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Tutte le ombre del mare

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È curioso come viene alla luce un’idea, quasi fosse sempre stata lì, sussurrandoci segreti all’orecchio e aspettando il momento in cui finalmente ci decidiamo ad ascoltarla.

È curioso come viene alla luce un’idea, quasi fosse sempre stata lì, sussurrandoci segreti all’orecchio e aspettando il momento in cui finalmente ci decidiamo ad ascoltarla. Fu così che in quel pomeriggio di pioggia – di mare metallico e minerale di lenti e radi movimenti – mi apparvero all’improvviso i contorni inconfondibili di quei due individui, il capitano e il suo passeggero che, senza volere, avevo invocato. Generare personaggi – il mio editore avrebbe riso di questo – comporta la stessa responsabilità di mettere al mondo un figlio. Nascono candidi e indifesi, totalmente all’oscuro del pianeta dove sono arrivati e con una complessità aggiunta: i figli, con il tempo, diventano esseri indipendenti e conquistano le redini del proprio destino. I personaggi, invece – per lo meno era ciò che credevo allora – dimostrano una sorta di fedeltà smisurata che gli impedisce di avanzare in una direzione che non sia stata decisa per loro. Se non ricevono ordini, restano seduti e annoiati in una stanza senza nome, visibilmente smarriti, sul volto hanno la stessa espressione del cane legato a un palo. A che cosa giochiamo?, sembrano dire. E come si fa a spiegare loro che i giochi che un tempo ci divertivano improvvisamente non ci piacciono più?

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