tuttavia, nel suo sguardo impacciato, c’era qualcosa che, ancora una volta, inspiegabilmente, la turbò. Lui non entrò, aspettando che fosse lei ad invitarlo. La bella bocca gli tremava un poco, per l’emozione, o solo per l’imbarazzo. Lei tese una mano verso il suo viso, e gli spostò i capelli dalla fronte, adagio. Poi lasciò scorrere la mano sulla guancia, poi lungo il collo, e lo sentì fremere sotto le sue dita. Lo attirò verso di sé, e, per la prima volta, lo baciò. Lui, forse vincendo la timidezza, la strinse, e lei riconobbe il desiderio, quasi doloroso, con cui tanti uomini l’avevano stretta. Lo trascinò verso il grande letto. Il vento chiuse la porta alle loro spalle.

Lo spinse sul materasso, e lui vi si lasciò cadere. Restò con il corpo abbandonato, le braccia lungo il corpo. Era la sua preda. Per un istante pensò a tutte le sue prede. Quelle che avevano cercato di resisterle, quelle a cui aveva lasciato l’illusione di catturarla, quelle che si erano soltanto rassegnate a ciò che erano. Eppure, questo ragazzo, sdraiato sotto di lei, che ne avrebbe fatto ciò che desiderava, che lo avrebbe reso un pupazzo nelle sue mani, che lo avrebbe usato per il suo piacere, che gli avrebbe preso l’anima, il cuore, il cervello, solo sussurrandogli all’orecchio poche, terribili parole, questo ragazzo, aveva negli occhi una luce che le faceva desiderare di non trovarsi lì in quel momento. Con la punta delle dita, lo indusse a chiudere le palpebre. Poi, sfilò la sciarpa leggera che le avvolgeva il collo, e la usò per bendarlo. Lui la lasciò fare senza dire una sola parola. Lei gli infilò le dita sotto la camicia, sul petto. Afferrò lembi opposti di stoffa, e, con un gesto improvviso, strappò. I bottoni saltarono via, alcuni rotolarono sul pavimento. Lui, con il torace esposto, allargò le braccia, con i palmi delle mani verso l’alto, come se si dichiarasse vinto, come se la invitasse ad immobilizzargli i polsi o, semplicemente, come se si sentisse già incatenato. Lei gli appoggiò la mano sulla gola. Poi la serrò con forza. Dalle labbra del ragazzo uscì un lamento, leggero come un sospiro.

Alcune ore dopo, la svegliò l’odore. Odore di legno bruciato. La svegliò il crepitio. La svegliò il calore. La svegliarono i rumori dalla strada. La svegliarono le urla di donne. La svegliarono i ricordi di quel giorno già vissuto. I ricordi portati dal vento, che si era alzato nella stanza, e che quel giorno la seguiva. Si guardò intorno e si credette nella sua stanza. Il letto, con la sua pesante impalcatura di legno, bruciava. Poi riconobbe la camera d’albergo, che le ricordava la sua stanza. Bruciavano le coperte, bruciavano le tende, bruciavano i tappeti. Eppure, non era il ricordo della sua stanza. Il ragazzo, nudo, giaceva al suo fianco, con la testa abbandonata sul cuscino. Era un’altra stanza, che tuttavia lei ricordava. Una stanza in cui era certa di non essere mai stata. Una stanza dove, una donna che le assomigliava sedeva davanti a un piccolo scrittoio, ripetendo le parole empie e le parole sante lette da un vecchio libro.

Il ragazzo respirava piano, dormiva. Provò a scuoterlo, ma lui non accennò a svegliarsi. Lei si alzò per fuggire. Ma non lo avrebbe lasciato bruciare. E lo spinse giù dal letto, oltre le fiamme, sul pavimento nudo e sicuro. E in quello sforzo, il letto crollò, imprigionandola.

Lei sentì il fuoco avvolgerla. E oltre il fuoco vide il viso innocente del ragazzo, vide i suoi occhi. Fu solo attraverso il fuoco che lo riconobbe. Adesso era un poco più giovane di come lo ricordava, ma il suo sguardo non era cambiato. Era lo stesso uomo che, in una piazza poco distante, aveva decretato, solo cinquecento anni prima, che una strega, colpevole di eresie, incantesimi e malefici, dovesse bruciare. Era lo stesso uomo che aveva mandato dei soldati a trascinare la strega fuori dalla sua stanza, dalle tende pesanti, il letto imponente, ed un libro pieno di parole incomprensibili appoggiato sul piccolo scrittoio. Era lo stesso uomo che aveva ordinato che la pira venisse allestita. Era lo stesso uomo che aveva stabilito che la strega fosse legata a quella pira. Era lo stesso uomo che aveva comandato che il fuoco venisse acceso. Era lo stesso uomo che cinquecento anni prima aveva guardato la strega bruciare. L’aveva guardata con uno sguardo ingenuo, sorridendo dello stesso sorriso che l’aveva conquistata e portata in quella camera d’albergo. Lei ricordò quel sorriso, attraverso il fuoco. E ricordò che lei avrebbe potuto essere quella strega.

Il ragazzo piangendo e implorando, nascondendo il volto fra le mani vide la donna di cui si era innamorato bruciare.
– Perché hai acceso il fuoco? – lei gli gridò. Nello sguardo di lui non c’erano risposte, forse non lo ricordava, o forse non sapeva spiegarne il motivo. Nudo, con il corpo nero di fuliggine, corse gridando giù per le scale, mentre il vento, all’interno della stanza, alimentava il rogo che bruciava la strega e, sullo scrittoio divorato dall’incendio, sfogliava le pagine di un libro che non bruciava.

Dalla finestra, attraverso le fiamme ormai alte, la Gran Madre di Dio, si stagliava contro il cielo notturno, imponente e serena.

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