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Il documentario: Life in Transit

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Nel 1950 solo il 30% della popolazione mondiale viveva in città: nel 2008, per la prima volta nella storia, più della metà abita in un ambiente urbano.

Nel 1950 solo il 30% della popolazione mondiale viveva in città: nel 2008, per la prima volta nella storia, più della metà abita in un ambiente urbano. L’urbanizzazione mondiale è la prova più evidente della globalizzazione: Detroit fagocita ogni giorno milioni di persone con lo stesso appetito di Città del Messico, Tokyo o Londra. Persone che studiano, lavorano, pensano, mangiano. Ma per vivere nella metropoli occorre seguire una semplice, essenziale regola: muoversi. Non esiste cittadino che non debba spostarsi per andare in ufficio, a scuola, al supermercato. Ogni giorno un uomo spende in media un’ora e mezza della propria vita per il viaggio che lo porterà da casa al lavoro e dal lavoro a casa. Il prezzo da pagare se si vuole vivere in città è solo uno: il tempo. Ma se l’urbanizzazione ha cambiato gli uomini, trasformandoli in eterni pendolari, gli uomini sono stati in grado di stravolgere il concetto stesso di viaggio. Se per alcuni è solo tempo sprecato, per altri rappresenta l’unico momento della giornata in cui pensare, leggere, staccarsi dalla realtà. I pendolari di Eva Weber, ritratti nel documentario Life in Transit sono persone comuni che passano ore della loro vita sulla metropolitana, in macchina, sui treni: proprio lì nella terra di mezzo che separa i luoghi del capitalismo dal calore della casa, sono soli e vulnerabili. Sul sedile di una metropolitana stracolma di gente ci si ritrova a pensare alla vita, a cosa siamo e a cosa saremmo voluti essere. Life in transit osserva persone diverse, di cinque paesi diversi: e subito ci si rende conto che il viaggio  di un operatore di un call center turco, rassicurato dal vedere le stesse facce ogni volta che torna a casa dal turno di notte, non è poi così diverso da quello di un italiano. E cosa dire dell’ecografista messicano? Costretto a stare ogni giorno su un autobus per più di tre ore e mezzo, scruta con meticolosa precisione gli altri passeggeri, o meglio le loro mani, per sapere se sono sposati, fidanzati o soli. Perché in viaggio si impara a capire l’umanità e a conoscere se stessi, a sentirsi vicini e distanti, soli e oppressi, capiti e incompresi.

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