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Il gelso

di

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Si aggrappò al ramo cercando una presa. Sentì sotto la sua mano un ampio solco parzialmente rimarginato, ma ancora profondo nonostante il tempo passato, che percorreva tutta la circonferenza del ramo. Appoggiò la fronte al dorso della mano.

Si aggrappò al ramo cercando una presa. Sentì sotto la sua mano un ampio solco parzialmente rimarginato, ma ancora profondo nonostante il tempo passato, che percorreva tutta la circonferenza del ramo. Appoggiò la fronte al dorso della mano. Riconosceva il punto dove con una grossa corda aveva appeso una vecchia gomma del trattore come altalena, per Gabriele.

“Allora la perdita c’è!” sbraitò Maria venendo verso di lui.

Guerino alzò la testa giusto in tempo per vedere Maria chinare il busto sotto il gelso e cominciare a marciare verso di lui. Con uno scatto passò sotto il ramo, acchiappò sua figlia attorno al collo e la spinse indietro con tutto il suo corpo.

“Vattene! Vattene! Come ti sei permessa di venire qua?” le ringhiò Guerino in faccia mentre la spingeva fuori da sotto il gelso. Dopo pochi passi Maria cadde indietro, la faccia piena di schizzi dalle urla sputacchianti del padre. Guerino si avvicinò minaccioso, sovrastando la sua minuta figura, parlando a denti stretti.

“Puttanella, te ne sei andata da casa per andare a convivere qui accanto sotto il mio naso e ora ti metti anche con i vicini contro di me?”

Maria, intimorita, cercò di difendersi, “Pa, il vicinato è rimasto senz’acqua e i confinanti sono furiosi. Devono innaffiare. Lo sanno tutti che il condotto principale passa da qui.”

“Non sono cazzi tuoi! Hai capito?, e nemmeno cazzi loro!  Questa è casa mia e questa è la mia terra. Ci penso io se ci sono dei problemi.”

Maria guardò di nuovo la grande pozzanghera in fondo al terreno, circa cinque metri dal gelso, poco prima del fossato. Poi alzando la mano bagnata da terra verso il padre, disse, “Qui è tutto intriso d’acqua, Papà. Chissà da quanto tempo perde?”

“Non sono cazzi tuoi”, sussurrò velenoso Guerino.

“Tu e quel fottuto albero . . .”  ma Maria non ebbe tempo di finire la frase che suo padre la prese per la maglietta e la tirò su in piedi davanti a sé.

“Io so cos’è meglio per noi. Cosa credi, che i vicini ti vogliono più bene di quanto te ne vuole tuo padre? Sei cosa, scema? O quel ragazzo? Appena se ne trova un’altra se ne fotterà di te!”

Maria provò a divincolarsi e poi fissò suo padre con aria di sfida.

“‘Scema’? E’ così che chiamavi sempre Gabriele, non è vero, Pa? . . . ‘scemo,’ ‘idiota,’ ‘imbecille’.”

Velocemente schioccò lo schiaffo sulla guancia destra di Maria.

“Io ti faccio a pezzi. Ho sacrificato la mia vita per voi due. Ho cercato di insegnarvi qualcosa ma non volevate capire niente”. I segni della dita del padre cominciarono ad evidenziarsi lungo il bordo dello zigomo, appena sotto l’occhio, mentre Maria risucchiava disperatamente un po’ d’aria. Guerino liberò la presa sulla maglietta. “Ora fila in casa e aspettami lì. Non ne voglio più parlare qui fuori.”

Guerino tornò lentamente verso il gelso per riprendersi la falce rimasta a terra sotto l’albero. Ad ogni passo i suoi piedi affondavano sempre di più nella terra bagnata. Arrivato sotto il ramo dove si era appoggiato, Guerino si piegò a raccogliere la falce e poi si raddrizzò a osservare l’albero da sotto. L’ampia chioma frondosa era ben curata, allargandosi in linea retta alla base per poi riempirsi come dei batuffoli di cotone verso l’alto. Migliaia di chicchi verde pallido costellavano tutti i piccoli rami. I tanti piccoli frutti erano ancora acerbi. Guerino abbassò lo sguardo verso il terreno paludoso sotto i suoi piedi. Quei piccoli frutti non sarebbero mai maturati. Sarebbero marciti sull’albero.

 

 

Guerino entrò nel casolare e andò diritto al grande lavello della cucina. Appoggiò la falce a terra e cominciò a strofinarsi le mani dentro una bacinella piena d’acqua sporca e sapone, già lì da qualche giorno. Dal tavolo della cucina, Maria alzò gli occhi lucidi dalla foto che rigirava nelle sue mani e fissò le spalle del padre.

“Fosse stata ancora viva la mamma, Gabriele non sarebbe andato via così . . .”

Guerino continuò a strofinarsi le mani nella bacinella. Poi le tirò fuori e le scrollò nell’aria sopra il lavello. Prese lo strofinaccio appeso al muro e asciugandosi le mani si girò verso sua figlia.

“Almeno lei ci difendeva. Non ci dava addosso. Semmai dava addosso a te . . . e tu lo sai!” incalzava Maria.

Guerino strinse le labbra e trattenne un attimo il fiato.

“Tua madre era sempre d’accordo con me. Volevamo solo il meglio per voi due.”

“Sì ma per te cos’è ‘il meglio’?  Qualunque cosa facciamo, non è mai fatto abbastanza bene. E poi trovavi sempre il modo per ridicolizzare Gabri e lui, il povero coglione, cercava sempre la tua approvazione. Ha fatto bene ad andarsene… ” aggiunse Maria con la voce un po’ rotta. “È per questo che me ne sono andata anch’io.”

Guerino sbatté lo strofinaccio sul tavolo.

“Cosa vuoi da me?” urlò con disperazione, fissando un punto lontano nell’aria. “A me mio padre non mi ha mai cagato e io non gli ho mai chiesto niente. A voi due vi ho dato tutto ma non vi ho mai imposto niente! Sei tu che sei venuta qui stamattina a rompermi i coglioni! Hai capito? Io vi ho sempre lasciato liberi di fare quello che volevate!”

“Ma non ci hai mai sostenuto o approvato”, rispose Maria a voce bassa, guardando il tavolo.

Guerino si sedette sulla panca e appoggiando i gomiti sul tavolo, prese la testa tra le sue mani.

“Cosa vuoi da me, Maria? Cosa vuoi?”, disse con un filo di voce.

“Dov’è andato Gabriele, Papà?”

“Non lo so.”

“Sono passate quasi due settimane e non si è fatto nemmeno sentire”. Maria cercava di controllare la voce.

“Lo conosci tuo fratello. Vive sempre nel suo mondo. . . Faceva disperare anche la mamma.”

“Due settimane sono troppe, Pa, anche per lui . . .”

Seguì un lungo silenzio, rotto solo dai sporadici singhiozzi di Maria. Guerino rimase immobile con la testa tra le mani, china sul tavolo. Dopo un po’, Maria alzò la testa e guardò il padre con aria schifata.

“Come hai potuto? Come hai potuto? . . . un cazzo di quiz alla televisione!”, continuando con una voce sempre più dura, mentre si alzava in piedi. “Solo perché lui non sapeva la risposta a una domanda di storia? . . . E tu hai cominciato, come sempre . . . ‘idiota,’ ‘imbecille,’ ‘ma cosa ti insegnano a scuola?’”

“Basta, Maria.”

“Primo della classe a scuola ma a casa, per sua padre, è una merda”, continuò Maria con la voce tremante, allontanandosi dal tavolo.

“Vattene, Maria, vattene.”

“È scappato via quella sera, piangendo dalla rabbia e tu l’hai lasciato andare . . . “, Maria trattenne il fiato per non piangere e guardò fuori dalla finestra, verso il gelso. “Ecco. Sono già arrivati.”

Guerino alzò la testa di scatto. “Chi?”

“Gli addetti del comune e del consorzio dell’acqua. Ero venuta a dirtelo prima sotto il gelso. I contadini sono senza acqua e il comune ha emesso un mandato di emergenza pubblica per controllare il condotto. Stanno già scavando.”

Guerino si mosse per alzarsi ma poi ricadde seduto e rimise la testa tra le mani.

“Vado laggiù per vedere che succede. Non c’è la faccio più a stare in questa casa”. Maria uscì dalla cucina sul piazzale retrostante il casolare e si avviò verso il folto gruppo di operai che lavoravano con le vanghe sotto il gelso.

Dopo una ventina di minuti, in casa il padre era riuscito a sistemare tutto. Non c’era alcun solco dove legare la grossa corda alla trave, ma funzionò bene lo stesso. Il nodo però non fece in tempo a stringersi per evitare a Guerino di sentire le urla stridule di sua figlia che provenivano da dove scavavano sotto il gelso.

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