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Le analisi poetiche

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La vena poetica sul braccio destro gli si era rigonfiata. Era bella, quella vena tutta nera, in rilievo, che gli partiva dalla spalla e correva giù fino al polso. In quella vena scorrevano centinaia di minuscole lettere d’inchiostro.

La vena poetica sul braccio destro gli si era rigonfiata. Era bella, quella vena tutta nera, in rilievo, che gli partiva dalla spalla e correva giù fino al polso. In quella vena scorrevano centinaia di minuscole lettere d’inchiostro.
– Questa mi sembra una p! Questa una A maiuscola! Questa è una virgola! – esclamò contento come un bimbo, mentre usciva di casa per precipitarsi nel centro di analisi più vicino.
Il dottore riempì tre siringhe di letterine nere. La vena era tornata invisibile.
– Bene – disse il medico – i risultati fra due giorni.
Due giorni dopo la segretaria porse al poeta due cartelline bianche. Ne aprì una. C’erano dieci pagine con stampate dieci poesie. Aprì la seconda cartella. C’era una sola pagina e vi erano indicati i valori dettagliati delle dieci poesie.
Diede una scorsa veloce: il colore e la consistenza dell’inchiostro rientravano nei valori di riferimento, così come la qualità della grafia, del contenuto del lavoro, la quantità di punti, virgole, due punti, punti esclamativi, interrogativi e di sospensione. Solo il valore degli avverbi usciva un po’ fuori dai parametri, ma appena appena.
Il poeta pagò la segretaria, uscì e chiamò subito il suo editor.
– Salve! Ho una raccolta nuova di poesie! Le ho ritirate poco fa! – esordì su di giri.
– E allora? – ribatté l’editor sbrigativo.
– Allora, vorrei fargliele leggere.
– Mi dica, come sono i valori?
– Perfetti! Ho solo gli avverbi un po’ alterati, ma appena appena.
– E le pare poco! – esclamò l’editor stizzito – Lei sa benissimo come devono essere, per me, le analisi dei miei scrittori: perfette!
– Ma le ripeto sono appena appena…
– Non insista! La verità è che lei in questo periodo ha fatto di sicuro indigestione d’avverbi d’ogni tipo!
– Ma, effettivamente…
– Ci aggiorneremo al prossimo prelievo. Le do un consiglio: si dedichi a letture di opere dalla scrittura più asciutta ed essenziale. La saluto.
L’editor attaccò bruscamente, e il poeta rimase lì, immobile sul marciapiede, col cellulare in mano e la bocca aperta.
A ridestarlo fu il tamburellare leggero e improvviso di un dito sulla sua spalla. Si voltò. Era la segretaria che poco prima gli aveva consegnato i risultati.
– Mi scusi – gli disse – oggi sono leggermente distratta, ma solo leggermente. Non le ho dato la ricevuta. Tenga.
La situazione precipitò in un attimo.
Quel “leggermente” pronunciato dalla donna, vuoi per la rabbia che le parole del suo editor gli avevano messo addosso, vuoi per la delusione di avere tra le mani un lavoro che non sarebbe stato pubblicato, gli fece perdere del tutto la ragione.
– Leg-ger-men-te – sillabò con occhi deliranti – avverbio formato dall’aggettivo “leggero” e dal suffisso “mente”. Leg-ger-men-te…leg-ger-men-te… – continuò a cantilenare, mentre faceva cadere le analisi poetiche a terra, e sollevava le mani in direzione del collo della signora.

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