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IV Edizione del Festival della Letteratura Ebraica: “il figlio che ritorna a casa”

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Roma Capitale e Roma Ebraica. L’una che vive nell’altra. L’altra che in punta di piedi esplora e ricerca la vera essenza dell’una.

Roma Capitale e Roma Ebraica. L’una che vive nell’altra. L’altra che in punta di piedi esplora e ricerca la vera essenza dell’una. Su un dipinto due colombe, simbolo di pace, che si sfiorano con il becco, quasi a voler parafrasare quelle due dita che non si uniscono nella Creazione di Adamo della Cappella Sistina; e su un fazzoletto di terra, stagliato dal Tevere, due culture che quotidianamente si sfiorano e rosicchiano, anno dopo anno, centimetri di distanza.

 

Tra modernità e memoria storica, tra palazzi freschi di intonaco, al di là del fiume, e palazzi epigrafi di ricordi antichi, il Vecchio Ghetto Ebraico si è rivestito, dal 17 al 21 settembre, a palcoscenico della IV Edizione del Festival Internazionale di Letteratura Ebraica.  Musica, arte, mostre, eventi tematici, visite guidate ai luoghi ebraici e incontri letterari  hanno seminato, nel vasto e affascinante mondo della “Cultura Ebraica”, il seme del “figlio che è ritornato a casa”. Per la prima volta il Festival ha, infatti, messo in mostra sfarzo e splendore tra le pareti di casa sua, il Ghetto Ebraico. Dalle vie e dalle piazze del Portico d’Ottavia illuminate a festa e risuonanti del chiacchiericcio del popolo la manifestazione ha pennellato dei suoi colori location quali il Palazzo della Cultura, con eventi a tema, il Museo Ebraico di Roma, con L’istruzione di Sacro e Civile nel ghetto di Roma, e l’Ermanno Tedeschi Gallery con la mostra di Manshe Kadishman, autore, tra l’altro, del dipinto con le due colombe.

Una manifestazione intensa e affascinante che ha preso il via con la conferenza stampa in Campidoglio dove istituzioni e addetti ai lavori hanno raccontato, attraverso le proprie esperienze, i propri modelli culturali di riferimento, piccoli pezzetti di un mondo vero, che vive e che pulsa nel quotidiano, che non ha bisogno di retorica e che non è mai troppo stanco di confrontarsi e mostrarsi.

 

Nella Notte della Cabbalà, sabato 17 settembre, si sono accese le lampade, una dopo l’altra, sia su Roma Capitale che su Roma Ebraica. La Cabbalà storicamente parte dalla Creazione del mondo e dall’essenza stessa di Dio per arrivare ai rapporti sociali tra gli uomini; per questo, oggi, è una delle “roccaforti” dell’ebraismo che maggiormente affascina e attrae l’interesse di un pubblico che non è solo religioso o ebraico. La Cabbalà ha trasformato il Ghetto di Roma in scena notturna a cielo aperto.  Artisti italiani e internazionali per una “no stop” di eventi culturali hanno “presidiato” le ore notturne.  Sei concerti e un incontro Dialoghi sulla Cabbalà, al Palazzo della Cultura, dove Yarona Pinhas, scrittrice e studiosa di mistica ebraica ha raccontato come la Cabbalà aiuta a vivere meglio i rapporti interpersonali, in particolare quelli all’interno della famiglia; mentre il Rabbino Benedetto Carucci ha spiegato il metodo cabbalistico usato per leggere i testi biblici. La Notte della Cabbalà è stata anche l’occasione per scoprire e riscoprire la Sinagoga e il Museo Ebraico di Roma.

 

Un Festival quello della Letteratura Ebraica che ha vissuto momenti di intensa attività culturale, “attraverso anche la voce degli scrittori e dei libri, attraverso la condivisione di esperienze di vita capaci di essere testimonianza ed esempio di vitalità e di ispirazione per ogni ascoltatore e lettore.  A partire dalle storie Talmudiche, passando per la Spagna Medioevale, attraverso l’Europa del ‘900 e fino al mondo contemporaneo e all’Israele del futuro”.  Una voglia incalzante di “raccontare storie”.

 

Secondo il Talmud, il grande testo sacro dell’ebraismo, scrivere un libro è una delle tre cose, insieme a piantare un albero e fare un figlio, che ogni uomo dovrebbe compiere nella propria vita. E mentre, “La pergamena brucia, ma le lettere volano via” una targa, il 18 settembre è stata posta a Piazza Campo de’ Fiori, a ricordo proprio del rogo del Talmud che in questa stessa piazza, il 9 settembre del 1553, fu bruciato insieme a numerosi altri libri sequestrati nelle case degli ebrei.

 

“Si può distruggere la materia, ma non lo spirito.” (Rabbi Chananià ben Teradion)

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