Condividi su facebook
Condividi su twitter

I corvi non esistevano più

di

Data

I corvi non esistevano più. Da quando l’aria si era talmente infestata e affumicata, che i raggi del sole erano solo un pallido ricordo, la perenne luce artificiale creata dall’uomo, li aveva uccisi.

I corvi non esistevano più. Da quando l’aria si era talmente infestata e affumicata, che i raggi del sole erano solo un pallido ricordo, la perenne luce artificiale creata dall’uomo, li aveva uccisi. I corvi non sopravvivono alla luce, almeno quanto un cecchino odia il giorno.
Credo che in quel tempo fosse tardo autunno. Ma era impossibile saperlo. Neanche le piante perdevano più le foglie: perché la luce artificiale, oltre ad aver reso perpetua la fotosintesi, irradiava un costante calore. Eppure ero certo che stava arrivando l’inverno. Perché quando combatti una guerra persa, sei una foglia secca e giallastra, che non vuole saperne di staccarsi dal suo ramo. Ma non lo può fermare, l’inverno.
Da quando la scienza li aveva creati, erano passati appena due anni: e io stavo lì. Ero l’ultimo cecchino, a difendere l’ultima roccaforte dell’uomo: forse, ero proprio l’ultimo uomo.
Il Superuomo arrivò pian piano. Ucciderlo sarebbe stato facile. Lo avevo già fatto mille altre volte. L’ennesimo atto eroico di un’umanità sucida. Con quel passo barcollante, sembrava impossibile che avesse vinto lui.
Alzò con fatica le sue quattro braccia, staccò con ciascuna delle quattro mani una foglia, e le lasciò cadere: l’aria densa e putrida, le sospinse in alto, ricacciandole in cielo. Proprio come faceva con i raggi del sole.
– Mi manca il sole. – sussurrai. E un mondo dove le foglie non cadono in basso, ma in alto, è un mondo capovolto. Per la prima volta mi accorsi di quanto fosse divenuto difficile persino respirare. Avevo un peso proprio qui, sul petto. Era più difficile respirare che ammazzare.
Con un gesto solenne, quasi tenessi in mano il calice dell’ultima cena, puntai il mirino del fucile sulla fronte di una delle teste. Lo vidi cadere goffamente in terra, mentre l’altra testa agonizzava, col terrore negli occhi di chi sa che non sarà vivo ancora per molto.
Fu allora che infilai la canna del fucile nella mia bocca: con me finiva l’uomo, la guerra e l’ultimo ricordo dell’inverno. Mi lasciai scivolare dolcemente in terra. La mia anima si staccò dal corpo, prese a volare leggera nell’aria. Solo le nubi, di cui avevo dimenticato il ricordo, la frenarono lievemente. Poi riprese a salire sempre più in alto, volteggiando ancor più leggera, verso i confini dell’universo.
Quando arrivai alla meta, ero in un posto dove il sole lucente illuminava la rugiada di foglie verdi e novelle. L’aria era fresca. E pura. Respirare era semplicemente bello. E appollaiato sui rami, vi era un plotone di corvi: sazi e sorridenti.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'