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Michael Fassbender in Shame

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"Se non ci fosse speranza, che senso avrebbe raccontare delle storie?"

“Se non ci fosse speranza, che senso avrebbe raccontare delle storie?”

“Brendan, il personaggio che interpreto in Shame, è un uomo profondamente disturbato, ma io e Steve lo abbiamo avvicinato con amore. Brendan cerca di colmare il vuoto enorme che si porta dentro con un’attività sessuale convulsa, si masturba in ufficio, incontra prostitute o donne di una notte, il suo computer è pieno di roba da pervertito, come dice il suo capo quando lo scopre. È un bisogno che Brendan non riesce a controllare e che tiene ben nascosto. Per questo è un uomo molto solo anche se ha successo nel lavoro, e con le donne”.

Sullo schermo è difficile, quasi impossibile, riconoscere dietro i tratti di Brendan lo stesso volto che ha interpretato il dottor Jung in A dangerous method di David Cronenberg, in concorso qui a Venezia.

Così è difficle riconoscere nel Michael Fassbender di oggi, seduto sotto un tendone, sullo sfondo di un cielo in tempesta, lo stesso attore che, due giorni fa, raccontava alle televisioni di aver studiato Jung su un bignami per ragazzi ed eludeva le domande serie tra gesti da clown e battute sfrontate.

Le infradito sono le stesse, stessi i jeans, su cui indossa una semplice maglietta grigia. Ma oggi pomeriggio non ci sono occhiali a coprirgli il volto, forse i postumi della nottata hanno avuto già tempo di dileguarsi, oppure per questo suo ritratto così intenso di disperazione contemporanea, dove spesso appare nudo, lui non sente più il bisogno di nascondersi, di coprirsi.

Scherzare sì: non c’è intervista che non sia scandita da una sua battuta, dalla sua ironia irlandese, per stemperare il dolore di una storia che, in sala, arriva come una coltellata.

Una coltellata, che scava a fondo, nello stile personalissimo di Steve McQueen, il giovane regista di colore dalla mole massiccia, che si è presentato alla stampa, sotto lo stesso tendone, indossando una sgargiante maglietta rosa.

Michael Fassbender si è affacciato a salutarlo da dietro un pannello con un breve cenno della mano.

I due sembrano lontani anni luce: uno magrissimo e diafano, gli occhi celesti pieni di ironia, l’altro massiccio, nero notte e colori vistosi, un che di schivo e di scontroso sul viso.

Eppure si intuisce tra loro un’intesa profonda, fatta di poche parole, li definiscono una delle nuove grandi coppie del cinema: vedi Scorsese e De Niro.

Hunger, il film di esordio di McQueen con cui ha vinto la Caméra d’Or, ha aperto a Michael Fassbender la strada maestra del cinema.

E quando una giornalista chiede all’attore come si sia sentito a girare tante scene di nudo, McQueen, apparso dal nulla, la interrompe con veemenza:

“Non sono cose da chiedere a Michael”. La sua voce ha il ritmo del rap “Lui è capace di cose sublimi, è un vero, grande, artista”. C’è una lunga pausa di silenzio. McQueen tiene i suoi occhi inquieti fissi sulla giornalista “Un grande artista”, ripete.

Michael Fassbender sorride in silenzio.

“Le scene di sesso servono alla storia. Io mi limito a servire la storia”. Dice dopo che il regista se ne è andato portandosi via il suo sguardo inquieto “Con Steve hai sempre la sensazione che non esistano limiti, che ci si possa sempre spingere oltre. E a me piace lavorare così. Prima delle riprese, preparo a fondo il mio personaggio, ma poi sul set voglio darmi tutta la libertà possibile. Voglio che tutto sia ancora aperto e flessibile. A volte, per una scena, mi capita di scegliere una soluzione opposta a quella che avevo previsto. È come pattinare sul ghiaccio, all’inizio ti tieni sui bordi, ma è solo quando ti senti sicuro e non hai più bisogno di aggrapparti a nulla, che puoi creare quello che vuoi”.

“Questa volta, però, McQueen le ha dato un ruolo davvero complesso”.

Ripetono i giornalisti. Loro hanno visto il film, e Michael Fassbender che lo vedrà per la prima volta stasera alla proiezione ufficiale, può solo immaginare l’effetto del montato, leggendo il profondo sconcerto e l’enorme ammirazione negli occhi di chi ha davanti.

“Sì, è un uomo che ha subito un grande danno e si fa molto male da solo”.

Il busto proteso in avanti, i gomiti puntati sulle ginocchia Fassbender parla del suo personaggio, come se fosse un fratello infelice a lui molto caro. Ha tirato un sospiro di sollievo quando ha visto che non c’erano le televisioni, perché a lui piace avere tempo per parlare, e fare digressioni e, all’occorrenza, fumare sigarette e bere caffè e più tardi gin tonic.

Mettersi gli occhiali o levarli a seconda dell’ora del giorno. Niente pose e frasi stringate per rientrare nei cinque minuti dell’intervista televisiva.

“Ma Brendan non è come Otto Grass lo psichiatra, di A Dangerous Method, che andava a letto con tutti e incitava gli altri a non reprimersi. No: lui sa che le sue azioni hanno delle conseguenze nefaste sugli altri. Non si piace, prova schifo per sé stesso. Vorrebbe essere diverso, ma non ci riesce. Per questo provo pena per lui. Ho parlato con persone che soffrono della sindrome di compulsione sessuale. Un tipo mi ha detto che l’abbraccio di sua moglie, o un gesto di intimità, non lo fanno sentire al sicuro. L’intimità, pur desiderandola, è per lui un grande pericolo. Anche per Brendan. Lo vediamo nel film: con la ragazza di colore dell’ufficio”.

In una scena molto toccante in cui per una volta Brendan abbassa la guardia, va a cena e passeggia con una donna che gli piace, parlano di sé stessi, scherzano. Nei toni scuri del film si intravede per un istante una scintilla di calore, del mondo degli affetti come potrebbe essere. L’intimità al posto della vergogna.

“Sono contento per Brendan: per poche ore ha conosciuto un’oasi di calore, ha avuto la visione di come potrebbero essere le cose. Potrà custodirla dentro di sé, qualcosa a cui potrà tornare, che gli consentirà forse un giorno di essere diverso. Per il resto la sua vita è atroce e pur di provare una qualche emozione, lui si abbandona ad ogni tipo di sesso senza trovarvi piacere, né gioia, solo uno sfogo momentaneo, una momentanea sospensione della disperazione.”

Studiamo il volto di Fassbender, lo fissiamo, le donne qui al Lido sono impazzite per lui. Che si schermisce e racconta che con Viggo Mortensen, quando erano a Vienna, nessuno li disturbava, nessuno li riconosceva, perché sono attori che cambiano tanto da un film all’altro. E comunque su questa storia delle fan, spiega con una stretta di spalle, lui non sa cosa dire: è un’informazione che in realtà non gli serve a nulla.

Noi però cerchiamo nei suoi occhi verdi scintillanti di ironia, talvolta stanchi, malinconici, ma sempre vivi, una traccia di quel lunghissimo sguardo di Brendan che la macchina da presa riprende in due scene in metropolitana. Uno sguardo così inquietante che non si riesce a sostenerlo, ci si agita sulla poltrona, come si agita la ragazza a cui è rivolto. Nel primo sguardo Fassbender racchiude tutto il mondo di Brendan: il suo vuoto immenso, il suo controllo in pubblico, e il bisogno che lo dilania dentro, nei suoi occhi c’è la malattia. La perversione. La bestia nera. Nel secondo il conflitto lacerante tra la bestia che non vuole soccombere e qualcosa che dentro le si oppone.

È una ricerca sciocca lo sappiamo, lui è un attore e quello era solo il suo personaggio. Eppure lo cerchiamo e lui, che forse ha capito, ogni tanto ci dice una battuta. Qualcosa di leggero che ci porta via lontano da quella carrozza della metropolitana.

“Tra i due sguardi è racchiusa la storia del film, l’evoluzione del personaggio, un’altissima prova di recitazione. Come ci è riuscito?”

“Lei, quindi, se ne è accorto…?” Fassbender annuisce, fissa il suo interlocutore come un fine intenditore di whisky che abbia riconosciuto qualcuno in grado di apprezzare la qualità nascosta e impareggiabile del liquore che gli ha appena servito.

“Steve ci teneva che le scene dello sguardo arrivassero a quel livello. Mentre guardavo la ragazza mi ripetevo mentalmente le cose che si dovevano vedere”. Dice facendo ruotare l’indice accanto alla tempia. Ma è una magia da attore difficile da mettere in parole.

“Ho cercato di capire Brendan senza giudicarlo”. Riprende “Di trovare in me cose di lui. Tutti possiamo trovare in Brendan qualcosa di noi”. E qui al Lido è stato evidente nelle espressioni di molti volti all’uscita dalla sala. E durante la conferenza stampa. “Brendan è il risultato del mondo in cui viviamo. Oggi tutto ha una connotazione sessuale eppure questo ‘accesso all’eccesso’ come dice Steve non rende certo la vita migliore.

Ho cercato di capire la vergogna. Me lo hanno detto tutte le persone con cui ho parlato: sei disperato, allora fai qualcosa per cercare uno sfogo e subito provi vergogna per quello che hai fatto, e per cancellare la vergogna fai qualcosa di ancora peggio e così via. La spirale della vergogna. Ogni azione non fa altro che alimentare il mostro interno, perché è l’unica parte di te con cui per assurdo ti senti bene”.

C’è in Fassbender, in questo lungo pomeriggio di pioggia e di conversazione, qualcosa di quieto ed insieme di impetuoso. Il connubio degli opposti che sono alle sue origini. L’anima irlandese con la sua vocazione per le storie e la socializzazione, che lo porta, nelle interviste, a scavare e ad approfondire. Rivelando nello scavo la sua anima germanica: la disciplina ferrea ed il rigore nella preparazione che, invece, per il personaggio di Jung, aveva voluto tenere segreti.

“Da mio padre, tedesco, ho imparato la disciplina. Ogni volta che lo chiamavo per dirgli che un provino non era andato bene lui mi rispondeva: vuol dire che non ti sei impegnato abbastanza, se lavori di più ce la farai.

Se lavori sodo puoi migliorare molto. Non ci sono altre strade. Anzi oggi credo che il talento sia l’ultima cosa che ti permetta di avere successo. Nel cinema la gente se ha talento spesso si impigrisce.”

“Lei ha dovuto aspettare tanto. Come spiega oggi il suo successo improvviso? E cosa ha fatto durante la lunga attesa?”

“Sono come l’Hula Hoop” dice ridendo “Appena è uscito tutti lo volevano. Famine or feast, carestia o scialo.”

Si stringe nelle spalle.

“Nell’attesa ho fatto mille lavori: ho iniziato a teatro, pensavo di avercela fatta ed invece sono andato in fabbrica a scaricare camion, poi ho avuto un contratto in televisione per 9 mesi e ho pensato questa è la volta buona, ed invece di nuovo, finito il contratto, mi son trovato per strada, ho lavorato nei cantieri, nelle comunicazioni, la cosa peggiore, e poi nei bar, soprattutto nei bar, i miei avevano un ristorante, ed era la cosa che sapevo fare meglio. Dietro al bancone conosci tanta gente: studi l’umanità, quella sobria e quella ubriaca”.

“Oltre a parlare con le persone come Brendan, cosa altro ha fatto per prepararsi?”

“Quello che faccio sempre. Scrivo una specie di biografia del personaggio. Mi chiedo come erano i suoi genitori, che tipo di scuola ha fatto, gli piaceva lo sport, a che età se ne è andato di casa? Brendan è un uomo che non vuole farsi notare, mi sono detto, e l’ho tenuto da conto nell’abbigliamento e nelle scarpe. Le scarpe per me sono importantissime per costruire un personaggio. Per capire come si muove, come cammina.

È un lavoro che faccio per ogni singola scena, prima dei ciak in metropolitana mi chiedevo: cosa ho fatto fino a questo momento, dove sto andando?

Io e Steve sapevamo che nella famiglia di Brendan c’erano stati grossi problemi, spesso queste cose nascono nell’infanzia, ma non volevamo entrare in quella zona. Brendan non vuole ricordare il suo passato. Lo capiamo quando sua sorella arriva a New York all’improvviso e gli chiede di restare a vivere con lui. Lui vuole che sua sorella se ne vada: lei gli porta il ricordo di cose dolorose. Sua sorella è l’opposto di lui, è troppo effusiva, riversa sugli altri il suo disperato bisogno d’amore.”

Le scene tra i due fratelli sono tra le più belle, anche stilisticamente, del film. Indimenticabile è la scena in cui, quando sua sorella si porta a letto il capo di Brendan, Brendan esce a correre di notte per le strade di New York. Fassbender correva da ragazzo, era il suo sport preferito, spiega. Mentre in genere gli attori non sanno correre e sullo schermo si vede.

“Ho una sorella più grande, e il rapporto con lei mi è servito, a volte i fratelli si conoscono meglio di quanto i genitori non conoscano i loro figli… E quando tra fratelli ci si vuole far male ci si riesce alla perfezione, come nel film, perché si sa dove andare a toccare. Comunque io leggo la sceneggiatura” dice tornando alla preparazione del personaggio “fino a farmela entrare sotto la pelle. E dalle persone che incontro mi faccio raccontare delle storie. Le storie sono sempre il modo migliore per cogliere una verità dietro l’imbarazzo o la ritrosia. Ma è stata dura. Un giorno sul set ho sentito che stavo diventando pazzo. Steve mi ha detto oggi non sei Fassbender sei un attore che sta cercando di recitare”.

Per questo adesso si vuole prendere del tempo, non tornerà sul set prima della fine dell’anno. Viaggerà: andrà al Festival di Toronto e a quello di San Sebastián. È reduce da un lungo viaggio in moto con una tappa al Festival del Cinema di Sarajevo: perché il cinema, fuori e dentro il set, è la sua vita. E del cinema e di registi ama parlare.

“Sul set non ho bisogno di tante parole. Mi piace agire. McQueen e Cronenberg ti lasciano libertà, sono registi che si aspettano un contributo dall’attore, non di quelli che ti manipolano per farti fare quello che vogliono”. Parla della casa di produzione che ha creato. Un giorno gli piacerebbe forse tentare la mano dietro la macchina da presa, gli piace vedere gli altri costruire le storie. Ma restare da solo a scrivere non potrebbe, anche se non ha paura della solitudine, e, anzi, per lavorare si scollega da tutto.

E ora è di nuovo mattina, ieri sera c’è stata la proiezione ufficiale qui al Festival. Successo enorme: per la sua interpretazione si parla di Coppa Volpi. Il film, invece, è forse troppo duro, troppo vero. Come si potrà premiarlo?

È l’ultimo giorno di Michael Fassbender a Venezia.

Il tendone accanto al mare è vuoto, il bianco si accende di riflessi di luce, mentre le pareti oscillano scosse dal vento, Michael ha calato gli occhiali sul viso stanco ed è vestito di nero. Camicia nera, sui jeans scuri.

“Mi piace rappresentare personaggi che cercano disperatamente qualcosa. Non sempre, però, sono quelli più gradevoli sullo schermo” dice a chi commenta la durezza disperante del film.

Per un istante, sotto la stanchezza dei giorni passati e l’eccitazione per il successo riscosso, si intuisce il prezzo che Fassbender deve pagare, come i suoi personaggi, per quella ricerca di qualcosa “Mi do ancora sei anni di questa vita, poi forse vorrei che qualcosa cambiasse, per il momento non posso permettermi una famiglia. Non avrei tempo da dedicarle, il lavoro per me è sacro. Non ho orari, sto via a lungo e a volte lavoro anche di notte”.

“Sbaglio o c’è qualcosa di viscerale nel suo rapporto con la recitazione?” gli chiedono “Sembra qualcosa di cui lei ha terribilmente bisogno”.

Quasi come Brendan del sesso.

Nel tendone vuoto, sotto i riflettori spenti, sul suo viso c’è un guizzo di imbarazzo, di malinconia.

Ora che il successo è arrivato, con le ovazioni in sala e sui giornali, ora che è approdato su un terreno sicuro, forse è più facile per lui ammetterlo. O capirlo.

“Sì avevo bisogno di un centro, di qualcosa che mi aiutasse. E il lavoro di attore me lo ha dato”.

Nei suoi occhi non c’è lo sguardo di Brendan in metropolitana, quello no, ma c’è lo sguardo di chi ha conosciuto, di Brendan, il senso di perdita ed il vuoto. E, a differenza di Brendan, la felicità di avercela fatta. E forse la paura che si possa tornare indietro. E perdere tutto. L’anima irlandese e quella tedesca.

Il film si chiude con uno schermo nero che si sovrappone allo sguardo di Brendan. Il finale è aperto. Ce la farà Brendan? O la bestia nera sarà più potente?

Il film non lo dice. Sta a noi deciderlo. A seconda di chi siamo. Di cosa vediamo.

Ma il giornalista vuole avere una risposta.

E Fassbender risponde: “Io credo che finisca bene, io credo che Brendan ce la farà. Anzi ne sono sicuro” dice con una sorta di enfasi nella voce. Ed, insieme, di malinconia. “Io credo che alla fine ci debba essere speranza. Altrimenti, senza speranza, che senso avrebbe raccontare delle storie?”

Fassbender rimane un ultimo istante da solo a guardare il mare. Gli occhi nascosti dietro le lenti. Poi salta su, ci riserva un grande sorriso: di gratitudine e per lui è ora di andare via. Di tornare al cinema e alle sue storie. Alla loro salvezza, alla loro speranza.

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