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Il battesimo della strada

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Il direttore odia le erbacce che crescono nelle crepe del marciapiede davanti all’hotel e le erbacce vanno estirpate. Poi c’è lui, il Battezzatore, che è sempre all’angolo sinistro dell’albergo, vicino alla fontanella.

Il direttore odia le erbacce che crescono nelle crepe del marciapiede davanti all’hotel e le erbacce vanno estirpate. Poi c’è lui, il Battezzatore, che è sempre all’angolo sinistro dell’albergo, vicino alla fontanella. Ogni giorno, tutto il giorno, riempie le sue bottiglie di plastica con l’acqua della fontanella e poi le svuota a schizzi, con i gomiti stretti ai fianchi e le gambe leggermente divaricate, muove solo gli avambracci con schioccate secche e decise emettendo un continuo sottofondo cantilenante. Bisbiglia preghiere alla Madonna o forse sussurra bestemmie, si muove con fare solenne e poco importa se bestemmi o preghi, a guardarlo con tutta la sua ritualità pare che celebri un battesimo: il battesimo della strada.

Uscire dalle grandi porte a vetri dell’albergo per compiere un lavoro che necessiterebbe, in assenza d’acqua, di una mezz’ora ogni una o due settimane, ma che grazie alle rotelle fuori posto del Battezzatore diventa un onere quotidiano, perché il direttore odia le erbacce, quindi vèstiti di tutto punto, nella divisa con i pantaloni lunghi neri e la giacca bordeaux a manica lunga, chiusa stretta intorno al collo, ecco, uscire vestiti in questo modo ridicolo, ridicolo perché è agosto e ci saranno quaranta gradi bene che vada, uscire dalle grandi porte a vetri, varcare la soglia dell’albergo e chinarsi con le gocce di sudore che scendono lungo la tempia, con la giacca di stoffa pesante che ti si appiccica con la maglietta, in un tutt’uno di tessuto, pelle e sudore, sradicare quelle insulse pianticelle, graffiarsi le dita sull’asfalto crepato sotto gli schizzi indifferenti di un vecchio barbone pazzo, può urtare il sistema nervoso, un sistema nervoso già messo a dura prova dagli stress famigliari e dai turni di lavoro insopportabili perché siamo in due a coprire i tre turni giornalieri da otto ore.

Se non sai controllare la rabbia sotto il sole che picchia, quegli schizzi d’acqua non sono una goduria, ma anzi, ogni goccia accelera il battito cardiaco e fa sentire più caldo di quello che già c’è, a vampate che danno alla testa e, prima o poi, lo sai che esplodi, ma speri sempre che lui finisca la bottiglia e la vada a riempire, lasciandoti il tempo di calmarti, perché sei a lavoro e il direttore odia le scenate, oltre le erbacce. E quando il vecchio continua, allora ti aggreghi alle sue cantilene maledicendolo a denti stretti e più continua più alzi la voce e può succedere che, in una giornata un po’ più calda del solito come quella di oggi, al posto di ignorare la tua presenza, il vecchio ti risponda con il menefreghismo e l’arroganza di chi impone  la propria scelta di vita agli altri e che ti mandi pure a fanculo.

E questo, nel posto dove sono nato, è più grande di qualsiasi goccia e il vaso lo fa traboccare in un solo istante.

– Che cazzo vuoi, stronzo? – e stavolta gli parlo in faccia, ma lui è tornato ai suoi affari e già mi ignora. Si è voltato e ora si avvia verso la fontanella, dandomi le spalle. Non so cos’è. È il mio corpo che si alza e che corre. Sono le spalle del vecchio sempre più vicine e poi sono sotto di me e io su di lui. Crolliamo a terra e rotoliamo in una morsa che ci rende un sasso unico, sul marciapiede, sulla strada, i gomiti e le ginocchia assecondano il movimento sotto la propulsione della lotta.

Ora, barbone, mandami a fanculo, tu e le tue fisse del cazzo. Celebra il tuo battesimo. Ma non so come, mi sei sopra e sento la schiena contro l’asfalto che scotta, è graffiata, i bottoni che tenevano chiusa la giacca sono saltati chissà dove. Devo fare qualcosa. Allora lo faccio, indurisco gli addominali, do una botta di reni così potente che ti vengo sotto, ti prendo al volo la faccia con le mani. È un istante che tremi e realizzi, un istante che ci guardiamo negli occhi. E’ la prima volta che guardi qualcuno negli occhi dall’alto, vero?

Dura giusto un istante prima che la mia fronte colpisca, che le mie mani scivolino contro la barba lurida, che lui urla, che sento il croc del suo naso fare eco nel mio cervello e crollo a terra rintronato. Il vecchio mi siede sopra, cavalcioni su di me si dimena per inerzia. La forza, quella, gli cola giù dal naso insieme al sangue che goccia copiosamente, ovunque.

Può succedere che un uomo col naso rotto continui a mantenere la sua ritualità imponente, che malgrado la sofferenza egli perseveri nel solito atteggiamento e che anche un dimenarsi diventi un rito, con le braccia che ondeggiano e la faccia deformata in un urlo sordo. È ancora lui, il Battezzatore, ma non usa bottiglie questa volta.

Può succedere  che in una giornata calda come questa le gocce tiepide del sangue siano un refrigerio per il fiato corto e un calmante per il cuore e anche se la schiena continua a bruciare, lo sguardo si perde nel cielo e di quello che succede intorno non te ne accorgi più. C’è solo l’aria che entra nei polmoni. Non c’è più nessun barbone e nessun direttore che odia le erbacce. C’è solo l’aria che entra nei polmoni, che ossigena il cervello.

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