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Il Padiglione alla Biennale di Venezia e uno sguardo al Festival del Cinema

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È una mattina afosa di settembre quando ammariamo nei pressi del Padiglione Italia, tappa finale del percorso dell’Arsenale, una delle storiche sedi della 54ma edizione della Biennale d’Arte di Venezia

È una mattina afosa di settembre quando ammariamo nei pressi del Padiglione Italia, tappa finale del percorso dell’Arsenale, una delle storiche sedi della 54ma edizione della Biennale d’Arte di Venezia che ha per titolo ILLUMINAZIONI ed è diretta quest’anno da Bice Curiger. (fino al 27 novembre)

 

Sorbito un ghiacciolo al tavolino del bar al termine della visita guidata, ci riprendiamo dalla calura delle sale dell’Arsenale, prive di condizionatori e povere, almeno fin qui, di opere che abbiano saputo stupirci (siamo rimasti però incantati da The Clock di Christian Marclay che ha vinto il Leone d’Oro della Biennale d’Arte)

 

In compagnia dell’amica astrofisica che lavora alla Nasa, appena uscita da una separazione d’oltremare e ancora più stralunata del solito, ci incamminiamo verso il Padiglione, costeggiando il canale per trovare un po’ di refrigerio. Una grande medusa lilla ci accompagna all’ingresso, fluttuando nell’acqua pastosa con le ampie volute del suo mantello.

Le grandi sale del Padiglione Italia ci accolgono in un abbraccio soffocante: a parte il caldo, le stanze sono un barocco ingombre di opere, con buona pace del minimalismo e degli spazi lasciati vuoti. I lavori sono sparsi alla rinfusa in un bailamme che non pare avere né inizio né fine. Eppure un certo ordine dovrebbe esserci: il Padiglione è diviso in due sezioni: Lo stato dell’Arte nel 150° dell’Unità d’Italia, nella quale sono esposti gli artisti indicati come più significativi dai più grandi intellettuali italiani (ma anche Marina Lante della Rovere é una intellettuale?) L’altra sezione si intitola L’Arte non è Cosa Nostra e ospita il Museo della mafia.

 

Dopo una rapidissima occhiata l’amica astrofisica fa marcia indietro e con un filo di voce ci dice che lì c’è troppa violenza, che lei non resiste. In effetti proprio all’entrata c’è una scultura che raffigura un uomo nudo appeso a testa in giù, orribile e macabro a vedersi.

 

Raggiunto il Giardino delle Vergini, portico ombreggiato a bordo canale, siede al fresco e ritrova per un attimo l’antico sorriso mentre la medusa, vedendola arrivare, improvvisa una danza in suo onore. Si sfila soddisfatta le scarpe e mette i piedi a mollo, incurante degli urticanti tentacoli della medusa.

 

Nella sala ad ovest Michelangelo Pistoletto ha montato ad una parete la bandiera italiana: sono mucchi di felpe e magliette – sembra un bucato steso ad asciugare – disposte per colore. Ci ricordano i tanti uomini morti perché l’Italia fosse liberata. È un’opera piena di grazia e speranza. Concretezza e colore, un caldo mantello per chi ha freddo al cuore.

Che l’Italia sia ancora libera non si direbbe, almeno vedendo l’installazione che occupa una buona parte della sala: sono gli arredi di una piccola chiesa sul cui altare troneggia l’Italia, crocifissa come il Cristo.

In un angolo un televisore al plasma è poggiato a terra: va il film in cui Alberto Sordi visita la Biennale in compagnia della Sora Lella, i loro spassosi commenti una boccata d’aria, subito smorzata dalle immagini del vernissage inaugurale con Sgarbi che si carezza il ciuffo e uno prega in quella chiesa improvvisata che Sgarbi diventi calvo per non vederlo mai più maneggiare il suo ciuffo ribelle. Che se avessi un fucile gli spareresti, magari irrompendo con una scacciacani in una di quelle trasmissioni televisive in cui va a litigare con l’avversario di turno.

 

Più avanti una capannina votiva fatta di centrini di carta che se fa un soffio di vento (magari!) la fa volare via. I centrini ombrati di giallo, fiori intrecciati, carina ma emana un senso di morte.

 

A dividere a metà la sala in cui ci troviamo c’è il Museo della Mafia, spostato da Salemi, il cui sindaco (del Museo? Di Salemi? Non capiamo e non c’è la guida a spiegare) è sempre lui, il rissoso critico d’arte Vittorio. Una scala di legno nero come tutta la costruzione conduce al piano di sopra, dove la temperatura è, se possibile, ancora maggiore. Non circola un filo di aria.

 

Claustrofobia per tutto il percorso, mancanza di ossigeno, fame di respiro mentre vediamo le prime pagine dei giornali appese in macabra sequenza: riportano i più eclatanti fatti di sangue della recente storia italiana, dal banditismo passando per il rapimento Moro agli arresti eccellenti dei capi mafiosi.

 

Cunicoli soffocanti schermati da tende (non si vede un tubo) le cui pareti ospitano tele o foto raffiguranti i visi dei grandi capi mafia, potrebbero essere ritratti di padri buoni ma circonfusi come sono di viola e di giallo fanno rabbrividire in quella calura per giunta oscurata. I percorsi si susseguono, in uno slargo piccole cabine per un peep show affatto erotico, ancora morti ammazzati, violenza, paura.

 

Scappiamo a gambe levate verso l’amica e la medusa: il loro ritratto da lontano ci appare più opera d’arte di quelle appena viste, sarà che fa più fresco.

 

La troviamo assorta a seguire i volteggi della medusa: abbiamo fatto amicizia, ci dice, lei che sta sempre sola in America. Le ha trovato anche un nome, di una stella lontana che solo lei conosce.

 

Quando ci parla del suo lavoro siamo distratti, troppo astrusi e lontani i concetti che prova a spiegarci, forse tornerà in Italia e sarà un cervello in fuga che fa ritorno, anche se ha deciso che riaprirà la trattoria di famiglia. Servirà pietanze a basso contenuto calorico, un diktat il controllo del peso per lei che ha vissuto più di vent’anni in America.

 

A noi basta sapere, riguardo al lavoro, che ha a che fare col cielo e che questo la aiuti.

 

Riprendiamo il cammino verso l’uscita, si sono fatte le quattro e la mostra chiude i battenti alle sei.

 

Ne approfittiamo per rivedere le opere già viste con la guida, per gustarcele da soli.

 

Le statue di cera di Urs Fischer sono stupende. Enormi candele che bruciano durante i tempi di apertura della mostra e rimandano un’idea di allegria e spensieratezza.

L’installazione del salone degli Emirati Arabi è un trionfo di foto giganti: alcune raffigurano donne velate, la loro bellezza rivestita di sgargianti colori. Immagini ricche che contrastano con la foto di apertura, in cui un uomo di biancovestito dà le spalle alla macchina, per sfondo un deserto grigio e grattacieli in costruzione. Lo ying e lo yang che completano il tutto.

In quello dell’ Arabia Saudita una enorme meteorite nera getta ombra sul mare proiettato ai suoi piedi. Un mare trasparente che cambia colore al gioco di luce. La pietra rimanda alla Kabaa, posta al centro della Mecca e santissimo luogo di pellegrinaggio per i musulmani.

La stanchezza comincia a farsi sentire quando scorgiamo un grande salone oscurato in cui sono disposti tanti divani bianchi. Molti sono i posti liberi – anche lì non si respira – così sediamo su un divano decentrato. Lo schermo gigante sovrasta i sofà e i pochi astanti e manda le immagini del film di 24 ore, The Clock di Christian Marclay, che, come detto in precedenza ha vinto il Leone d’Oro.

Recita il catalogo: “L’opera è un pezzo di 24 ore composto di momenti filmici in cui i personaggi interagiscono con il tempo. Ogni inquadratura coincide con l’ora reale, quindi gli spettatori guardano al secolo trascorso, ma hanno anche il senso di abitare il presente.”

 

Tanto abitiamo il presente con la mia amica che, scambiata l’opera d’arte per casa nostra, sedute belle comode e ipnotizzate dalle sequenze dei film scelti ci addormentiamo, sul divano foderato di bianco che diventa comodissimo letto e noi dormienti artiste all’opera.

 

Quando un nostro vicino si alza per lasciare la sala inciampando ci sveglia. Uscendo ci fa un cenno di scusa. Dato uno sguardo assonnato allo schermo vediamo Audrey Hepburn, caschetto nero e manteau ruggine, che entra a tentoni perché non vedente, in una stanza dove sono nascosti tre uomini. La pendola nel salotto segna le 6 meno 10 e si è fatta l’ora di andare.

 

Guadagniamo l’uscita.

 

Sosta al book shop per acquisto catalogo mini e poi fuori, le biglietterie poste all’ingresso già chiuse.

Proprio di fronte c’è una esposizione dal titolo Frogtopia. È ancora aperta ed entriamo a curiosare nel cortile e poi in una stanza, stipata degli oggetti più disparati: troviamo in un angolo il necessario per mascherarsi, dei buffi cappelli, occhiali incredibili, piume di struzzo a colori vivaci, un trionfo del kitsch.

Senza remora alcuna l’amica astrofisica indossa di tutto, occhiali , cappelli e piume di struzzo. Acconciata di tante stranezze si mette in posa ridendo e i suoi occhi, schermati dalle buffe montature multicolori , hanno ora una luce diversa e migliore.

Malgrado la stanchezza, comunque un pisolino artistico ce lo siamo fatte, ci dirigiamo al traghetto, destinazione il Lido, ove si tiene la Biennale del Cinema. Siamo riuscite miracolosamente ad entrare in possesso di due passi per assistere alle proiezioni, ma le foto sui tesserini magnetici non sono le nostre. Non ci somigliano neanche. Decidiamo comunque di tentare la fortuna e scegliamo il film da vedere.

 

La nostra scelta cade su Poulet aux prunes, film di una iraniana naturalizzata francese che non ha mai visto il suo paese perché la famiglia è fuggita. Non incontriamo ostacoli all’ingresso perché la proiezione è aperta al pubblico e i controlli sono veloci.

 

Terminata la piacevole visione del film – che non è arrivato nelle sale – ci dirigiamo verso il Palazzo del Cinema, quello con il famoso Tappeto Rosso su cui sfilano le star. Per mimetizzarsi l’astrofisica si calca in testa un berretto e indossa occhiali da sole mentre sul tappeto sfila il regista Crialese con gli attori del film “Terraferma” che avrà inizio tra poco.

 

All’ingresso i controlli sono più severi e mentre decidiamo se tentare la sorte e provare ad entrare indugiamo proprio davanti al servizio d’ordine, uomini aitanti in completo nero con auricolare incluso, x-men pronti a tutto che ci fanno desistere dall’impresa e fuggire verso il vicino salone Nastro Azzurro, dove si tengono i parties e gli incontri informali. Un’amica che al festival lavora ci ha detto di raggiungerla perché lì non c’è problema per entrare.

 

Ma si sbaglia. L’amica della Nasa ci precede e viene bloccata da un x-man che gli chiede in inglese se va al party tedesco.

 

Andiamo al party tedesco? – Ci chiede, con quel buffo cappello calcato in testa e l’aria di una che viene dalla luna, niente a che vedere con il piglio che vediamo sui volti dei tanti addetti che hanno il tesserino appeso al collo. Per uscire da quell’impasse afferriamo il cellulare e facciamo finta di chiamare qualcuno per chiedere conferma.

 

Rispondendo a voce alta diciamo che ci siamo sbagliate, non è quello il posto. L’x-man perde interesse e noi ci avviamo meste verso il vicino l’Hotel Excelsior. Prendiamo posto sulla terrazza centrale, il nostro tavolo è vicino a Enrico Ghezzi, noto critico cinematografico.

 

Con una fotocamera puntata sul viso sofferto Ghezzi rilascia la sua intervista. Ammiriamo incantate il gioco delle sue mani, le dita come piccoli serpenti che si avviluppano nelle spire del pensiero.

 

Infatti ci vuole la forza di un accurato ragionamento per confessare, alla fotocamera che lo immortala, che le elegantissime signore che arrivano alla spicciolata sono tutte tardone.

 

Ci mettiamo un attimo per pensare che neanche lui è di primo pelo e che per giunta tutto sgualcito.

 

Ordiniamo due aperitivi che arrivano insieme al conto, ovviamente salato. Il vino – orrore – sa di tappo e richiamiamo il cameriere, facendogli garbatamente notare l’accaduto.

 

In attesa che il vino buono arrivi ci guardiamo intorno. Sulla spiaggia prospiciente la terrazza è un fermento di lavori, si spiana e solleva la sabbia, il sito ha un’aria di abbandono e disordine, che tanto contrasta con le curatissime toilettes degli invitati che ci passano accanto.

 

Finita l’intervista Ghezzi ripone le mani in grembo. Al nostro tavolo arrivano i due bicchieri con lo scontrino sul vassoio: l’ amica spaziale commenta sottovoce che se fossimo stati in America il vino non lo avremmo pagato.

 

Quando il critico inizia una nuova intervista lei tace, si abbandona a quelle mani pensanti ed alla brezza che arrivando dal mare con dei super poteri le spazza via dalla testa i cattivi pensieri.

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