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Lo Czerny

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Antonio Lazzari vagava per casa cercando gli occhiali quando si ritrovò in bagno e nello specchio sul lavandino incrociò una faccia sconosciuta che lo spaventò, uno sguardo confuso di vecchio che lì per lì non riconobbe.

Antonio Lazzari vagava per casa cercando gli occhiali quando si ritrovò in bagno e nello specchio sul lavandino incrociò una faccia sconosciuta che lo spaventò, uno sguardo confuso di vecchio che lì per lì non riconobbe.

Due occhi azzurro cupo con le sclere congeste di capillari dietro un paio di bifocali incastrate sotto una sterpaglia di sopracciglia grigiorossastre. La pelle del viso era tesa e raggrinzita, cosparsa di macchie senili e un largo cerotto gli nascondeva un lembo di fronte, all’attaccatura dei capelli. Era singolare come il vecchio si lasciasse scrutare senza imbarazzo e senza smettere a sua volta di fissarlo tanto avidamente che sembrava proprio fregarsene  di essere stato scoperto in casa d’altri.

– E tu chi cazzo sei?- domandò allo specchio e quello nemmeno rispose. – Certo per la tua età hai una bella faccia tosta, mi ricordi mio nonno, Gustavo, il maestro, quello sì aveva due occhi che ti torcevano le budella  – bofonchiò e quell’immagine, nonostante una specie di presentimento che si arrampicava lungo le sue giunture artritiche fino all’occipite, gli strappò un sorriso fiacco e storto.

Anche l’altro vecchio sorrise storto e quel sorriso aveva qualcosa di familiare e quando poi apparvero i denti inaspettati, bianchi e finti da non vecchio, allora smise di rovistare tra le foto che frullavano nella sua testa come da un cassetto rovesciato e capì e lo riconobbe.

Era proprio suo nonno, quella faccia terribile. Doveva esserci ancora qualche rimasuglio di xanax nelle sue vene perché riuscì a rimanere lì, pietrificato a guardarlo. Il nonno continuava a osservarlo dallo specchio, quel vecchio stronzo gli metteva ancora soggezione.

Risentì il dolore delle sue bacchettate sulle dita quando a nemmeno otto anni sbagliava le scale al pianoforte, e doveva ricominciare all’infinito col viso bollente di vergogna sapendosi il nipote sbagliato del maestro, condannato fin da allora a essere il senza talento, lo stonato di famiglia.

– Che cane!- il nonno faceva il gesto di tapparsi le orecchie.

– E allora perché insistere? – chiese Antonio al vecchio di là, anche se le ricordava ancora bene le sue parole preferite. Disciplina. Rigore. Eccellenza.

Gli occhi gli facevano male a furia di mettere a fuoco solo la faccia muta e temette che gli venisse da piangere.

– Perché insistere? Tanto ero un cane, no? – ripeté agitando un pugno verso lo specchio – Rispondimi, gran figlio di puttana! Perché farmi ripetere per ore quei maledetti esercizi dello Czerny. Io sbagliavo e tu mi imponevi di ricominciare per sbagliare di nuovo e di nuovo. Mi colpivi fino all’assuefazione al dolore e al bruciore della vergogna. Io odio la musica.

Il nonno stava per dire qualcosa ma Antonio lo zittì prima ancora che l’altro aprisse quella sua bocca rugosa e nera rivestita di denti finti.

– Quando sei morto, ho fatto portare via il tuo Steinway. Mi hanno dato quattro soldi, ma non importa. Volevo solo che lo portassero via. Come avevano portato via te.

Rivide ancora se stesso ingobbito sullo sgabello, paonazzo, farfugliante di scuse, che scoppiava in singhiozzi, e guai se sua madre osava intervenire. Nessuno doveva consolarlo.

– Sei un frignone viziato, – gli diceva il vecchio, in quei pomeriggi eterni e glielo ripeteva anche adesso con quel suo sguardo di rimprovero.

Antonio sentì che gli girava la testa. Dovette sedersi sulla tazza del water, a riprendere fiato, spaventato dalle dimensioni della propria rabbia, avvertì un formicolio alle mani, chissà la pressione a che altezze era volata. Poi si rialzò

– Facile prendersela con un ragazzino, eh, brutto bastardo. E poi pure tu, non eri mica così bravo, sai? Sì che lo sai, un discreto esecutore niente di più. Eri un mediocre. Oggi non riusciresti a farmi piangere nemmeno fracassandomele, le falangi.

Ed era vero. Che la paura se ne era andata e che non piangeva da decenni. Non sopportava le lacrime. Non aveva pianto quando era morta sua madre e nemmeno per sua moglie. Era stato un marito tiepido e un padre distratto come succedeva a tanti. Il suo unico nipote suonava le tastiere in un gruppo di cui non conosceva il nome o forse l’aveva dimenticato o meglio ancora non gli interessava.

Le tempie gli pulsavano e dall’orecchio sinistro era partito un ronzio fastidioso che pareva aumentare d’intensità. Acufene si chiamava, o anche tinnitus. Non ricordava se aveva mangiato, poteva scordarsi di spegnere il gas ma rimanevano a galla questi termini ormai inutili, assurdi come campanili intatti in un paese raso al suolo.

E ancora chissà perché, certe immagini della struttura dell’orecchio, da cui era sempre stato affascinato, quella sua prodigiosa architettura, la sfilza di capolavori naturali che il suono attraversa per giungere al cervello. Dopotutto gli era piaciuto insegnare.

Ma era solo questione di tempo e tutte quelle cose sarebbero andate perdute.

Già dimenticava di prendere i suoi farmaci perché non ricordava dov’era il promemoria con la sfilza di fantasie chimiche che lo illudevano di avere scampo e scandivano le sue giornate, e ora come ora non ricordava come mai era finito a litigare con suo nonno.

Cercando gli occhiali, giusto? Ecco cosa stava facendo. Si staccò dallo specchio. Non aveva la minima idea di che ore fossero. Tardi. Presto. Che concetti del cazzo.

Ciabattò per casa su quelle pantofole marroni vergognose con i buchi scavati dagli alluci che gli fecero venire in mente certi studenti nervosi che davano l’esame con le maglie a rovescio, e arrivò in cucina.

Il fischio nell’orecchio lo assordava, superava il ronzio del frigorifero e il cuore pompava come se stesse scalando una montagna. Sul tavolo sporco di briciole gli occhiali non c’erano e d’altra parte non sapeva che cosa leggere. Si passa la vita a cercare qualcosa che non ci serve, pensò. Non aveva fame anzi sentiva la nausea arrivare a ondate con un sapore acido da reflusso.

Poi lo rivide nello specchio dell’ingresso. Il vecchio se ne stava in penombra credendosi non visto.

– Mi hai seguito – disse con voce fioca – Continui a spiarmi.  Che vuoi ancora da me?

Ma certo. Il perdono. Succede sempre così con i morti. Ma in genere sono i vivi che lo chiedono ai morti, non viceversa. Chi muore dimentica.

Quello se ne stava zitto con la faccia affaticata bagnata di sudore. Gli faceva quasi pena il vecchio sconfitto. Lo stava implorando di non odiarlo. Anche Antonio sudava copiosamente e asciugandosi la fronte si grattò via il cerotto e la ferita sotto ricominciò a sanguinare. Doveva essere fresca, chissà dove aveva sbattuto. La vista gli si annebbiò e la nausea divenne una morsa dura in mezzo al petto. Mentre cadeva a terra gli occhiali gli scivolarono dal naso.

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