Condividi su facebook
Condividi su twitter

Il sogno

di

Data

L’uomo si svegliò al mattino, e ricordò di aver sognato di essere un altro uomo. Raccoglieva frutti rossastri in un campo di theobroma. Nonostante l’ombra delle palme e dei banani, che proteggeva le piante basse, il sudore gli colava lungo le braccia e lungo la schiena.

L’uomo si svegliò al mattino, e ricordò di aver sognato di essere un altro uomo. Raccoglieva frutti rossastri in un campo di theobroma. Nonostante l’ombra delle palme e dei banani, che proteggeva le piante basse, il sudore gli colava lungo le braccia e lungo la schiena. E gli colava dai capelli bagnati, sulla fronte, facendogli bruciare gli occhi.
Il sole gli aveva cotto la pelle, scura e arsa. Intorno a lui, altri uomini, scuri e arsi, lavoravano, instancabili, riempiendo ceste e sacchi di iuta. Poco distante, un guardiano gridava ordini facendo schioccare la frusta sulle schiene nude di quelli che gli capitavano a tiro, come monito, come esempio, sia per coloro che venivano sferzati che per gli altri. Nel sogno, a un certo punto, il guardiano si era rivolto all’uomo che lui era nel sogno, e gli era andato incontro, con aria minacciosa. Lo aveva colpito, e lui era caduto a terra. Era allora che si era svegliato.
Si alzò dal letto. Sua moglie era già in piedi, e la tavola era già apparecchiata. Si lavò il viso e le mani con acqua fresca, poi andò a sedersi con lei. Mangiarono frutta, e uova, e intinsero nel latte frittelle e pane dolce alle noci e all’uva passita. Quando furono sazi, tornarono a letto, e fecero l’amore. Poi rimasero lì, abbracciati, stretti l’uno contro l’altra.
Si addormentò, e sognò ancora di essere l’uomo nella piantagione di cacao. Aveva le braccia tese verso l’alto, e i polsi legati, assicurati ad una palma. Vedeva davanti a sé gli schiavi che lavoravano. Aprivano le cabosse raccolte, e ne estraevano i semi, trenta o quaranta, agglomerati da una mucillagine bianca, gelatinosa e zuccherina. Li stendevano fra enormi foglie di banano, in cui avrebbero fermentato per sette giorni.
Il corpo dell’uomo che lui era in sogno, doleva per le frustate che aveva ricevuto. Strinse i denti per non gridare a quelle che continuavano a piovergli sulla schiena, immobilizzato da quei legacci, senza che potesse neppure vedere in faccia il suo tormentatore.
Si svegliò di soprassalto. Sua moglie era ancora lì, addormentata, con la testa appoggiata sulla sua spalla, e lui, con un braccio, la cingeva. Era così bella. E lui la amava così tanto. Non aveva mai amato che lei. Ricordò quando l’aveva conosciuta e, poi, l’emozione di aver scoperto che il suo amore per lei era ricambiato. Ricordò il momento in cui lei aveva accettato di sposarlo e, poi, il giorno delle nozze. Ricordò il turbamento alla notizia del primo figlio, e, poi, degli altri figli. Li pensò, ad uno ad uno, quei figli ormai grandi. Ricordò tutta la sua vita, tutta la loro vita insieme, che era tutto ciò che avrebbe mai desiderato. Appoggiò le labbra sulla fronte della moglie, e la baciò teneramente. Poi, si addormentò di nuovo.
Nel sogno, i semi di cacao, già essiccati al sole, venivano tostati in grandi tegami di metallo, appoggiati su fuochi accesi. Intanto il guardiano stava preparando un cappio, appeso ad un ramo alto. Sotto il ramo, c’erano casse di legno accatastate. Slegarono le mani dell’uomo che lui era in sogno, e lo fecero salire su quel patibolo improvvisato.
Sui volti degli uomini, costretti ad assistere all’esecuzione, leggeva dolore e sgomento, ma anche una sorta di rassegnazione, un senso di ineluttabilità.
Cercò di svegliarsi, perché quel sogno lo inquietava. Cercò di tornare alla sua vita, al suo comodo letto, alla sua dolce compagna. Ma la consapevolezza di sognare non sembrava sufficiente a riportarlo alla veglia.
I grani tostati venivano ora macinati, in un mulino azionato dalla forza di molte braccia.
Il guardiano fece scorrere il cappio intorno al collo dell’uomo che lui era in sogno. Un uomo morto era nulla, se la sua esecuzione serviva da insegnamento ai vivi. Avrebbero rigato dritto tutti quanti, almeno fino a quando il prossimo schiavo non avesse deciso che voleva morire. Stava sognando, eppure le lacrime gli riempivano gli occhi, scivolando lungo il viso, fino a bagnare la corda. Che lo impiccassero dunque, se doveva essere quello a svegliarlo.
Il profumo del cacao, nero e corposo, riempiva l’aria.
Qualcuno colpì le casse, togliendogli ogni appoggio. Lui sentì che stava cadendo, e che la corda si tendeva intorno alla sua gola. Sentì il rumore, e il dolore, delle ossa del collo che si spezzavano.
In un istante, capì la verità, atroce e dolorosa: non si sarebbe svegliato, perché lui era l’uomo che sognava, mentre l’altro uomo era il sogno.
Sentì l’aria che gli mancava. Si chiese cosa aspettino gli uomini dopo la morte, il paradiso, l’inferno, o soltanto l’oblio. Sentì gli occhi uscirgli dalle orbite, la lingua tendersi in uno spasmo fuori dalla bocca, a cercare un altro, ultimo respiro.
Fu allora che ricominciò a sognare di essere l’uomo nel comodo letto, con la luce del sole che illuminava la stanza attraverso le tende, e sua moglie che si svegliava accanto a lui, fra le sue braccia.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'