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Allarme pediculus

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La maestra si aggirava tra i banchi, dettando parole incomprensibili e sbirciando gli errori dei suoi alunni, quando lo vide. Grosso. Minaccioso. Fuori norma. Spiccava sui capelli di una bambina, un lendine delle dimensioni di una patata.

La maestra si aggirava tra i banchi, dettando parole incomprensibili e sbirciando gli errori dei suoi alunni, quando lo vide. Grosso. Minaccioso. Fuori norma. Spiccava sui capelli di una bambina, un lendine delle dimensioni di una patata. Mai visto niente di simile. La maestra si azzittì di colpo e si guardò intorno barcollando. Scoprì con orrore che altri lendini alloggiavano sulle teste dei ragazzini. La bambina si sistemò il fiocco tra i capelli e, al contatto con quella presenza estranea, non mostrò alcun turbamento.
Colta da un improvviso fremito, la maestra si affrettò a dettare le ultime tre parole della lista “zigote, zizzania, zoster”, poi si recò alla lavagna e scrisse: Allarme Pediculus humanus capitis! Si ordina a tutti i genitori…
Il gesso strideva sull’ardesia.
Sentiva alle sue spalle un brusio risalire dall’ultima alla prima fila e appiccicarsi alla cattedra come un parassita. Con una piroetta isterica si girò su se stessa, temendo di confermare ciò che aveva appena intravisto con la coda dell’occhio.
Le teste dei bambini erano state inglobate in protuberanze grandi come uova di struzzo. Creature abnormi fremevano e sobbalzavano, ansiose di venire al mondo. Con una rapida sequenza di tonfi, perforarono gli involucri lasciando sul pavimento gusci vuoti e raggrinziti.
I giovani pidocchi si sgranchirono le zampe e un cupo ronzio s’innalzava oltre le loro teste grigiastre e translucide.
La maestra si avvicinò alla porta per tentare la fuga ma l’uscita fu prontamente bloccata da un pidocchio secco e lungo, dallo sguardo familiare. Se ne stava immobile, curvo nel suo esoscheletro bruno, con le zampe incrociate sull’addome.
– Sei già morta e ancora non lo sai!- disse arrotando le pinze.
La maestra riconobbe la voce rauca di Lucio Stregoli, il pluriripetente.
– Diamoci dentro!- urlò Bice Mariotti mentre si strappava il grembiule e lanciava in aria con i suoi uncini neri il quaderno accartocciato. – La lezione è finita!
La maestra brandiva la bacchetta.
– Via, luride bestiacce! Via! Via!
Accerchiata da quel branco ripugnante, voltava ossessivamente la testa da una parte ma quegli esseri erano ormai schierati. Una testuggine coriacea, compatta quanto un’antica legione romana.
Un tumulto infernale, un frenetico tramestio immondo e osceno avvolse l’aula. La vecchia si voltò di spalle e fissò ancora per qualche istante la sua ultima frase alla lavagna: Allarme Pediculus humanus capitis…
Il banchetto si consumò rapido.
Quando alle 13:30 suonò la campanella e i bambini se ne tornarono a casa, qualcuno scoprì il corpo esangue della maestra, stritolato come un pidocchio.

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