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Domopak

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Non aveva chiuso occhio quella notte, l’ennesima di guardia in ospedale. Il trauma cranico l’aveva impegnata in sala operatoria per quattro ore e poi era arrivata un’altra urgenza nel reparto spinali.

Non aveva chiuso occhio quella notte, l’ennesima di guardia in ospedale.

Il trauma cranico l’aveva impegnata in sala operatoria per quattro ore e poi era arrivata un’altra urgenza nel reparto spinali. Si era buttata a letto tardissimo, disturbata alle sei dalle voci degli infermieri che iniziavano il giro letti.

Sul tetto, il ticchettio distinto della pioggia di un temporale estivo, che di solito odiava, ma quella mattina – chissà perché – ne amava il rumore.

Quando allungò il braccio per cercare l’interruttore della luce, Lucia avvertì un grave impaccio nell’articolazione delle dita. “Cristo, ho fatto un ictus!” fu il primo pensiero, subito fugato da una scoperta ben più inquietante. Realizzò presto, infatti, che la mano era una massa omogenea, un po’ appuntita, capace solo di movimenti grossolani; la sensibilità era conservata, ma la fine motilità inesistente.

Abbandonata quell’appendice inutile sul materasso, Lucia restò distesa sul letto.

Si sentiva gonfia in modo abnorme, come se fosse gravida di 10 figli e per quanto si sforzasse non riusciva a flettere il capo per osservarsi, non trovando alcun punto d’appoggio.

Con la luce opaca che filtrava dal corridoio, riusciva a vedere il soffitto e  le pareti screpolate della clinica: a destra gli armadietti in metallo che sembravano dismessi da vecchie palestre; a sinistra il poster ormai consumato di lupo Alberto, che non riusciva più nemmeno a far ridere; di fronte, il crocefisso stereotipato di plastica che era uguale in tutti i letti di tutte le camere e forse di tutti gli ospedali d’Italia.

Mentre la pioggia continuava a cadere, un raggio di luce attraversò le tapparelle socchiuse e la illuminò per qualche istante rendendo evidente la sua nuova, inconfutabile realtà di cetaceo viscido ed enorme.

Era un ammasso compatto di adipe rivestito da una pelle lucida come domopak di alluminio.

La cute, umida e di colore ceruleo, era coperta di fitte goccioline perlacee che assumevano riflessi iridescenti. Gli slip erano scivolati in basso fermati, nella loro discesa, da una protuberanza che sembrava una pinna; il reggiseno di pizzo si era completamente lacerato e i brandelli, rimasti sul ventre, seguivano il ritmo del respiro.

In un istante rivide i molti pazienti deliranti, psicotici, con alterata percezione del proprio corpo, allucinazioni più o meno complesse che per anni erano passati nel suo ambulatorio.

“Forse è un sogno” – pensò – “forse ieri ho assunto per sbaglio ketamina in rianimazione”. Forse.

Contrasse i muscoli addominali e, nel tentativo di uno slancio, scivolò pesantemente planando sullo scendiletto con un tonfo violentissimo che scosse il pavimento. Alle grida della caposala, entrata col passepartout, tutti accorsero nella stanza del medico di guardia.

Per terra un animale enorme, forse una balenottera, accennava a movimenti scoordinati e boccheggiava. Lo spettacolo surreale di un cetaceo spiaggiato su un pavimento bianco di un ospedale bianco che puzzava di disinfettanti era reso raccapricciante dalla biancheria intima lacerata  e disseminata per terra.

Lucia sentiva tutti i commenti, anche quelli bisbigliati sottovoce (“povera Lucia, era così brava, ma ultimamente sembrava stressata”; “che disgrazia! dopo la morte del marito lavorava solo, le dicevo sempre di ridurre i ritmi e trovarsi un fidanzato… era così bella”; “poveretta, guarda come si è ridotta; e pensare che voleva prendere un’aspettativa, ma il primario non gliel’ha concessa perché siamo in sotto organico”; “chissà cosa penserebbe se si vedesse! Lei, che non arrivava a 50 chili e che ora è un pachiderma debordante”; “certo che il reggiseno era raffinato! Ma dico io, vieni di guardia con la lingerie di marca?”).

L’avrebbero portata via a forza, come i pazienti dei trattamenti sanitari obbligatori. Non avrebbe più avuto la capacità di parlare, come migliaia di pazienti con ictus. Non avrebbe più avuto l’uso degli arti, come il ragazzo con trauma spinale della notte appena trascorsa.

Avrebbe avuto una veste diversa: color argento, invece che bianco, forse più elegante del camice – riuscì a sorriderne drammaticamente al pensiero.

Si sentiva circondata dagli sguardi spaventati dei colleghi di sempre, coi quali aveva condiviso tanto lavoro, vita e risate. Claudio, Anna, Luca, Elena, Antonio e tutti gli infermieri. Li vedeva con la coda dell’occhio, attoniti. Più del suo corpo, pesava ora il loro silenzio, che era un muro invisibile, invalicabile, ma tangibile come il disagio.

Mentre la trasportavano fuori, un portantino esclamò
– La balenottera va in acquario: codice rosso! Attivate l’anestesista.

I pensieri all’improvviso si immobilizzarono, i rumori divennero un ronzio di fondo incomprensibile, lo sguardo restò inchiodato sulla fontana all’ingresso della clinica. Non c’era più odore di ospedale, di disinfettanti, di amuchina: non c’era più nessun odore. L’arsura in bocca era priva di gusto e il cielo non era più cielo, ma solo un enorme, omogeneo, lenzuolo azzurro. Lucia si concentrò, contrasse forte i muscoli pettorali e mosse le pinne anteriori.

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