La fiction: Un ciclone in Rai: la falsa morale e il realismo della fiction

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Medioevo? Epoca buia? Conservatorismo? Bigottismo? Termini che non riescono a rendere pienamente l’idea della opprimente aria pregiudiziale che ancora caratterizza le nostre vite quotidiane.

Medioevo? Epoca buia? Conservatorismo? Bigottismo? Termini che non riescono a rendere pienamente l’idea della opprimente aria pregiudiziale che ancora caratterizza le nostre vite quotidiane. E la nostra tv. Da sempre straordinario supernarratore della realtà circostante e della complessa società.

E così accade che una mattina di settembre Rai Uno decide di non mandare in onda una puntata della fiction tedesca Un ciclone in convento. Motivazione? Come ha dichiarato Mauro Mazza, direttore di Rai Uno, «L’imminente avvio della nuova programmazione della rete ci obbligava a togliere un episodio della serie. La scelta di non trasmettere la puntata in questione è stata una scelta editoriale ponderata proprio per evitare qualsiasi tipo di polemica su un tema di grande attualità che non poteva essere banalizzato». Ma cosa raccontava la puntata in questione? E quale sarebbe l’argomento che non poteva essere ridicolizzato?

La puntata si intitolava Romeo e Romeo e narrava del matrimonio tra due uomini, benedetti dal sindaco nella cappella del convento, davanti all’altare. I due sposi, uno vestito di bianco e l’altro di nero, che dicono sì di fronte alle suore sorridenti e il matrimonio omosessuale celebrato dal sindaco sono tuonati come cosa troppo ardita per i “censori” del buon costume di Mamma Rai. E così il matrimonio, per parafrase Manzoni, non s’adda fare.

Ha dichiarato ancora il direttore della rete ammiraglia: «abbiamo scelto, in maniera ponderata, di sacrificare questo, proprio per evitare polemiche in area cattolica: la scena delle nozze gay, benedette in chiesa davanti al crocifisso, poteva dar fastidio a qualcuno. Se fossero state celebrate in municipio, non ci sarebbero stati problemi». Ma le polemiche, immaginabili, non sono mancate. «La censura da parte di Rai Uno della puntata della fiction è un fatto politico oltre che culturale. Per questo è urgente che si sappia quali iniziative intende prendere la Commissione Parlamentare di Vigilanza sulla Rai. In assenza di un provvedimento che chieda spiegazioni al direttore di RaiUno e di adeguati provvedimenti contro questa, ennesima, censura omofoba da parte della tv di stato, inviteremo i gay a non pagare il canone». È quanto dichiara in una nota Fabrizio Marrazzo, portavoce del Gay Center.

E Paola Concia, deputato Pd, ricorda che «la fiction Un ciclone in convento è la più seguita in Germania e ormai sono molte le serie televisive, anche in Italia, che affrontano i temi dell’amore gay, senza suscitare alcun clamore. È evidente che, con questa operazione, la dirigenza Rai vuole censurare la realtà».

Ma si può censurare la realtà?

In Germania la puntata è andata tranquillamente in onda perché lì le unioni fra gay sono legali dal 2001, con la creazione del “Eingetragene Lebenspartnerschaft”, istituto della convivenza registrata, creato esclusivamente per le coppie omosessuali.

In Italia, dove non si riesce ad approvare all’unanimità una saggia e giusta legge contro l’omofobia, domina, al contrario, la censura. Esistono i veri professionisti della censura. Ma di cosa, di chi: della morale? Della famiglia?

E quale morale possiamo trovare in una televisione che mostra in abbondanza corpi e carne femminile come se piovesse e senza mezzi termini o che volgarizza morbosamente casi di cronaca nera?

Scriveva qualcuno che la televisione non deve essere né morale né immorale ma esclusivamente amorale. E chi fa televisione non dovrebbe mai dimenticare che i racconti televisivi servono a creare e mantenere viva una comunità e rafforzarla nella sua identità. Parlano a noi e parlano di noi. E non si può essere bigotti (come l’Italia) a fasi alterne: sesso, omosessualità e violenza sono tabù in Italia solo quando rientrano all’interno delle fiction perché rappresentano situazioni molto più diffuse di quanto non si creda e si richiamano a temi e problemi socialmente controversi.

Credo sia ora di finirla con la necessità della difesa della morale o della famiglia. Inviterei i cari censori della nostra tv, come cantava Gaber, a “non insegnare ai bambini la nostra morale, è falsa e malata e potrebbe far male”.

E la televisione italiana non riesce ad essere neppure cattiva maestra. Perché non parla, non dialoga. Ha scelto il silenzio. Un silenzio assordante e discriminante. Scriveva Hannah Arendt: “La società ha inventato la discriminazione quale arma per uccidere senza spargimento di sangue”.

E se la tv non intende parlare di ciò che non ci piace altrettanto fanno i politici che, di quella tv, sono gli azionisti di maggioranza. Ma la realtà è più forte. E quando arriva una fiction a mostrarti quella realtà due sono le cose che puoi fare: cambiare canale (e mantenere l’ombra su ciò che ti rifiuti di conoscere) oppure riconoscere alle storie televisive la capacità (ancora una volta) di riempire, con la forza del falso, l’attuale vuoto di rappresentazione legittima e civile delle nuove famiglie. Più vicine al Paese reale di quanto non lo siano i nostri governanti.

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