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Michael Fassbender in A Dangerous method

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La proiezione stampa di A dangerous method delle 9 di mattina si è appena conclusa e nel giardino di Ca’ Foscari sono iniziate le interviste

La proiezione stampa di A dangerous method delle 9 di mattina si è appena conclusa e nel giardino di Ca’ Foscari sono iniziate le interviste TV con il regista David Cronenberg e gli attori Viggo Mortensen, che nel film interpreta il dottor Freud, e Keira Knightley, la sua allieva psichiatra Sabina Speilman, che  fu paziente e amante di Jung. Ognuno nel suo set, sotto un grande ombrellone, schermato da pannelli mobili contro la luce abbagliante del mattino.

 

Solo il set del dottor Carl Gustav Jung è ancora disabitato e i tecnici continuano a spostare gli schermi mentre il sole avanza sulle sedie vuote.

 

Michael Fassbender, astro nascente conteso dai più grandi registi, è in ritardo.

 

Ogni volta che, nel silenzio, risuona lo stridio del cancello o dalla strada arriva il motore di una macchina, molti si sporgono a guardare, ma non è ancora lui, neanche questa volta è il Dottor Jung.

 

Dal fondo del giardino arriva la voce di Cronenberg. Capelli bianchi, gran sorriso e portamento elegante, nelle pause delle interviste, passeggia sul prato con un’aria da gentiluomo e lancia sguardi orgogliosi e divertiti agli attori che ha riunito nel film, attori così diversi, così speciali.

 

Le sue parole arrivano spezzate, impossibile cogliere il senso delle sue risposte ma il suo tono è veemente, appassionato.

 

Viggo Mortensen, in completo grigio, è l’incommensurabile Viggo Mortensen di sempre.  Sorriso gentile, modi pieni di garbo, spaesamento e lucidità affilata. Impeccabile, imperturbabile. Etereo. Tra la gente che corre e si affanna sotto il sole.

 

Keira Kneightly sorride. Seduta in un angolo del giardino parla del suo personaggio. “Ogni attrice ha una componente di follia, non è stato difficile interpretare il ruolo di una donna isterica” – Dirà in conferenza stampa. È felice, esuberante, deve aver colto apprezzamenti in giro per la sua interpretazione.

 

Sebbene il film, dicono le voci, non abbia suscitato in molti grande entusiasmo. C’è chi da Cronenberg si aspettava qualcosa di più, la visione  personale di un regista che ha frequentato in tanti film il tema dello squilibrio della mente, e che invece sembra mostrare solo fedeltà e una sorta di reverenziale timore di fronte ad una storia tante volte ripetuta.

 

A noi il film invece è molto piaciuto. La storia è nota, certo, ma la conoscenza della psiche, dell’anima è davvero cresciuta, oggi, tra la gente? I conflitti psichici, la malattia mentale sono stati superati, risolti? O non è forse la stessa anche oggi la paura di addentrarsi in certi territori?

 

Al Festival se ne hanno continue prove, tanti film quest’anno parlano di temi forti, ad esempio solo ieri Carnage, la gente accorre a vederli e, uscita dalle sale, resta muta. Non ha voglia di parlarne. Avvolta nel mantello di torpore che la televisione sembra aver steso nelle sale del Festival giù giù fino all’ultima poltrona.

 

Si parla dei divi ma della sostanza dei loro ruoli molto meno.

 

E mentre ce ne stiamo lì a rimuginare su queste imponderabili questioni forse a causa del troppo sole e della mancanza di un ombrellone sulla testa, Michael Fassbender spinge il cancello ed entra nel giardino. Senza rumore. Ha i capelli rossicci tagliati cortissimi e un accenno di barba, camicia celeste e jeans sul corpo magro, prosciugato e le infradito ai piedi. Se è consapevole di essere in ritardo, non lo dà a vedere, senza badare al rigoroso silenzio del giardino dove tutti bisbigliano per non interferire con le registrazioni, lui alza il braccio e saluta a gran voce i tecnici e gli addetti stampa sulle scalette della villa, prende posto sotto il suo ombrellone e subito si rialza, devo salutare, dice, attraversa il prato a grandi falcate e si infila sotto l’ombrellone di Viggo Mortensen nel bel mezzo di un’intervista. Il giornalista lo guarda sorpreso, Michael abbraccia Viggo che, con la sua calma divina, gli fa cenno di sedersi sulla sedia accanto a lui, poi pregano il giornalista di continuare, l’intervista la concluderanno in due, tra le battute e gli schiamazzi di Fassbender.

 

Poi dopo un vigoroso abbraccio a Cronenberg intercettato sul prato, il dottor Jung torna a sedersi al suo posto, gli occhiali da sole ben calati sul viso.

 

“Come si è preparato per affrontare un personaggio così complesso?” gli chiedono.

 

Cronenberg e Viggo Mortensen hanno fatto una ricerca enorme. Si sono tuffati nello studio. Per non parlare del drammaturgo Christopher Hampton che ha tratto la sceneggiatura dalla sua opera. The talking cure. Come spiegherà Cronenberg, nella conferenza stampa, all’epoca di Freud la consegna della posta avveniva sei, sette volte al giorno. Ci si scambiava lettere in continuazione. Se scrivevi la mattina, ti aspettavi una risposta entro il pomeriggio. Come oggi con Internet. Le lettere hanno offerto allo sceneggiatore un materiale vastissimo su cui documentarsi. Viggo Mortensen, affascinato dal carteggio, vuole lanciare un appello agli eredi di Jung perché pubblichino le lettere ancora inedite.

 

Michael Fassbender tutto questo lo sa bene. Sa anche che ci si aspetta da lui una qualche rivelazione sulla figura di Jung. Ma non è questo il gioco che lui vuole giocare.

 

“Di queste cose io non me ne intendo” – Dice con un sorriso appena accennato – “però ho una sorella psichiatra. E con lei ho parlato. Da quando sono in Italia ho cominciato a fare strani sogni”. Abbassa la voce, guarda il prato. “Sogni davvero strani”. E sembra che sia sul punto di raccontarceli.

 

Invece scoppia a ridere e sarà così in tutte le interviste. Buffone, irriverente. Vuole che attorno a lui si rida. Abbassa gli occhiali quando qualcuno lo prega di farlo. E mostra gli occhi chiari, la pelle delicata da irlandese solcata dalle prime rughe, che parla di notti insonni. Notti brave. Lascia che il suo viso strappi una risata a chi gli siede davanti, poi torna a nascondere lo sguardo dietro le lenti.

 

“Cronemberg ha fatto una ricerca enorme” – Dice – “Ed io ho seguito le sue indicazioni. Cronenberg è un ingegnere. Non saprei come meglio definirlo. Un meccanico. È estremamente preciso. E la sceneggiatura di Hampton è fantastica. È come una partitura. Per entrare nel personaggio io leggo il copione. Cento, duecento volte, anche di più. E quando arrivo sul set, il primo giorno delle riprese, lo so a memoria. Conosco lo sviluppo ed il gioco è fatto”.

 

Il giornalista non riesce a nascondere la sorpresa. Tutto qui? È questo il segreto di uno degli attori al momento più richiesti?

 

Michael Fassbender continua. Nella voce c’è una punta di ironia. “Se leggendo un copione, riesci ad entrare nel ritmo del film, metà del lavoro è fatto. Cento, duecento volte, finché non ce la fai più. Allora smetti e poi riprendi”. Il giornalista annuisce.

 

“Nella sceneggiatura di A dangerous method il ritmo è nel dialogo. All’epoca il linguaggio era uno strumento potente nella comunicazione tra le persone. Oggi in parte si è perso.”

 

“Ma nelle emozioni di Jung come è entrato? E il fatto di aver girato nella vera casa di Freud l’ha aiutata nel suo lavoro?”

 

Estrae dalla tasca dei pantaloni un pacchetto di Camel, ne accende una con gesti concentrati.

 

“Io non parto mai dalle emozioni” – Il tono di chi vuole mettere le cose ben in chiaro – “Io lavoro sugli obiettivi del mio personaggio. Lei oggi è venuto qui, qual era il suo obiettivo? Avere un’intervista con me. E cosa farà pur di avere l’intervista? Ecco io lavoro così. Con domande di questo tipo. È chiaro che poi arrivano anche le emozioni. Ma a me interessa cogliere tre tratti fondamentali di una persona. Che mi danno la sua essenza. La casa di Freud mi ha aiutato certo, ma se sei concentrato su quello che stai facendo, alla casa non pensi più. E poi qui in Italia è tutto così storico che non smetteresti più di pensare”.

 

“Lei crede nella psicoanalisi? Crede nelle terapie?”

 

“Io non contesto nulla. Penso che parlare faccia bene, verbalizzare, perché no?”

 

“E per lei cosa è stato terapeutico?”

 

“Il mio lavoro” – C’è una leggera vibrazione nella voce. Ci sembra di cogliere dietro le lenti scure uno sguardo di bambino.

 

“A sedici anni non ero bravo a fare nulla. Non riuscivo in niente. Pensavo di diventare musicista, ma non ha funzionato. Ho preso lezioni di recitazione e ho cominciato a sentirmi bene. Credo che sia terapeutico fare ciò che amiamo”.

 

Poi d’un tratto si interrompe, forse la conversazione ha preso per lui una piega troppo seria.

 

“Lei è stato nella Raf?” – Chiede indicando il nome sulla polo del giornalista affabile, seduto davanti a lui, che lo guarda stupito.

 

“È il nome di uno stilista”.

 

Michael sgrana gli occhi sorpreso. Ride e si protende in avanti sulla sedia. Gli scappa uno starnuto e simula davanti alla macchina da presa il moccio lunghissimo che scende ad imbrattargli la camicia.

 

“Non la tagli questa scena. Ci sta bene. Continuiamo…”

 

E riprende a parlare della sua preparazione. Il libro che si è rivelato più utile è stato un manualetto. Jung spiegato ai ragazzi. Semplice e diretto che gli ha permesso di capire quello che c’era da capire.

 

A lui è sembrato, dal copione, che il tratto principale di Jung che lo differenziava da Freud, fosse quel suo gettarsi nell’animo del paziente. È una della battute che Hampton gli mette in bocca. Throw yourself into the life of the patient. Un po’ quello che fa l’attore quando si tuffa nel suo personaggio.

 

“Ma Jung finì per avere un grave esaurimento nervoso, per questo, sa…”

 

(E al riguardo Cronenberg, in conferenza stampa, dirà che a suo giudizio Freud e Jung non erano su posizioni poi così diverse, all’epoca di cui parla il film, ma non volevano ammetterlo per una questione di orgoglio. In seguito hanno preso strade che li hanno portati molto lontano uno dall’altro. Ma a Cronenberg quello che interessava erano i rapporti tra i tre, Freud Jung e Spielman, e le loro teorie erano importanti solo alla luce degli effetti avuti sui loro rapporti. Mi è sembrato, dirà, che a volte si comportassero come i pazienti che volevano aiutare).

 

Michael Fassbender abbassa gli occhiali sul naso lentamente perché la macchina da presa possa inquadrarlo meglio, e spiega che è arrivato al Lido dopo un lunghissimo viaggio in moto con suo padre.

 

“In moto con suo padre?”

 

Da dieci anni lui e suo padre, di professione chef, parlavano di fare un viaggio insieme in moto. “All’inizio si era pensato all’America, ma poi ci abbiamo ripensato: in Europa è tutto più concentrato”. È felice di parlare del suo viaggio – “Siamo partiti dall’Olanda, poi Germania, Austria, Slovenia, Croazia, Bosnia, Montenegro, poi da Dubrovnik a Bari, da lì la Sicilia tutta e siamo risaliti: Sorrento, Roma, Firenze, lago di Garda. Lido di Venezia. Lei capisce?”

 

“E suo padre è qui?”

 

“Sì, probabilmente ancora a letto, che è il posto dove anche io dovrei stare.”

 

Michael Fassbender è cresciuto in Irlanda, ma è nato in Germania, come suo padre. Ha vissuto 15 anni a Londra e il suo tedesco è piuttosto arrugginito, spiega a chi gli si rivolge in tedesco.

 

E avrebbe ancora voglia di parlare di moto, e di come certe strade diventino tortuose, e sia bello attraversarle nel silenzio. Ad esempio sulla costiera amalfitana.

 

Ma il tempo stringe, tra poco inizia la conferenza ufficiale del Festival e prima è previsto un incontro con le radio e con la stampa scritta, un piccolo gruppo sparuto perché molti, a causa del poco tempo, preferiscono intervistare solo il regista.

 

Ma quei pochi vogliono sapere tutto di lui. Come fa a passare dai blockbuster ai film indipendenti, come ha fatto a girare così tanti film negli ultimi anni e tutti con ruoli importanti. Con grandi registi.

 

Seduto al tavolo, sembra per un istante più serio. Dietro gli eterni occhiali. Preferisco tenerli, dice, se non vi dispiace. E a nessuno dispiace perché questa non è la televisione.

 

“Mi piace lavorare con gente che ha più talento di me, mi hanno chiamato registi importanti ed io ho accettato, con nessuno sarà come con Steve (McQueen,) il ruolo che mi ha dato in Hunger quando ero uno sconosciuto ha cambiato il mio mondo, mi ha cambiato radicalmente”. C’è riconoscenza profonda, nella voce rallentata. “He is my man. Se devo andare da qualcuno vado da lui. E oggi sono qui, grazie a lui, oggi voi mi intervistate e mi mettono in un bell’albergo e lavoro con registi importanti, Ridley Scott, Soderbergh, Cronenberg”.

 

“Passare dalla recitazione richiesta nel mondo anglosassone a quella degli Studios americani, è una grande prova”.

 

“Gli attori nei due mondi hanno un apprendistato diverso, nel mio paese si formano a teatro, ma la mia generazione non è quella di Judie Dench. Loro avevano un controllo, un comando della lingua che la mia generazione ha perso. Gli attori americani si formano davanti alla macchina da presa, crescono in televisione. È questa la differenza, non ne vedo altre”.

 

“E la libertà mentale, dopo questo film, lei ha capito cosa è? ”

 

“La libertà mentale?” – scoppia a ridere. In quel suo modo che è ironia profonda, connaturata alla sua anima irlandese e insieme bisogno di trovare un’eco nell’altro, di accendere una scintilla che renda più facile stare insieme, accettarsi, perdonarsi. “Quando lei avrà trovato la ricetta, la prego di passarmela”.

 

Ha un viso da giovane uomo irlandese che ama scherzare, un giocherellone, lo diresti, eppure i suoi gesti, la sua risata, i brevi istanti di silenzio improvviso, gli occhi che cercano un contatto da dietro le lenti scure rivelano altro. Il segno lasciato dai lunghi anni di incertezze, di strade chiuse, sbarrate, prima di trovare la sua strada.  Un’inquietudine profonda. Un malessere. Da cui viene forse ora la sua ingordigia di film, di ruoli. E altro emerge tra le pieghe delle sue risposte. “Io sono fortunato, il mio lavoro mi trasforma nel giardiniere della psiche altrui, sollevo tappeti o alzo tombini e vedo quello che c’è sotto. Qualcosa che talvolta mi riguarda e che non vorrei vedere. A volte devo fare cose che non vorrei fare, e questo mi consente di capire i moventi delle azioni di tanta gente. Però adesso ho bisogno di prendermi una pausa. Ho fatto cinque film di seguito. Film forti. E ho bisogno di starmene in pace. Di pensare retrospettivamente agli uomini a cui ho cercato di dare vita sullo schermo. Forse non sempre ho trovato la soluzione giusta, o l’interpretazione migliore. Ma ce l’ho messa tutta. E ora ho bisogno di staccare”.

 

“E che ora parlino tutti di lei, che sia il divo più ricercato, le piace o le dà fastidio?”

 

“Certo che mi lusinga, ma è una distrazione. Il mio lavoro è semplice, e quelle cose non aiutano. Io devo raccontare un personaggio ed una storia. Storytelling. Raccontare storie: questo il mio lavoro.” La sua salvezza, si direbbe.

 

Ma non è ancora arrivato, per lui, il momento di staccare. Ora lo aspetta la conferenza stampa ufficiale. Il tappeto rosso stasera. Poi lo incontreremo di nuovo per Shame, dove interpreta un uomo con problemi sessuali.

 

Si alza e da dietro i suoi occhiali guarda la giornalista della radio che gli è accanto. E le dice: mi ricordo di lei, a Roma per Angel (Angel. La vita, il romanzo) quando nessuno mi conosceva e tutti volevano intervistare il regista Ozon e lei invece ha dovuto intervistare me. Ero piuttosto ubriaco, anche se meno di oggi, eppure mi ricordo di lei”.

 

Ride della sorpresa apparsa sul viso della giornalista. Che riesce a dire solo “È vero”. Prima che Michael Fassbender vada via con le sue infradito, gli occhiali sul viso stravolto. E dal giardino arrivi l’ultima eco inquietante della sua risata.

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