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Ruta Sepetys. Avevano spento anche la luna

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"Il mio nome è tipicamente lituano. Ma anche senza un nome, i lituani della diaspora si riconoscono ovunque: ti guardano per strada e sanno subito se sei uno di loro.

“Il mio nome è tipicamente lituano. Ma anche senza un nome, i lituani della diaspora si riconoscono ovunque: ti guardano per strada e sanno subito se sei uno di loro. La Lituania è una grande tribù. Dicono che la tragedia che li ha colpiti abbia dissolto i singoli individui in un’unità. Al posto dell’Io ora c’è il Noi”.

Ruta Sepetys ha un viso minuto, capelli biondi lisci, occhi azzurri pieni di curiosità, e un naso affilato su un grande sorriso.

È nata e cresciuta negli Stati Uniti, spiega, da una famiglia di rifugiati lituani amanti della musica e dell’arte. I suoi nonni e suo padre, prima di arrivare in America, trascorsero nove anni, tra il 1940 ed il ’49, nei campi profughi in Europa.

“Non so come si riconosca l’identità lituana. Io, però, ho sempre creduto di portarmi dentro la forza, la tenacia, la capacità di resistenza dei miei avi”.

Ruta stringe tra le mani la copia italiana del suo libro Between Shades of Gray pubblicata da Garzanti con il titolo Avevano spento anche la la luna.

“Così credevo… ma scrivere questo libro mi ha fatto scoprire altre cose di me. Non sempre belle”.

Un’ombra di malinconia appare per un istante nei suoi occhi, poi torna la gioia, l’eccitazione.

“Qui in Italia hanno fatto un lavoro meraviglioso” ripete incredula, accarezza il segnalibro e la copertina dove, su un fondo azzurro scuro si vede una ragazza con il cappotto ed  un volto smarrito che solleva con le due mani una grande valigia di cuoio.

“Sono rimasta senza parole quando ho visto il libro: la ragazza della copertina assomiglia tantissimo a mia sorella. Non riuscivamo a crederci.”

Noi, non possiamo riconoscere i tratti lituani, ma sì la commozione, lo stupore che trapela dai suoi occhi. Il libro, uscito a marzo negli Stati Uniti, è diventato nel giro di poco tempo un best seller. In cima alla classifica del New York Times. È stato pubblicato in 27 paesi e tradotto in 24 lingue.

Ruta lo ha già presentato nei paesi scandinavi, a Parigi, e adesso in Italia, il primo paese straniero ad acquistarlo, e continuerà a portarlo ovunque, anche in Lituania a novembre, eppure la sua emozione è ancora immensa e sincera.

Seduta nel salottino dell’albergo, nel susseguirsi delle interviste, assomiglia a tratti, nel suo smarrimento, alla ragazza della copertina. Alla protagonista, Lina, del suo libro. Una ragazza di 15 anni che la notte del 14 giugno del 1941 viene deportata dalla NKVD (il futuro KGB) insieme a sua madre e al suo fratello più piccolo Jonas. Mentre attorno sboccia la primavera, e gli alberi sono in fiore sul ciglio delle strade inondate di profumi, Lina sale su un treno stipato di deportati in un lunghissimo viaggio che tra soste e periodi di lavoro in Siberia la porterà al Polo Nord, nel lungo inverno artico.

“Volevo che la storia fosse vista dagli occhi di un’adolescente, volevo che fossero i ragazzi a leggerlo. I ragazzi devono sapere, perché a loro appartiene il futuro.”

Il libro è incentrato sul racconto del primo anno e mezzo di deportazioni che durarono, per chi sopravvisse, molti lunghi anni.

“Tutti i sopravvissuti mi hanno parlato di quel primo, durissimo anno. Molti non ce l’hanno fatta. È stato il discrimine tra la vita e la morte. Erano partiti con gli abiti leggeri che indossavano il 14 giugno e con quelli sono arrivati al Polo Nord. Loro stessi riconoscevano chi ce l’avrebbe fatta e chi no.”

Lina dice nel libro:

“La prima notte che qualcuno firmò io mi infuriai. La mamma mi disse che dovevo provare compassione per quelle persone che erano state spinte oltre i propri limiti. Io non riuscivo a provare pietà per loro. Non riuscivo a capirli.

Andando nei campi ogni mattina, potevo prevedere chi sarebbe stato il prossimo a firmare. Le loro facce cantavano canzoni di sconfitta. Anche la mamma lo capiva. Chiacchierava con quelle persone e lavorava accanto a loro nei campi, cercando di rafforzare il loro spirito. A volte funzionava, molto spesso no. Di notte disegnavo il ritratto di chi aveva firmato e scrivevo come aveva fatto l’NKVD a logorarli.”

Ruta continuerà a ripeterlo tra un’intervista e l’altra, nel taxi che ci accompagna per la città. Anche nella vita di ogni giorno si riconosce chi già si è arreso, chi ha già perso. Cosa è che permette ad alcuni di resistere? Di non soccombere? Ci chiediamo guardando i volti che scorrono oltre i finestrini del taxi.

Come i libri di Irene Nemironsky, Avevano spento anche la luna è infuso di tratti universali, di emozioni e sentimenti che attengono alla condizione umana in qualunque momento e tempo. Si parla di un periodo storico su cui è sceso un lungo silenzio. E ci sono domande sull’uomo e sulla sua identità, che arrivano giù nel cuore più profondo, e quando vai nel fondo e scavi, trovi un mondo che non è né bianco né nero. Ma possiede le diverse sfumature di grigio del titolo inglese. “Parlando con i sopravvissuti, oltre  a racconti di una crudeltà estrema, ho ascoltato testimonianze di amore, comprensione, compassione. Alcuni hanno parlato di guardie sovietiche che hanno mostrato gentilezza nei loro confronti, correndo enormi rischi. E poi loro, i sopravvissuti, non serbano odio né rancore.”

“Ma questo come è possibile?” Le chiederanno una e più volte.

Ruta sbarra i suoi intensi occhi azzurri. Lo stupore, suscitato da quelle confessioni è, in lei, ancora forte. “Non lo so, ma è così. Nessuno mi ha parlato con odio. Mi hanno detto che non vogliono perpetuare la crudeltà che hanno subito. Non vogliono rendere ciò che hanno ricevuto, vogliono spezzare la catena dell’odio. Per questo non credo che sia un caso che gli Stati Baltici abbiano conquistato la loro indipendenza in modo pacifico.”

Ruta Sepetys attraversa queste giornate romane piene di sole e di dolcezza, con una carica di vitalità e di incantato stupore. Racconta con passione come se la scrittura del libro, che pure riesce nel grande scopo delle storie: dare ordine al caos, non fosse bastata a contenere tutto ciò che ha visto, a dare risposta a tutte le domande sollevate in lei dalle testimonianze raccolte.

Parla del suo primo viaggio in Lituania dove ha conosciuto una parte della sua famiglia.

“Ho chiesto se avevano foto di mio nonno o di mio padre da mostrami, e nella stanza è sceso il silenzio: Ruta – mi hanno detto – quando tuo nonno è fuggito dalla Lituania, abbiamo dovuto bruciare tutte le foto. Far sparire ogni prova di parentela. Ma questo non è bastato, ovviamente, ad evitare a molti di loro la deportazione. E quindi ho scoperto che la mia libertà, la mia vita, erano state pagate da altra gente con un prezzo altissimo. Anche la mia protagonista paga il prezzo per la libertà di suo cugino.

Ho fatto due viaggi in Lituania, e ho incontrato sopravvissuti, deputati, artisti, storici, psicologi gente di ogni tipo. Ma soprattutto i sopravvissuti che ora hanno 80 o 90 anni. Hanno accettato di raccontarmi tutto, ma a patto che io non rivelassi il loro nome. Sono passati tanti anni, ma l’ombra di Stalin incombe ancora su di loro. E il dolore è ancora lì sulla carne viva.”

Le hanno raccontato storie irripetibili, insostenibili.

La prima stesura del libro era troppo dura e l’editore ha detto no. Bisogna che questa storia si possa leggere e allora senza risparmiare in verità, ha lasciato che alcune cose si intuissero, restassero invisibili, ma presenti sotto la superficie della parole.

“Non ho potuto scrivere tutto l’orrore che mi hanno raccontato, no. Non credo neanche che fosse necessario. Ci sono cose che è meglio intuire.”

Racconti raccolti ovunque, anche in lunghi tragitti in autobus da cui, magari, il suo interlocutore scendeva in fretta lasciandola da sola su una strada deserta. Racconti raccolti dalla bocca di chi non ha mai parlato. Finita la deportazione sono tornati nei loro paesi ancora sotto dominazione sovietica. Sono tornati a casa come criminali: non avevano diritto ad un lavoro, ad una casa, a nulla. Per non creare problemi non hanno contattato parenti o amici. Molti hanno trovato lavoro in campagna, in luoghi sperduti, dove non dessero troppo nell’occhio.

“Come è possibile che non abbiano mai parlato?”

“L’Unione Sovietica ha ottenuto dall’Occidente il pieno controllo degli Stati Baltici e da allora è sceso il silenzio. Erano troppo terrorizzati. Chi avrebbe potuto parlare di quello che era successo?”

Arcipelago Gulag è una delle poche testimonianze del terrore di Stalin.

“Stalin ha ucciso 20 milioni di persone” ripete Ruta. Venti milioni.

Difficile trovare un confronto. I giornali di sinistra che questi giorni, con i loro giornalisti, vengono ad intervistare Ruta rimangono in silenzio. Qualcuno aveva creduto che fosse un libro sulla Shoah. Ne parleranno? Ne scriveranno? “Non so come farò a scriverne” dice qualcuno perplesso. Sono passati ben più di 50 anni, il muro è caduto, ma la possibilità di dire non è molto più grande, sembra.

Ruta Sepetys si è presa del tempo dal suo lavoro riducendo il numero dei suoi clienti: ha venti anni di carriera alle spalle nell’organizzazione di carriere e concerti di cantanti, per ascoltare a fondo le storie dei sopravvissuti con cui intessere la vita dei personaggi principali e di quelli sullo sfondo.

“L’ombra di Stalin su di loro era così forte, che ho cercato mille espedienti pur di proteggere il loro bisogno di anonimato. L’esperienza di un uomo l’ho trasposta su una donna, e cose del genere”. La politica di Stalin si basava sul terrore, sul fatto di non poter mai sapere cosa sarebbe successo il momento dopo. Molti si chiedevano perché non li ammazzassero e basta. “Chiesi ad una guardia, perché non ci uccidete?” – le ha detto una donna – “E lui mi rispose: non abbiamo bisogno della vostra morte, abbiamo bisogno del vostro dolore e della vostra sofferenza”.

Tutto è doloroso in questo libro che in America è uscito come libro per i ragazzi. Doloroso ed illuminante leggere del sollievo provato da alcuni deportati nel momento in cui vengono a sapere che Hitler ha scacciato i Sovietici dalla Lituania. Contesa a lungo tra le due incarnazioni del male: Stalin e Hitler.

Doloroso anche solo immaginare una possibile scelta tra i due.

Dolorosa e illuminante la descrizione dell’arrivo al Polo Nord dove gli stessi deportati costruiscono i loro campi, senza mezzi, senza nulla. Solo qualche razione di pane, spesso negata.

Doloroso tenere il libro tra le mani.

Se non fosse per quella sfumatura di grigio che Ruta Sepetys ha intrecciato nella storia: lo sguardo di un’adolescente con una vocazione da artista.

Dai racconti ascoltati Ruta ha capito che sono state quelle spesso le chiavi della salvezza. O della speranza in tanto buio: il fuoco della vita dell’adolescenza e la possibilità dell’arte di offrire un senso al dolore.

“Ho capito che a sopravvivere sono stati quelli che erano adolescenti al momento della deportazione. I bambini piccoli erano troppo deboli per sopravvivere, molti degli adulti troppo stanchi, troppo delusi, ma gli adolescenti avevano il fuoco della vita dentro. Sono nati degli amori durante quelle deportazioni…”.

Ruta si ferma un istante. Sorride con dolcezza e scuote la testa. Come se fosse ancora difficile credere al racconto di quelle storie d’amore. Alla possibilità dell’amore di attecchire anche nel terreno gelido della crudeltà.

“Una donna, all’epoca era una ragazzina, mi ha detto che mentre li caricavano sui treni, aveva scambiato qualche parola con un ragazzo. Ed era nato qualcosa. Stipata nel vagone senza luce né aria lei pensava a lui, e aspettava le rare soste del treno per provare a sporgersi un po’ se per caso lo avesse visto”. L’amore manda avanti la vita nel mondo e nei campi dei deportati. Ruta ha incontrato uomini e donne con parti di viso divorate dal freddo. Deturpati. Con il corpo segnato dalla crudeltà di anni e alcuni le hanno parlato del loro amore. Nato nel campo di concentramento e coronato con il matrimonio al ritorno. Il gelo ha strappato loro i capelli lasciando il cuoio capelluto scoperto per sempre. Come una terra deserta. Ruta abbassa la voce, le sue parole sono parche, pudiche, in segno di rispetto quando le chiediamo di descriverci come sono adesso quelle creature deformi. Ma il freddo ed il gelo non hanno divorato i loro cuori.

“Il territorio degli Stati Baltici” riprende Ruta “contiene racchiusi e nascosti sotto terra barattoli, scatole dove la gente ha nascosto disegni, pezzi di musica, storie che potessero rappresentare e conservare la memoria di quanto stavano vivendo. Stalin ha tolto loro la voce e loro hanno cercato un modo per dire le cose. Per dare sfogo al dolore. Ne ho tratto ispirazione per fare di Lina un’artista. Lei disegna, traccia ritratti, dove trascrive ciò che vede, nella speranza che qualcuno di quei fogli arrivi a suo padre. Nella speranza, come per ogni storia, di trovare un senso al dolore più insostenibile”.

Anche per Ruta Sepetys il libro è nato grazie all’amore.

“È un desiderio, quello di scrivere, che ho da sempre, ma se fossi rimasta a Los Angeles dove vivevo, con la vita frenetica che facevo, con gli amori che avevo, non l’avrei mai scritto. Non avrei mai pensato di sposarmi, non ho mai pensato a me come ad una donna che potesse sposarsi” dice con un sorriso, stringendosi nelle spalle. “Poi ho lasciato Los Angeles, sono andata a vivere in un piccolo posto vicino a Nashville, ho incontrato un uomo, diverso dal mondo che conoscevo. (Chissà se è l’uomo che ha ispirato la frase del libro che pronuncia la madre di Lina “Gli uomini buoni spesso sono più pratici che sensibili”)… Ed è successo che ho trovato l’amore…”. Arrossisce. “L’amore ti dà le ali, la forza di fare le cose. Non sapevo se sarei riuscita a rendere giustizia alle persone che mi avevano confidato la loro storia. Mio marito mi ha detto: devi avere coraggio e ce la farai. Ed io ce l’ho fatta”.

Ruta nonostante l’enorme successo, ha la freschezza di chi scopre, nel territorio della scrittura ogni giorno, qualcosa di nuovo.

“Mi alzavo ogni mattina alle cinque e scrivevo dalle 6 alle 8, poi andavo al lavoro. Per me il lavoro è importante. Sarebbe un grande lusso, certo, poter scrivere quattro ore al giorno. Ma non potrei mai smettere di lavorare. Io amo la musica. Le canzoni. Il mio lavoro mi porta tra la gente, tra le storie. E comunque dovrei conquistarmelo il diritto di essere una scrittrice a tempo pieno. Molti scrittori, soprattutto gli anglosassoni, arricciano il naso se uno dice di scrivere e di fare anche qualcos’altro. Per me non è ancora così.”

Ha sentito la voce degli agenti. Ha assorbito consigli dove ha potuto, rielaborandoli. Dalla musica, che è la passione della sua vita, ha preso il ritmo. “Avevo bisogno che questa storia emergesse dalle pagine, e investisse il lettore con la stessa carica, con la stessa forza e violenza con cui i racconti dei sopravvissuti hanno investito me”. Per questo frasi e capitoli brevi. Descrizioni fulminanti e rari flashback come espedienti narrativi che servono ad allentare il dolore e a rivivere il mondo di un tempo. Il mondo fuori della follia.

C’è anche una colonna sonora, per pianoforte, che Gavin Mikhail ha composto per Between Shades of Greywww.gavinmikhail.com/soundtrack

E molto Ruta ha preso anche dalla pittura.

Lina che, prima di essere deportata era stata ammessa ad una prestigiosa scuola di pittura e, nei campi, viene chiamata a fare ritratti delle guardie sovietiche, ama molto Munch. Il pittore norvegese. Come lo ama Ruta Sepetys. “Nel libro ci sono 31 scene tratte da quadri di Munch” – dice con un sorrisetto malizioso – “nessuno se ne è accorto”. È felice di quelle scene nascoste, delle poche citazioni da Munch che scandiscono il libro. “Mi piace il modo in cui Munch usava la pittura, una forma di analisi di sé stesso. C’è anche un aspetto della tortura, tortura esistenziale, che mi sembrava si adattasse bene al libro. Ho studiato a fondo Munch, ho visto tantissimi documentari su di lui, ho letto i suoi scritti. Tanto studio si è tradotto in pochi cenni sul libro, ma va bene così”.

Sono semi che vengono piantati nella mente di chi legge.

Come l’accenno alla teoria di Munch per cui il dolore, l’amore e la disperazione sono anelli di una catena infinita. O la sua frase: “Dipingi quello che vedi: anche se è una giornata di sole ma tu vedi buio e ombre. Dipingilo come lo vedi”.

Ruta sorride e si guarda attorno con emozione. Attorno non vede buio e ombre. Ama l’Italia. Lei e suo marito si sono sposati a Siena, senza esserci mai stati prima. “Siamo venuti qui io e lui da soli e ci siamo sposati. Poi siamo tornati in America e abbiamo festeggiato con gli amici.”

In Italia è venuta molte volte ad accompagnare i suoi cantanti nelle loro tournée, ma senza mai avere il tempo di fermarsi e di visitare e di vedere le cose. “Ora mi piace fermarmi e guardare. Da tutto nasce una storia: dalle cose che sento, dalle cose che vedo”. Ieri le abbiamo raccontato di un uomo, qui vicino, che fa scarpe e con le scarpe fa poesia, e lei stanotte ne ha ricavato un personaggio di un suo prossimo libro.

“Continuerò a scrivere romanzi intessuti di storia. Alternando magari la storia più pesante a quella più leggera. Mi piace il lavoro di scavo, il lavoro da detective dietro alla scrittura.”

È affascinata dalla genesi delle storie.

“Ciò che sempre mi ha colpito del mondo della musica, nel tempo passato con i cantanti, è vedere come nascono le canzoni: magari da un’idea che all’improvviso qualcuno racconta seduto al tavolo di un bar. Poi qualche tempo dopo accendi la radio e quella storia provata attorno ad un tavolo tra birre e caffè, la cantano tutti, su tutte le radio.”

Per questo le piace lavorare con i cantanti nonostante i capricci di molti. Ed i loro ego spropositati. “Forse per quel  fatto di essere sempre sul palco al di sopra della gente, più in alto di tutti” dice. Forse la capacità di Ruta di cogliere la luce, le sfumature di grigio dietro l’ombra, le viene dal sapere che la musica più divina si nasconde spesso dietro capricci, follie ed egocentrismi.

“A novembre vado in Lituania a presentare il libro ed immaginatevi come sarà, io che non parlo la loro lingua, gli porterò un libro che parla proprio di loro. Ma spero che sia solo un punto di partenza, perché i lituani pubblichino le loro storie, trovino il coraggio di parlare. Vado con molta umiltà. Sono loro ad avermi regalato questo romanzo”.

Forse anche a loro racconterà la storia che la ossessiona e  che racconta a chiunque voglia ascoltarla. Spiegherà che ce l’ha messa tutta per provare a capire cosa hanno vissuto: si è fatta chiudere nel vagone piombato di un treno. Ha provato la fame, gli stenti. Ma c’è una prova che non riesce a dimenticare: “Degli studenti lettoni volevano fare un documentario sulle prigioni sovietiche e hanno organizzato una simulazione in una prigione.  Ed io ho voluto partecipare” – racconta al giornalista che è già in procinto di andare via. Ruta non vuole che lui se ne vada senza aver ascoltato anche questo pezzo della storia. Lo trattiene. Mi ascolti gli dice. – “Loro non volevano farmi partecipare, mio marito mi ha detto: per quale ragione vuoi farti chiudere in una prigione per 24 ore? Ma io volevo andare fino in fondo e ho pagato quei ragazzi perché mi facessero entrare. E la sera prima, si figuri, mi sono pure chiesta: cosa mi metto domani per andare in prigione? Capisce?”

Il giornalista annuisce. Ha fretta di andare. Non ha bisogno di sentire altro, ma lei lo trattiene. Ruta ha bisogno di raccontare questa storia, per liberarsi.  – “Entro in prigione. E dopo i primi cinque minuti la visione della mia vita e di me stessa è cambiata. Hanno cominciato a picchiarci e a darci calci”. Il giornalista annuisce – “Ci picchiavano. Erano stati i ragazzi a chiederlo, perché volevano essere nelle stesse condizioni degli altri prigionieri affamati e deprivati di sonno. Mi hanno preso a calci, mi hanno rotto qualcosa sulla schiena, un disco, e ho dovuto fare fisioterapia per un anno. Ma la cosa peggiore è che mi sono scoperta vigliacca. Ero in preda al panico e ho pensato soltanto a me stessa. C’era un ragazzo a terra che mi chiamava e mi chiedeva aiuto ed io ho fatto finta di non sentirlo”. Il suo interlocutore annuisce, forse sta pensando che anche lui avrebbe fatto la stessa cosa. Scherziamo. Giocarsi la pelle così? Ma Ruta continua. I suoi occhi azzurri stanno rivedendo la scena. “Prima di entrare nella prigione ero convinta di essere una di quelle persone che in caso di pericolo aiutano gli altri, ed invece ho scoperto di essere una di quelle che se la danno a gambe. Non è una bella cosa da scoprire le pare?”

“Certo.”

“E poi sa cosa è successo? Ci hanno chiuso in una stanza ed io piangevo… Ero terrorizzata. E ho sentito una voce, era quel ragazzo che mi chiamava “Psst, psst american lady…”. Ruta scoppia a ridere. Una risata malinconica “American lady… così mi chiamava. Mi ha detto non si preoccupi. Andrà tutto bene. Io l’aiuto. E in quel momento ho sentito un sollievo enorme. In quel momento ho capito profondamente tante cose. Che cosa voglia dire la generosità, la bontà, il coraggio. Ho provato un’ammirazione se possibile ancora più grande per tutte le persone che in Siberia hanno aiutato gli altri. Lei non sa quanto può aiutare una parola in quei momenti. Ci vuole un grande coraggio per aiutare gli altri quando si è nel pericolo. E questo lo hanno fatto in tanti laggiù. E questo è importante. È una prova della natura miracolosa dello spirito umano.”

Da quello spirito e da quel coraggio, Ruta ha lavorato di cesello per ritagliare personaggi umanissimi che ne fossero gli emblemi: la meravigliosa figura di Elena, la madre: “Volevo che fosse la madre dello spirito dell’uomo, il simbolo del coraggio, della forza, piena di grazia e di bellezza”, di Jonas il fratellino piccolo a cui ha cercato di dare tutta la dolcezza di suo nonno, sebbene poi nel campo anche lui impari a crescere in fretta; il personaggio del calvo, l’ebreo che il lettore ritiene perfido e traditore per poi scoprire una verità assai diversa; Krestky la guardia per la cui crudeltà si prova alla fine pietà e dolore. Ha lavorato di cesello per creare degli archetipi, per lasciare piantato alla fine nel cuore dei ragazzi lettori un granello di fiducia. La stessa che accompagna la malinconia scherzosa nei suoi occhi azzurri quando chiede con la voce piena di dubbio “Ma forse, se uno si scopre vigliacco, la volta dopo non lo è più, forse la volta dopo uno fa qualcosa di meglio.” Un libro quasi semplice, sembra, alla fine. E chiudendo l’ultima pagina, nonostante la verità terribile ed il dolore lacerante, si avverte  in fondo al cuore uno strano sorriso. Un piccolo fuoco di speranza.

Come Camus, che Ruta cita nella nota quasi a bilanciare lo sguardo nero di Munch, anche il lettore chiudendo il libro potrà dire “alla fine ho imparato che, nel cuore dell’inverno, dentro di me regnava un’invincibile estate”.

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