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Una promessa mantenuta del teatro italiano: Vincenzo Pirrotta

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A me piace andarci, ogni volta che so che c’è lui parto e faccio bene, ormai lo so, perché lui è bravo, è troppo bravo.

A me piace andarci, ogni volta che so che c’è lui parto e faccio bene, ormai lo so, perché lui è bravo, è troppo bravo. “Vincenzo Pirrotta: una promessa mantenuta del teatro italiano”. “Vincenzo Pirrotta: tra lui ed Emma Dante la Sicilia rema lontano”… magari se cerco in giro qualcuno l’ha scritto davvero così, ha scritto a lungo di lui, di loro su un giornale a tiratura nazionale o di Mariella Lo Giudice, attrice catanese che ci ha lasciato da poco. Io se penso alla fatica al talento… fin da U Ciclopu di Euripide nella traduzione di Pirandello “danza sanguigna e prorompente nell’antro di Polifemo. In sottofondo le sonorità arcaiche e le tradizioni dell’entroterra siciliano… Una musicalità figlia del lavoro di documentazione svolto da Pirrotta nelle zone contadine della Sicilia, nelle carceri, alle feste popolari. Ed ecco quindi il ciclope portato in scena come un santo patrono col suo seguito di fedeli, o il coro dei satiri che si rifà alle lamentazioni della Settimana Santa. “E poi la trasposizione del caso letterario Terra matta… i passi più salienti del lungo romanzo resi con vitalità carnale e nella difficile lingua del semianalfabeta autore Vincenzo Rabbito, fino a Quei ragazzi di Regalpetra scritto insieme a Gaetano Savatteri e tratto da un romanzo dello stesso Savatteri per cui pensi che si possa ancora scrivere e raccontare di mafia senza ripetersi ma solamente attingendo a piene mani alla natura viva pulsante sanguigna di questa terra di Sicilia, alle sue infinite storie impastate ora di tragedia ora di festa paesana.

 

E il lungo monologo: La fuga di Enea, l’ho visto stasera, porto con me la potenza delle espressioni dell’animale-uomo sul palco; è così ogni volta che il teatro è fatto bene. Il pianto e le preghiere di Ecuba, il ciclope accecato svilito e oltraggiato dal proprio stesso dolore, e poi…. quando meno te lo aspetti Giufà. Proprio così dalla tragedia improvvisa nasce la farsa. Il cuntastorie Vincenzo Pirrotta, regista e attore monologhista, allievo di Mimmo Cuticchio, semplicemente munito di spada e di parola da autentico cuntastorie ci porta dentro alla lotta tra greci a e troiani, ci porta nella reggia di Priamo, ci porta nell’antro del ciclope ma ci porta anche nell’olimpo degli dei in compagnia di Giufà, personaggio babbeo della tradizione orale, impegnato strenuamente a seguire Enea fino a Roma e a scrivere la sua Giufeide, fino a beffa contraria che puntualmente arriva. Il coinvolgimento vocale è pazzesco tra urli preghiere accenti sincopati; il linguaggio è fatto di parole antiche, di espressioni, nenie, filastrocche, cantilene, tesori nascosti dietro a un sapore di dialetto che quasi ne cogli la zona, l’area di entroterra.. che poi ti sfugge.

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