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La lavatrice

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È stato quando Erica ha portato a casa la lavatrice. Ce la paga mia mamma, ha detto. Poveretta, costa quasi quattrocento euro. Poveretta, ho pensato anch’io ingenuamente. Poveretta.

È stato quando Erica ha portato a casa la lavatrice. Ce la paga mia mamma, ha detto. Poveretta, costa quasi quattrocento euro. Poveretta, ho pensato anch’io ingenuamente. Poveretta. Sì, bravo scemo. Ma lì per lì non avevo ancora realizzato la portata devastante di quel gesto. Era soltanto una lavatrice, che male poteva fare? E invece con la lavatrice io ho iniziato a morire, poco a poco, come consumato dal vorticare meccanico e velocissimo di quel cazzo di cestello.
Mi chiama e mi fa: puoi venire a prenderla col furgone di zio? Così si risparmiano trenta euro.
E io: va bene.
Arrivo da Trony. Il Trony di Redenzano, che contraddice l’essenza stessa del megastore, perché c’è un parcheggino di tre metri che a fatica ci stanno dieci macchine, e col furgone a passo lungo non c’è verso di trovare un posto che non sia in mezzo alla strada. Quindi, l’unica soluzione – visto che il carico e scarico è perennemente occupato – rimane il posto degli handicappati, quello sì, bello largo e sempre libero.
Mi infilo tra le linee gialle circospetto, un po’ a disagio. Non è che mi sentissi veramente in colpa; alla fine, gli handicappati non escono mai. È più che altro per dire: ok, mi sento in colpa per una cosa che non si fa, quindi sono una brava persona, non sono un pezzo di merda arrogante.
Comunque, non ho ancora tirato il freno a mano quando una macchina mi parcheggia di fianco, sfruttando un pezzettino di posto giallo avanzato e rimanendo per il resto fuori, a ingombrare il passaggio. Guarda che stronzo, penso. Così, d’istinto. E invece quello mi lancia una rapida occhiata, apre il cruscotto, tira fuori un tagliando quadrato, lo appoggia contro il parabrezza e con molta fatica inizia a scendere dalla macchina.
Non aveva solo problemi alle gambe, ma una specie di deformazione un po’ dappertutto, anche in faccia. Zoppicava e per chiudere la portiera ci si è dovuto appoggiare sopra, sollevando la gamba rigida come contrappeso. Io sono diventato tutto rosso e ho rimesso in moto, a fare intendere che mi ero fermato solo un attimo, per riordinare le idee. Quello allora mi guarda un’altra volta, con maggiore intensità, ma senza una punta d’odio, come se l’indifferenza fosse la sua lama invisibile, come se dicesse qualcosa del tipo: sei un bel coglione, ma ti perdono. Parcheggia dove ti pare tanto io resto così e te resti un coglione. E ora vai, entra a caricare la tua lavatrice, e quando inizierà a bruciare – la vita, intendo – quando inizierà a bruciarti sotto al culo, vedrai se non è proprio la lavatrice a tenerti inchiodato.
Cazzo, ho pensato. Ho spento il motore e ho fatto quello che dovevo fare. Sono arrivato a casa, l’ho sballata, l’ho montata. Erica era al settimo cielo mentre leggeva il libretto delle istruzioni. Classe A+, controllo elettronico del consumo d’acqua, ciclo notturno silenzioso, lavaggi speciali e altre cose da lavatrice.
Ottimo, continuava a ripetere. Ottimo. Tutta quella euforia per un aggeggio mi sembrava esagerata ma era come se in fondo ne comprendessi la natura. È una donna, pensavo. Una donna con una lavatrice nuova.
Perché ufficialmente non è che Erica vivesse ancora davvero da me. Cioè sì, ormai stavamo insieme da più di sei anni, e lei praticamente dormiva sempre a casa mia. Solo che se una sera io non c’ero, se ero a suonare, o se avevo due o tre cose da fare, o se a lei andava di farsi gli affari suoi, ecco, non dovevamo renderne conto. Era più che altro l’idea di libertà a farmi sentire libero, anche se poi non la mettevo quasi mai in pratica. Perché alla fine Erica è bella vera, e morbida quando ti ci sdrai sopra, e sempre calda se c’è da scaldarsi – quella volta a settimana che succede. Gli voglio un gran bene, insomma, e se lo merita tutto.
Solo che finché ognuno i panni se li lavava in casa propria, io dalla mia mamma e lei dalla sua, era come se avessimo ognuno un metro cubo d’aria di emergenza. Tanto alle mamme fa solo piacere, e quello sbuffare davanti al ferro da stiro bollente non è che un suono a ricordarle che possono ancora servire a qualcosa. Quindi nessun problema, e a trentatré anni – è inutile fare tanti discorsi – a trentatré anni non si è ancora completamente adulti, non ancora.
Lei, però, al suo metro cubo d’aria avrebbe rinunciato volentieri in favore della tanto agognata stabilità.
E infatti con la lavatrice cambia tutto. È una cosa che ti lega, perché non si scappa dalle mutande e dai calzini e dalle magliette: alla lavatrice gli devi dare da mangiare tutti i giorni. Devi nutrirla per ingrassare il tuo quotidiano. E più il quotidiano ingrassa, meno spazio rimane per te. Se hai una lavatrice in casa, la casa è ufficialmente una casa. Non è più un posto dove ti fai la doccia, dove dormi, dove tieni le cose. È il posto dove costruisci qualcosa che vuole essere per sempre, e che se anche lo interrompi diventa comunque un casino.
Per me era qualcosa insieme ad Erica.
Amore, vedi, qui ci va l’ammorbidente, non fare la cazzata di metterci il detersivo, ok? Ti amo.
Sì, anch’io, le ho detto. E se non fosse che è incassata nel muro ci avremmo scopato su quella lavatrice, come nei film, così, per celebrare la cosa, perché il primo lavaggio non si scorda mai.
E invece mi dice, io faccio un salto a comprare lo stendipanni, tanto lei si ferma da sola.
Va bene, faccio io. E me ne resto lì, a fissare l’oblò.
Quando la porta di casa le si chiude alle spalle rimane solo il silenzio e nel silenzio una scritta enorme che dice: questa è la tua vita.
È tutto qua? Mi viene da chiedere ad alta voce, come una preghiera, anche se non ho mica mai creduto a niente io.
Me ne sto seduto sul panchetto a controllare che tutto funzioni, con l’imballo ancora nell’ingresso, sennò se c’è un problema non la posso restituire.
Il gorgoglio dell’acqua che riempie il cestello. Il sibilare elettronico del motore. Le lucine intermittenti sul display, man mano che il programma avanza verso la centrifuga. E al centro, riflesso sul vetro rotondo, tutto quello che avrei potuto essere lontano da qui.
Non mi sono neanche stupito più di tanto di quelle immagini trasparenti, liquide, eppure così nitide e vere. Semplicemente sono rimasto a guardarle. Ci sono io che suono il sassofono come un dio, passando da un club fumoso all’altro, per pochi spiccioli, ma così fiero e sempre con la sigaretta in bocca e lo sguardo fosco dell’artista maledetto. Ci sono io con una donna diversa ogni sera nel retro del locale dove ho appena suonato. Io che mi porto dietro il ricordo dolciastro di quella donna fino a che un’altra non ci metterà sopra il suo.
È così naturale, come guardare la televisione, ma anche fragile come il sogno, e ho paura che a farmi troppe domande possa sparire. Così, quasi ogni sera – basta che abbia un calzino da metterci dentro – me ne vado in bagno a fare la lavatrice, e aspetto che il cestello si riempia d’acqua e inizi a girare per guardare tutte le vite che non vivrò mai.
Ci sono io che faccio i documentari nei posti sperduti e pericolosi della terra. Io che rincorro i tornado, che vado sotto terra, io che cavalco il vento del deserto e respiro l’aria rarefatta delle montagne più alte. Io manager che mi scopo una collega diversa in ogni viaggio e me ne innamoro, finché al viaggio successivo un’altra prenderà il suo posto.
Ci sono io campione di scherma, io delinquente da strada, io brillante scienziato e io che recito nei teatri off di Londra e Berlino. Finché il lavaggio non finisce e la luce verde si accende. Ogni volta.
A Erica non le ho detto che mi vedevo nella lavatrice. Ho continuato a fare la mia parte con lei, e le ho dato quello che voleva: una famiglia, due bambini, le domeniche all’Ipercoop a Livorno, la sicurezza di un posto fisso come caldaista. Caldaista, io che col sassofono facevo sbocciare i fiori, e dipingevo quadri che sapevano parlare. Parlavano davvero, non ricordo se era dentro o fuori dalla lavatrice, ma parlavano con i loro colori.
Spesso Erica mi dice: sei assente. E io mi stringo nelle spalle: che ti devo dire. Questo siamo noi. Siamo morti, se ci pensi.
E così, col tempo ho iniziato a entrare sempre più dentro l’oblò. Quelle che erano immagini in movimento sono diventate sensazioni e poi ricordi, e poi ancora quasi ho iniziato a sentirne la sostanza, a portarle impresse sulle dita, negli occhi, nelle orecchie. Le mie mille e passa vite, tante sono le volte che ho caricato la lavatrice e l’ho guardata girare, prima di scoprire che ero diventato vecchio.
Tutta la normalità me la sono trascinata dietro senza farci caso. Erica mi ha lasciato a quarant’anni, e me l’ero dimenticato. Non la trombavo più, non le parlavo più, tanto tutto ciò che volevo davvero ormai lo trovavo nella lavatrice. E quando la lavatrice s’è guastata ho dato la colpa a lei e ho perso la testa. Non sono sicuro, ma credo di averla massacrata di botte mentre piangevo, sconfitto dalla paura che non avrebbe più funzionato, o che non ci avrei più visto niente. S’è portata via i bambini, è ovvio. E la verità è che non me n’è mai fregato un cazzo.
Al tecnico che venne per aggiustarla glielo dissi: se non la sistemi t’ammazzo, va bene? E lui la sistemò. Non volle neanche nulla, poveraccio. Io insistetti – mi pare – gli volevo dare almeno cinquanta euro, ma quello fece: no, no, se lo immagina, che vuole che sia, arrivederci.
Poi è morta anche mia mamma. L’ho incontrata tante volte nella lavatrice, sempre giovane, vestita bene, sembrava una signora.
Una sera le sono andato incontro con un enorme scontrino in mano. Ero emozionato e pieno di gioia. Gliel’ho dato. Lei lo ha guardato e mi ha detto: tesoro, la vita vera non te la cambia nessuno.
Ieri ho rivisto Erica, da sola, senza i bimbi. È ancora bella e l’ho pensata tutto il giorno. Quando la sera l’ho trovata nella lavatrice ho preso a singhiozzare. Anche lei tra i sogni e i rimpianti; proprio lei, che era già mia. Ho allungato la mano, l’ho poggiata all’oblò. Era freddo, non ho sentito niente. Ho provato a chiudere gli occhi e lei mi è scappata. Poi mi sono addormentato, lì, accucciato per terra. Quando mi sono svegliato la lucina verde lampeggiava. Fine programma.

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