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Il ritorno al futuro della fiction italiana

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Scriveva Roland Barthes "non esiste popolo senza racconti". Ed oggi non esiste paese senza narrazioni televisive. Senza storie. Senza quel potere immaginifico e rassicurante offerto dai racconti televisivi.

Scriveva Roland Barthes “non esiste popolo senza racconti”. Ed oggi non esiste paese senza narrazioni televisive. Senza storie. Senza quel potere immaginifico e rassicurante offerto dai racconti televisivi. Ma può la fiction essere risorsa in tempi di crisi? E che ruolo può e deve giocare la fiction straniera entro i confini del territorio nazionale? Sono solo alcune delle domande emerse nel corso del 3° Fiction Day, “Orizzonti aperti, Confini mobili”, giornata di studio tenutasi lo scorso 19 ottobre e organizzata dal Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale in collaborazione con l’Osservatorio sulla Fiction italiana (OFI).

La fiction è l’Orgoglio (e pregiudizio) del Belpaese, eppure non si può dire che vi trovi i natali. Anzi secondo alcuni dati dell’OFI presentati nel corso del convegno sembra si stia verificando una profonda recessione, un ritorno al passato, nella produzione di storie per la televisione. Si pensi che si è passati dalle 510 ore del 1999 alle 518 ore del 2010/2011 dopo aver toccato negli anni scorsi il traguardo, a detti di alcuni irraggiungibile, delle 800 ore. Ma il dato ancora più sorprendente riguarda proprio i livelli di importazione e presenza di soggetti stranieri nel nostro mercato. Perché se nel 2001 la fiction italiana copriva le 577 ore mentre i prodotti americani occupavano le 425 ore, nella stagione 2010/2011 il volume orario della fiction italiana si ferma alle 532 ore mentre quello statunitense conquista le 760 ore. Ancora più evidente in una realtà come quella italiana che vede da un lato Rai e Mediaset produrre fiction quasi esclusivamente per il prime time caratterizzata (ancora) da una profonda debolezza seriale e, dall’altra, Sky che continua nel suo processo di innovazione dei prodotti e dei palinsesti soprattutto con l’importazione di serie americane. Un vero capovolgimento. Verrebbe da chiedersi se siamo in presenza di un nuovo imperialismo culturale. O se, al contrario, per costruire uno storytelling efficace è inevitabile sviluppare il drama televisivo all’interno di contesti aperti e fluidi.

Ma per quanto ancora questa situazione reggerà? Può la fiction italiana, per essere competitiva, relegarsi a due sole reti che, inevitabilmente, costruiscono storie generaliste non rispondendo a quella esigenza di estensione di prodotti e di consumo?

Se per lungo tempo il sistema finzionale italiano è stato caratterizzato da staticità, immobilismo e dall’approdo di consistenti narrative internazionali, oggi le culture mediali e narrative appaiono configurazioni spaziali mobili, come ha dichiarato la Buonanno, dotate di bordi e confini che risultano essere liquidi e incerti. Ciò consente muscolazioni, ibridazioni, contaminazioni che non hanno nulla di negativo ma sono, anzi, uno straordinario elemento di creatività e innovatività.

Se, come scrive Beck, i confini trascendono e attraversano ma non coincidono con i confini dei territori nazionali, così gli spazi narrativi mediali sono luoghi di transito e di flusso all’interno dei quali i pubblici elaborano ed articolano i loro contenuti attraverso continue e indefinite rinegoziazioni.

Più che nell’era della semplificazione siamo immersi nella complessità. Economica e narrativa. Non si può più rimanere in mezzo al guado. Si deve andare oltre la fase del non più e non ancora.

Per sopravvivere e ritrovare identità la fiction nazionale deve assolutamente caratterizzarsi di testi mobili, aperti a recepire, riflettere e interpretare l’aria del tempo. Come ha dichiarato, ad esempio, Luca Milano, Marketing e Animazione Raifiction, il differenziale di ascolto tra fiction italiana e quella americana si è accorciato e non c’è più quell’effetto di forte distanza e lontananza come nel passato. Se c’è da un lato la ricerca da parte del pubblico di una necessità di rassicurazione visibile nella continuità del racconto, dall’altro c’è bisogno di innovazione attraverso un legame più saldo con le storie di oggi, che accadono nella realtà contemporanea così come è opportuno aprirsi a più reti offrendo narrazioni multistrand.

Di fronte a pubblici in grado di elaborare e articolare i contenuti delle storie televisive attraverso continue rinegoziazioni e ri-mediazioni, la narrativa televisiva deve costruirsi attraverso una sempre più forte compenetrazione tra storie di terra e storie di mare, per dirla con Benjamin. Così come è necessario abbandonare i dualismi, che tanto male hanno fatto allo storytelling italiano, e scegliere il gioco dell’implicazione, di quei processi di commistione e interconnessione tra storie dell’identità nazionale e apporti internazionali. E ancora riscoprire quel desiderio di raccontare storie rigeneranti e rinvigoranti lasciando ai margini l’essenzialismo territoriale.

Sceneggiatori, produttori e broadcaster devono cooperare per offrire esportabilità e competitività alla fiction nazionale. Questa risulta essere più che scarsa: eccetto i paesi dell’est Europa, la fiction italiana non trova spazio, mentre l’importazione, specie dagli Usa, è in aumento. In poco più di dieci anni il fatturato di quest’industria ha raggiunto il milione di euro, ma il passo ulteriore è un’internazionalizzazione attraverso un sistema negoziale equo. Per sviluppare linee produttive a vocazione internazionale è inevitabile lavorare oggi entro il nuovo paradigma della condivisibilità culturale che rappresenta il requisito e il vantaggio competitivo delle storie costruite con ingredienti dotati di riconoscibilità universale, che possono attraversare culture nazionali e televisive differenti.

Ma la fiction può essere ancora una scommessa? Si, secondo Sergio Silva, vice-Presidente della APT, e la partita si può giocare solo se si mettono in atto alcune strategie oramai necessarie e inevitabili come, ad esempio, un aumento dei canali di distribuzione della serialità televisiva creando quelle condizioni che avvantaggino l’intero sistema. La fiction ha ancora costi troppo alti e rigidi in relazione ai risultati e spesso la redditività non è più così sicura.

Innovando le forme produttive si può giungere ad una riduzione dei costi. Come ha dichiarato Giancarlo Scheri, Direttore Fiction Mediaset, è necessario oramai lavorare in digitale e ridurre drasticamente il costo/orario attraverso l’uso delle nuove tecnologie come l’alta definizione. Esclusivamente nel rinnovamento dei contenuti e delle tecnologie di produzione si può pensare alla fiction come proficuo investimento per il futuro.

Non dimentichiamo che nelle situazioni di crisi, poi, il riconoscimento identitario è garantito e sostenuto ancor di più dalle formule rassicuranti del racconto televisivo. Più un paese è in difficoltà, più si avverte l’esigenza di sognare, di alimentare l’immaginario, di rafforzare il piacere dei testi.

Sapremo giungere ad un sistema maturo, competente e integrato dei mondi narrativi televisivi solo se accresceremo il rischio del nuovo, dell’innovazione provocando stima nei pubblici.

Una fiction che potrà essere competitiva e forte solo se saprà coinvolgere intelligenza, volontà e fantasia sollecitando il pensiero e la riflessione.

E sarà ancora bello riscaldarsi al fuoco intenso delle storie televisive.

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