Anche l’Architettura ha indossato l’uniforme

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Anche l’Architettura ha fatto la guerra. Per precisione: la più imponente delle guerre, la Seconda Guerra Mondiale.“La guerra servì non solo come un acceleratore di innovazione tecnica, ma ha anche...

Anche l’Architettura ha fatto la guerra.
Per precisione: la più imponente delle guerre, la Seconda Guerra Mondiale.“La guerra servì non solo come un acceleratore di innovazione tecnica, ma ha anche implicato gli architetti in una struttura militare con precise responsabilità sociali, politiche e morali, i cui effetti si sentono ancora oggi.”

Le parole sono di Mirko Zardini, direttore del CCA, il Centre Canadién d’Architecture a Montréal, dove è attualmente in corso la mostra Architecture in Uniform.
Grazie al lavoro dello storico dell’architettura e curatore della mostra Jean-Luis Cohen, per la prima volta è stata illuminata ed esplorata una grande zona grigia della nostra disciplina. Perché l’architettura scaturita tra il ’39 (anno del bombardamento di Guernica) e il ’45 (lancio dell’atomica su Hiroshima e Nagasaki), rimasta fino ad oggi nell’ombra e relegata nelle retrovie rispetto all’ingegneria e alle scienze, ha apportato in realtà, sia dal punto di vista tecnologico, sia nei metodi di produzione, contributi determinanti, tanto più radicali dal momento che continuano ad influire in modo consistente sul nostro presente. Si pensi ad esempio che le plastiche sono nate per la guerra e solo successivamente diffuse nei mercati di consumo di massa; così come i materiali isolanti sono stati introdotti proprio in quegli anni per la necessità di risparmio energetico, mentre il riciclo e la realizzazione di oggetti con materiali non-strategici sono stati anch’essi conseguenza dei bisogni bellici.

“La guerra è stata un processo di trasformazione che ha coinvolto tutte le componenti dell’architettura. Questa militarizzazione del settore ha spinto alla ricerca del nuovo per soddisfare le esigenze della produzione bellica: nuovi materiali avevano bisogno di essere attuati in nuovi modi ed è stato necessario usare le nuove tecnologie per nuovi usi.” – Jean-Louis Cohen

Per ben cinque volte, in più o meno quattro righe, Cohen usa una parola come “nuovo”, che, se ormai troppo spesso abusata e quindi privata in parte della sua forza, in questo caso sembra reimpossessarsi del proprio senso più incisivo. Perché la Seconda Guerra Mondiale, come Architecture in Uniform dimostra, è stata causa diretta, motore determinante, di novità, fino ad oggi tenute sotto silenzio, profondamente radicali per l’ambiente costruito, e gli architetti sono stati figure professionali strategicamente indispensabili nel trovare soluzioni rivoluzionarie, al pari di ingegneri e scienziati,.
È infatti proprio agli anni tra il ’39 e il ‘45 che devono essere ricondotti aspetti ormai scontati della nostra quotidianità, lontani oggi più che mai da qualsiasi uso non pacifico, e che invece hanno come madre proprio il conflitto. È proprio “per” la guerra, per rispondere alle necessità di movimento belliche, che sono nate ad esempio le prime strutture prefabbricate e trasportabili, così come sempre “grazie” alla guerra si sono diffusi l’utilizzo di materiali riciclati, l’applicazione della produzione standardizzata alla scala architettonica, e un modo nuovo di concepire la città e l’abitare.

L’allestimento è progettato magistralmente e non avrebbe potuto concretizzare in modo migliore la filosofia-politica alla base del CCA: essere contemporaneamente: istituzione pubblica, istituto di ricerca, organismo di educazione-divulgazione della disciplina architettonica.
Architecture in Uniform è una mostra dunque non solo per addetti ai lavori; al contrario, è strutturata in modo tale da poter risultare comprensibile e “interessabile” non solo a chi, occupandosi di architettura, abbia intenzione di approfondire l’argomento, ma anche a chi voglia semplicemente farsi un’idea generale: le didascalie dimostrano palesemente questa intenzione: qualche riga per velocemente poter comprendere di cosa si tratti e di seguito invece un approfondimento per avere informazioni in più.
E questo intento “divulgativo” emerge nei vari aspetti della mostra, che, tramite disegni, fotografie, manifesti, libri, pubblicazioni, modelli, documenti storici e film, porta alla luce il multisfaccettato rapporto Architettura-Seconda Guerra non esclusivamente da un punto di vista teorico-critico.
Le sale sono infatti incentrate su vari temi: Home Front, Architetti in Uniforme, Produrre la Produzione di guerra, Abitazioni dei Lavoratori, Architettura Mobile, Fortezza Europa, Camouflage (=camuffamento), Macro Progetti, Dalla Guerra alla Pace, Immaginare il Mondo Dopoguerra. E tutti sono trattati sulla base di un principio comparativo che permette di attuare parallelismi su come aspetti medesimi siano stati affrontati sui vari fronti di guerra: sono esposti quindi progetti del Canada, della Francia, della Germania, ma anche dell’Italia, del Giappone, dei Paesi Bassi, della Spagna, fino ovviamente alla presenza degli Stati Uniti e dell’URSS.

E così si scopre come l’architettura sia stata coinvolta non solo, come generalmente si pensa, nella “ricostruzione” post-guerra, ma anche, più o meno direttamente, nella “distruzione” che a quella ricostruzione ha preceduto. Gli architetti (tra cui Alvar Aalto, R. Buckminster Fuller, Walter Gropius, Albert Kahn, Le Corbusier, Richard Neutra, Bruno Zevi) sono stati protagonisti nei modi più svariati:

nella definizione di nuove tattiche difensive: il Vallo Atlantico è emblematico: voluto da Hitler, con i suoi 2.658 km di estensione, dalla Norvegia ai Paesi Baschi, è uno dei sistemi di fortificazioni più grandi mai esistiti;

nell’ideazione di tattiche offensive: Erich Mendelsohn e Konrad Wachsmann hanno lavorato con Hans Knoll per la realizzazione di un falso villaggio “tedesco” nello Utah, solo per poter studiare l’efficacia dei bombardamenti al napalm;

nella progettazione di fabbriche dalle capacità produttive senza precedenti: il Serbatoio dell’Arsenale Chrysler progettato da Albert Kahn, il Minerals and Metals Research Center di Ludwig Mies van der Rohe, il Channel Heights per i lavoratori ai cantieri navali della Marina degli Stati Uniti a San Pedro, in California, di Richard Neutra;

nella realizzazione di macro-progetti funzionali alla guerra: i più clamorosi: il Pentagono, il più grande edificio costruito in quegli anni e progettato da un team di più di 100 architetti guidati da George Bergstrom e David Witmer e il campo di concentramento di Auschwitz nato dalla mente di architetti come Hans Stosberg e l’ex studente del Bauhaus Fritz Ertl.

L’architettura ha dunque indossato l’uniforme a tutti gli effetti.
L’architettura ha distrutto.
Poi, ha ricostruito.
E, paradossalmente, la ricostruzione è stata messa in atto quando ancora si era in piena distruzione.
Perché gli architetti, “tirando giù”, sapevano che sarebbe arrivato poi il momento di “ritirare su”.
Per ricostruire hanno “tradotto” in uso pacifico le innovazioni portate dal devastante conflitto: quelle che Richard Neutra, architetto viennese, trapiantato negli Stati Uniti, definì come il miglior residuo delle guerre.

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