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Il criceto di Polanski

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Se c’è una cosa che mi annoia sono i film sulla crisi dell’Occidente. Non perché la crisi non ci sia, badate bene, c’è dai tempi di Platone…

Se c’è una cosa che mi annoia sono i film sulla crisi dell’Occidente. Non perché la crisi non ci sia, badate bene, c’è dai tempi di Platone… Ma perché ormai è un genere risaputo come il filone catastrofico. Insomma di film così ne abbiamo visti a iosa. La crisi di valori viene raccontata continuamente. L’ipocrisia borghese pure. La vita coniugale descritta come una trappola nella quale ognuno è vittima dell’altro, non ne parliamo. Anche l’idea che il buonismo democratico americano (e non solo) nasconda feroci crudeltà non è certo nuova.

Carnage di Roman Polanski, tratto dall’opera teatrale di Yasmina Reza, Il dio del massacro, è quasi un riassunto di tutte queste tematiche. Nel film c’è anche un avvocato che difende una multinazionale farmaceutica e cerca di nascondere il fatto che ha messo sul mercato un farmaco nocivo, incurante dei danni che può procurare ai malati. La sua morale è quella che dà il titolo al film: “Credo nel dio del massacro. È l’unico che governa, in modo assoluto, sin dalla notte dei tempi”. Una sorta di filosofia nazistoide alla quale aderisce, facendo finta di rifiutarla, la borghesia ricca di tutto il mondo. Infatti prospera – sempre più in crisi – incurante dei massacri che si compiono per mantenere la sua opulenza. Non viene risparmiata però nemmeno un’attivista dei diritti civili che ha scritto un libro sul Darfur. Il tutto raccontato con ironia e sarcasmo. Poi ci sono Kate Winslet, Christoph Waltz, Jodie Foster e John C. Reilly, bravissimi anche se recitano chiusi in una stanza, mentre Polanski trova con leggerezza inquadrature e tempi che impediscono di annoiarsi.

Si ridacchia e si riflette. Come al solito in questo genere di film. Ma non ci sono brividi particolari.

Meno male che c’è il criceto.

– Quello è Polanski – mi fa lei.

– Quello chi?

– Il criceto.

– Il criceto?

– Gli somiglia pure.

– In effetti…

Il criceto viene evocato per tutto il film poi a un certo punto appare e lo spettatore tira un sospiro di sollievo: si è salvato. Finisca pure come deve finire il disastro che abbiamo intorno ma qualcuno ancora si può salvare, nel caso il criceto.

Come il criceto del film, anche Roman Polanski è uno che ce l’ha messa tutta per salvarsi. Sempre. Da sempre. Chiuso con i genitori nel ghetto di Cracovia, riesce a fuggire mentre il padre e la madre finiscono nel lager. Il suo primo film da autore, Rower, racconta di un ciclista picchiato e derubato, cosa che è capitata davvero al regista, lasciato con la testa rotta sul ciglio della strada da un criminale omicida. Per fare una battuta, è sopravvissuto anche a matrimoni e divorzi. Non era in casa, poi, la volta che un maniaco alla guida di una setta di assassini ha massacrato la moglie di Polanski, Sharon Tate, incinta di otto mesi, e altri suoi amici. Era il 1969. Nel 1977, dopo aver scontato diversi giorni di ricovero in una clinica psichiatrica criminale, a causa di una condanna per violenza sessuale su una minorenne ha lasciato gli Stati Uniti. Da allora non ci torna più, vive da artista latitante. Due anni fa gli svizzeri gli hanno giocato uno scherzetto infame. Prima gli hanno assegnato un premio alla carriera, poi l’hanno arrestato appena giunto all’aeroporto di Zurigo. Sempre per la condanna del 1977. Fortunatamente alla fine non l’hanno estradato negli Usa.

Insomma, come il criceto del film, è sopravvissuto a tutto e ancora dirige i suoi film. Prendetela come volete ma, crisi o non crisi, per fortuna il criceto possiede delle risorse insospettabili.

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