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Le mani di Maria

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E’ ormai da alcuni mesi che non entro più al pub. Tento di sbirciare i movimenti all’interno, per quel po’ che mi consente la visuale dalla panchina accanto all’ingresso.

E’ ormai da alcuni mesi che non entro più al pub. Tento di sbirciare i movimenti all’interno, per quel po’ che mi consente la visuale dalla panchina accanto all’ingresso. Per il resto immagino: il banco in cui spillano la birra, la macchina del caffè, i piatti con gli stuzzichini.

Ci ho passato una vita là dentro: a sbevazzare birra rossa, ad ammiccare e a sbavare dietro i fondoschiena delle ragazze che passavano da quelle parti. Quelle stesse giovani paesane che prima non mi degnavano di uno sguardo – e sicuramente mi detestavano per le battute e per il ventre dilatato dalle troppe birre – ora si fermano a salutarmi, quando mi vedono accanto alla panchina. Mi accarezzano, mi coccolano: emettono striduli gridolini di gioia che avrei trovato piacevoli sino a poco tempo fa, ma ora le frequenze troppo alte mi irritano i timpani. Ma quello che mi fa incazzare di più è il non poter ricambiare le carezze, per paura di ferire i loro bei visini. E sono costretto a limitarmi a tirar fuori la lingua con voluttà, in risposta ai loro sguardi. Ora che sono Bobo, il cane beagle di Sandro, mio amico di infanzia.

Ho saputo tutto da lui, su dove ero andato a cacciarmi. Io non ricordo niente ma glielo ho sentito raccontare un sacco di volte: rientravo da una cena, parecchio cotto, e per evitare di travolgere un grosso cane, sono andato a schiantarmi contro una quercia. Io, crepato sul colpo; i miei amici praticamente illesi. So solamente di essermi ritrovato senza braccia e a quattro gambe, ma soprattutto a chiedermi come avrei potuto, senza mani, impugnare il mio boccale preferito.

Di smettere di fumare non ho risentito. I primi giorni da Bobo provavo ad annusare i mozziconi ancora fumanti, gettati sul marciapiede: disgusto totale, tanto da farmi arricciare comicamente le narici.

Quello che mi manca sono le mani di Maria, la ragazza del pub, mentre impugnano la leva della birra alla spina. Già da allora avrei voluto annusarne a fondo il loro profumo: mani piccole, dita corte e paffutelle. E a me pareva che quelle mani conoscessero i segreti del rubinetto della felicità. Spillavano la birra con leggeri colpetti, avanti e indietro. E, se ti andava bene, sfioravi le tue dita con le sue mentre ti consegnava il boccale. Fremevi per quel contatto e già pensavi a ordinare la prossima birra. Ed ero convinto che prima o poi anche lei avrebbe provato quel fremito. Ma ora che sono Bobo…

Per il resto è routine. Sandro, oltre che buon amico di infanzia, lo scopro un ottimo padrone. Mi nutre bene – inizialmente le crocchette che detestavo furono sostituite da quelle poliproteiche alle cosce di pollo – e cura minuziosamente la mia salute e la mia igiene personale. Guaisco di gioia se la sera si presenta con il guinzaglio delle occasioni importanti: so già che c’è musica nel giardino del pub. Piccoli concertini che, nonostante il fastidio di qualche hertz di troppo, mi divertono. Una volta un chitarrista blues semifamoso ha addirittura chiesto di fare una foto con me. Dovevate vedere l’invidia dei paesani.

Oggi è la notte di ferragosto, illuminata da una luna così piena da non farmi dormire. Sto qui, fuori dalla mia cuccia, a fare ombra ai rombetti della rete metallica che mi circonda. Fa caldo e ogni tanto ululo, pensando alle rosse medie che si starà facendo il maremmano che ho scansato quel giorno. Spillate dalle mani di Maria…

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